Pronti a tutto anche senza Sharon
venerdì 6 gennaio 2006 Panorama 0 commenti
Il governo confida nella soluzione pacifica, ma ricorda: «Noi abbiamo i missili nucleari: in caso di attacco, l’Iran è finito. In poche ore».
Seria, ogni giorno di più: così Israele considera la minaccia di Teheran. Tanto che Ehud Olmert, primo ministro ad interim dopo il ricovero in ospedale di Ariel Sharon, colpito da emorragia cerebrale, ha tenuto la sua prima riunione di gabinetto discutendo anche una relazione del ministro della Difesa Shaul Mofaz sul pericolo iraniano e le conseguenti contromisure. Il giorno prima in Israele i servizi segreti avevano scoperto il tentativo di infiltrazione nelle alte sfere di una presunta spia iraniana. Jirias Jirias, 57 anni, un arabo israeliano, ex sindaco di Fassuta, cittadina della Galilea, sarebbe stato reclutato nel 2004 a Cipro, incaricato di iscriversi al partito Meretz-Yahad, con il compito di farsi eleggere alla knesset e spiare il parlamento. L’Iran vede Israele come uno dei principali nemici. Oltre alle recenti minacce del presidente Mahmoud Ahmadinejad, la distruzione di Israele è stata fin dai tempi dell’ayatollah Ruhollah Khomeini parte della strategia della Repubblica islamica. Questa porzione d’Occidente incuneata nel Medio Oriente impedisce a Teheran di realizzare il sogno che Ahmadinejad ha ben descritto quando ha augurato il peggio al premier in ospedale: «La morte di Sharon porta gioia nel cuore dei musulmani» ha detto «noi crediamo che l’Islam non sia ristretto entro precisi confini geografici, gruppi etnici o nazioni. Non ci vergogniamo di dichiarare che l’Islam è pronto a dominare il mondo». Israele, soprattutto se raggiunge l’accordo con i palestinesi, disturba questo progetto. L’Iran può già contare su una base da cui far partire agenti e razzi katiusha contro Israele, il Libano del sud, dove operano le milizie degli hezbollah, finanziate e armate dal regime degli ayatollah con l’aiuto della Siria. Nel 2004 le cellule controllate dagli hezbollah hanno causato il 21 per cento delle vittime per attentati terrostici in Israele. Nel 2005 Majdi Kamal Amal, esponente di Hamas e degli hezbollah, arrestato vicino a Nablus, ha confessato che i suoi uomini hanno introdotto numerose cellule a Gaza. Spie dell’Iran sono state arrestate mentre fotografavano la ferrovia israeliana e tra i palestinesi esistono gruppi, più o meno graditi, di «iraniani» pubblicamente riconosciuti. E nessuno ha dimenticato la nave Karin A, che viaggiava verso le spiagge palestinesi carica di armi pesanti e leggere. Oggi l’Iran ha alzato il tiro e minaccia Israele con le bombe atomiche in costruzione. Sharon aveva formato una commissione di sicurezza per stabilire la strategia difensiva. Il suo punto di vista, più volte espresso e certamente fatto proprio da Ehud Olmert e da Shimon Peres, è che Israele non intende essere la vittima sacrificale dell’Islam. Israele è pronto a reagire, si tratti della scelta di un’esplicita politica di deterrenza oppure della preparazione di un attacco diretto a sei reattori individuati come obiettivi primari, pronosticato per marzo dal settimanale tedesco Spiegel, ma negato recisamente. Il generale Dan Halutz, capo di stato maggiore, ha lasciato intuire la preoccupazione dell’esercito dichiarando, il 13 dicembre, che l’Iran avrebbe cominciato ad arricchire l’uranio a marzo di quest’anno. Ma la bomba, aveva aggiunto, non sarà pronta fino al 2008. Meir Dagan, capo del Mossad (il servizio segreto di Israele), sostiene invece che i tempi potrebbero essere più brevi: «Se gli iraniani sono in grado di confezionare un ordigno atomico, non vedo perché dovrebbero limitarsi a fabbricarne uno soltanto» aggiunge. «Non è necessario disporre di grandi quantità di uranio, basta arricchirlo nella misura sufficiente. E l’Iran ha già prodotto 40 tonnellate di Uf6, una quantità che può produrre 40 chili di materiale fissile». Dagan crede comunque che ci sia ancora spazio per soluzioni pacifiche, sempre che la comunità internazionale (di cui Israele, a eccezione degli Usa, si fida sempre poco) prenda una posizione decisa, soprattutto attraverso il Consiglio di sicurezza dell’Onu. In realtà, più che prepararsi a un attacco, Israele si allena all’eventuale risposta e predispone una strategia di effettiva deterrenza. Un indizio sulla strada che il governo dello stato ebraico vuole intraprendere viene dal generale Yaacov Amidrod, ex