Fiamma Nirenstein Blog

Prove di rivolta a Damasco

giovedì 10 marzo 2005 Panorama 0 commenti
Mentre a Beirut si manifesta per l’omicidio di Hariri, l’opposizione al regime di Assad rialza la testa. E da Washington un appello: è il momento di ribellarsi.

Una cosa del genere non era mai accaduta: 200 intellettuali siriani in piazza a mostrare la faccia, a reclamare libertà al governo di Damasco. Poco lontano, a Beirut, la manifestazione di massa in memoria di Rafik Hariri e per il ritiro delle truppe di occupazione siriane dal Libano. Dei dissidenti siriani si è sempre saputo pochissimo: per loro uscire allo scoperto significava spesso rischiare la vita. O, nella migliore delle ipotesi, la libertà. Ora hanno manifestato senza paura contro il regime degli Assad e riprendono a sperare, dopo che nel novembre scorso erano stati schiacciati lasciando per le strade morti e feriti. I loro gruppi sono di vario tipo, a volte con rapporti ambigui con il regime. Prendiamo gli islamisti: spesso perseguitati con durezza estrema (ad Hama, per esempio, 20 mila persone furono sterminate dal regime di Damasco), oggi sono in parte finanziati dallo stesso governo. Caso emblematico: gli hezbollah, sciiti, vicini al regime baathista, ma pagando prezzi spesso elevatissimi. Poi ci sono i curdi, affascinati dai successi dei loro fratelli iracheni, e altri 17 gruppi di opposizione quasi tutti sciiti, con frange cristiane, persino qualche gruppetto pragmatico baathista che vorrebbe trovare una via d’uscita «dolce» alla dittatura. Infine, secondo fonti americane, ci sono organizzazioni che seguitano a suggerire all’amministrazione Usa una riforma dell’attuale regime, sottintendendo che è impossibile abbatterlo. Ma a Washington è nato anche il Reform party of Syria: sostiene che il regime attuale non può essere cambiato né sul piano interno né su quello internazionale, perché, insieme con l’Iran, fa della destabilizzazione la sua fonte di potere, esportando terrorismo. Il suo capo si chiama Farid Ghadri e agisce a viso aperto nonostante le minacce: è un uomo d’affari di Aleppo, nato nel 1954, poi passato a Beirut e quindi a Washington nel 1975. Il suo partito conta su un gruppo di professionisti che lottano alla luce del sole, con nome e cognome: Bashar Najjar, dottore, Najat Ashkar, dottore, Abboud al-Sultani, ingegnere, Mohammad al-Gaida, scrittore, Khalid Hakki, linguista, Abbas Khodr, architetto, Chuki al-Samih, commerciante... «Siamo sempre di più» dice Farid. E si infervora: «Guai a non vedere che questo è il momento, che adesso il governo è debole». A testimoniare il desiderio di Bashar Assad di recuperare credibilità non c’è solo la promessa di sgombrare il Libano: sabato 12 febbraio sono usciti dalle carceri siriane 55 uomini rimasti in cella fra i tre e i vent’anni: siriani, palestinesi, libanesi, un iracheno e un tunisino. Tra di loro, molti membri della Fratellanza islamica, ma anche Anwar al-Bunni, avvocato e importante attivista per i diritti umani.

Fiamma Nirenstein

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