capo dei servizi dell’esercito: «Israele deve dire chiaramente che se aggrediti abbiamo la possibilità di reagire con una forza enorme: se verremo attaccati, in poche parole, l’Iran sarà finito». Ciò a cui Amidrod e altri esperti si riferiscono è la possibilità sia di difesa sia di contrattacco: se un missile Shahab- 3, di quelli che sfilano regolarmente nelle parate militari a Teheran (capaci di portare una testata nucleare) tentasse di penetrare lo spazio di Israele, non è affatto sicuro che riuscirebbe a centrare l’obiettivo. Il sistema antibalistico Freccia II (Hetz II) ha dimostrato, in una simulazione a dicembre, di poter distruggere agevolmente questo tipo di razzi. «Ma che colpisca o no il bersaglio, non cambia la loro intenzione di distruggerci» insiste Amidrod. «Quindi dobbiamo mettere in chiaro con Teheran che risponderemo». Israele potrebbe scatenare un’offensiva aerea o lanciare i missili Jericho dalla gittata di 1.500 chilometri, o ancora decidere di ricorrere ai tre sottomarini Dolphin (che presto diverranno 5 per il recente acquisto di altri due esemplari dalla Germania), in grado di sparare missili nucleari. La minaccia potrebbe limitarsi all’uso di bombe, come la 21 mila libbre Gbuy- 43/B, «micronukes» con potere esplosivo limitato, ancorché potentissimo. «Per ora l’intenzione è ancora quella di fermare l’Iran con la diplomazia internazionale, ma certo se ci rendessimo conto che l’Iran costruisce armi atomiche e continuasse a minacciarci apertamente, le cose potrebbero cambiare» dice Gerald Steinberg, professore dell’Università Bar Ilan ed esperto di armi di distruzione di massa. Nel 2001 l’ex presidente dell’Iran, Akbar Hashemi Rafsanjani dichiarò: «Se un giorno l’Islam verrà in possesso dell’atomica oggi in mano israeliana, l’arroganza globale avrà fine. L’uso di una sola bomba contro Israele non lascerà niente in piedi, mentre una risposta israeliana potrà appena danneggiare il mondo islamico». E questo è il vero problema di Israele oggi, quello che potrebbe sparigliare le carte in tavola, come dice Steinberg: perché la deterrenza funzioni come durante la guerra fredda, è necessario che entrambe le parti siano interessate alla sopravvivenza della loro gente. E l’Iran è un paese in cui dal 2004 migliaia di persone hanno firmato per diventare terroristi suicidi.
Seria, ogni giorno di più: così Israele considera la minaccia di Teheran. Tanto che Ehud Olmert, primo ministro ad interim dopo il ricovero in ospedale di Ariel Sharon, colpito da emorragia cerebrale, ha tenuto la sua prima riunione di gabinetto discutendo anche una relazione del ministro della Difesa Shaul Mofaz sul pericolo iraniano e le conseguenti contromisure. Il giorno prima in Israele i servizi segreti avevano scoperto il tentativo di infiltrazione nelle alte sfere di una presunta spia iraniana. Jirias Jirias, 57 anni, un arabo israeliano, ex sindaco di Fassuta, cittadina della Galilea, sarebbe stato reclutato nel 2004 a Cipro, incaricato di iscriversi al partito Meretz-Yahad, con il compito di farsi eleggere alla knesset e spiare il parlamento. L’Iran vede Israele come uno dei principali nemici. Oltre alle recenti minacce del presidente Mahmoud Ahmadinejad, la distruzione di Israele è stata fin dai tempi dell’ayatollah Ruhollah Khomeini parte della strategia della Repubblica islamica. Questa porzione d’Occidente incuneata nel Medio Oriente impedisce a Teheran di realizzare il sogno che Ahmadinejad ha ben descritto quando ha augurato il peggio al premier in ospedale: «La morte di Sharon porta gioia nel cuore dei musulmani» ha detto «noi crediamo che l’Islam non sia ristretto entro precisi confini geografici, gruppi etnici o nazioni. Non ci vergogniamo di dichiarare che l’Islam è pronto a dominare il mondo». Israele, soprattutto se raggiunge l’accordo con i palestinesi, disturba questo progetto. L’Iran può già contare su una base da cui far partire agenti e razzi katiusha contro Israele, il Libano del sud, dove operano le milizie degli hezbollah, finanziate e armate dal regime degli ayatollah con l’aiuto della Siria. Nel 2004 le cellule controllate dagli hezbollah hanno causato il 21 per cento delle vittime per attentati terrostici in Israele. Nel 2005 Majdi Kamal Amal, esponente di Hamas e degli hezbollah, arrestato vicino a Nablus, ha confessato che i suoi uomini hanno introdotto numerose cellule a Gaza. Spie dell’Iran sono state arrestate mentre fotografavano la ferrovia israeliana e tra i palestinesi esistono gruppi, più o meno graditi, di «iraniani» pubblicamente riconosciuti. E nessuno ha dimenticato la nave Karin A, che viaggiava verso le spiagge palestinesi carica di armi pesanti e leggere. Oggi l’Iran ha alzato il tiro e minaccia Israele con le bombe atomiche in costruzione. Sharon aveva formato una commissione di sicurezza per stabilire la strategia difensiva. Il suo punto di vista, più volte espresso e certamente fatto proprio da Ehud Olmert e da Shimon Peres, è che Israele non intende essere la vittima sacrificale dell’Islam. Israele è pronto a reagire, si tratti della scelta di un’esplicita politica di deterrenza oppure della preparazione di un attacco diretto a sei reattori individuati come obiettivi primari, pronosticato per marzo dal settimanale tedesco Spiegel, ma negato recisamente. Il generale Dan Halutz, capo di stato maggiore, ha lasciato intuire la preoccupazione dell’esercito dichiarando, il 13 dicembre, che l’Iran avrebbe cominciato ad arricchire l’uranio a marzo di quest’anno. Ma la bomba, aveva aggiunto, non sarà pronta fino al 2008. Meir Dagan, capo del Mossad (il servizio segreto di Israele), sostiene invece che i tempi potrebbero essere più brevi: «Se gli iraniani sono in grado di confezionare un ordigno atomico, non vedo perché dovrebbero limitarsi a fabbricarne uno soltanto» aggiunge. «Non è necessario disporre di grandi quantità di uranio, basta arricchirlo nella misura sufficiente. E l’Iran ha già prodotto 40 tonnellate di Uf6, una quantità che può produrre 40 chili di materiale fissile». Dagan crede comunque che ci sia ancora spazio per soluzioni pacifiche, sempre che la comunità internazionale (di cui Israele, a eccezione degli Usa, si fida sempre poco) prenda una posizione decisa, soprattutto attraverso il Consiglio di sicurezza dell’Onu. In realtà, più che prepararsi a un attacco, Israele si allena all’eventuale risposta e predispone una strategia di effettiva deterrenza. Un indizio sulla strada che il governo dello stato ebraico vuole intraprendere viene dal generale Yaacov Amidrod, ex capo dei servizi dell’esercito: «Israele deve dire chiaramente che se aggrediti abbiamo la possibilità di reagire con una forza enorme: se verremo attaccati, in poche parole, l’Iran sarà finito». Ciò a cui Amidrod e altri esperti si riferiscono è la possibilità sia di difesa sia di contrattacco: se un missile Shahab- 3, di quelli che sfilano regolarmente nelle parate militari a Teheran (capaci di portare una testata nucleare) tentasse di penetrare lo spazio di Israele, non è affatto sicuro che riuscirebbe a centrare l’obiettivo. Il sistema antibalistico Freccia II (Hetz II) ha dimostrato, in una simulazione a dicembre, di poter distruggere agevolmente questo tipo di razzi. «Ma che colpisca o no il bersaglio, non cambia la loro intenzione di distruggerci» insiste Amidrod. «Quindi dobbiamo mettere in chiaro con Teheran che risponderemo». Israele potrebbe scatenare un’offensiva aerea o lanciare i missili Jericho dalla gittata di 1.500 chilometri, o ancora decidere di ricorrere ai tre sottomarini Dolphin (che presto diverranno 5 per il recente acquisto di altri due esemplari dalla Germania), in grado di sparare missili nucleari. La minaccia potrebbe limitarsi all’uso di bombe, come la 21 mila libbre Gbuy- 43/B, «micronukes» con potere esplosivo limitato, ancorché potentissimo. «Per ora l’intenzione è ancora quella di fermare l’Iran con la diplomazia internazionale, ma certo se ci rendessimo conto che l’Iran costruisce armi atomiche e continuasse a minacciarci apertamente, le cose potrebbero cambiare» dice Gerald Steinberg, professore dell’Università Bar Ilan ed esperto di armi di distruzione di massa. Nel 2001 l’ex presidente dell’Iran, Akbar Hashemi Rafsanjani dichiarò: «Se un giorno l’Islam verrà in possesso dell’atomica oggi in mano israeliana, l’arroganza globale avrà fine. L’uso di una sola bomba contro Israele non lascerà niente in piedi, mentre una risposta israeliana potrà appena danneggiare il mondo islamico». E questo è il vero problema di Israele oggi, quello che potrebbe sparigliare le carte in tavola, come dice Steinberg: perché la deterrenza funzioni come durante la guerra fredda, è necessario che entrambe le parti siano interessate alla sopravvivenza della loro gente. E l’Iran è un paese in cui dal 2004 migliaia di persone hanno firmato per diventare terroristi suicidi.
