Primo obiettivo: salvare i civili. Gli americani impareranno presto come proteggere la popolazione
giovedì 17 aprile 2003 Panorama 0 commenti
È la perdita di civili quello che rende sporca la guerra: i cosiddetti «danni collaterali », rispetto all’opinione pubblica e al significato morale di uno scontro, non sono collaterali per niente. Questo è quello che gli israeliani hanno dovuto imparare soprattutto dall’inizio dell’operazione Muro di Difesa, che cominciò subito dopo l’attacco suicida del 29 marzo scorso, quando 30 persone furono uccise mentre festeggiavano l’ingresso della Pasqua ebraica in un albergo di Natanya. Questo è quello che i soldati dell’alleanza hanno incominciato a imparare in queste settimane: il problema, in un mondo sottosopra, nido di terrorismo, dove si combatte molto senza divisa e usando i civili come scudi, è come evitare di uccidere la gente; altrimenti, qualsiasi guerra appare efferata. Abraham Rotem, un generale che insegna strategia al Besa, un famoso Centro di studi strategici dice che «gli americani hanno imparato dalla nostra esperienza» ma che due cose non si imparano: l’umore della popolazione con cui hai a che fare, e quindi il tono generale a cui devi conformare l’azione, e la immensa rete di informatori indispensabile contro eserciti non regolari e contro il terrore. Devi arruolarne incessantemente, e devi mantenere un umore popolare che lo consenta. Devi creare catene brevissime e molteplici: il numero tre non solo non conosce il numero uno, ma non sa neppure per chi il lavoro viene svolto. Gli israeliani hanno insegnato che anche le misure tese a evitare lo scontro con i civili possono diventare molto impopolari: per esempio, più di mille uomini adulti sono stati spostati con alcuni autobus dieci giorni fa da Tuilkarem per 48 ore, per catturare, senza scontri, ricercati e trovare documenti. Questo certo non è piaciuto alla popolazione, anche se i loro parenti sono tornati in due giorni. Altra tecnica: invece di passare dalle strade delle varie casbah, per evitare cecchinaggi e relativi scontri a fuoco, i soldati israeliani passano talora di casa in casa praticando dei buchi nelle mura fra abitazione e abitazione. È una misura molto dura, ma salva delle vite. I famigerati bulldozer, che furono anche utilizzati nel centro di Jenin, hanno per scopo evitare esplosioni di «booby traps» e stanare chi è nascosto nelle case senza trovarsi a ferire o a uccidere famiglie presso le quali si nascondono i terroristi. Le misure appaiono odiose comunque. Anche il numero dei carri armati nelle città è stato limitato per evitare che ci salgano sopra i ragazzini mettendo la loro vita a rischio: si preferiscono i mezzi corazzati (nagmash) rafforzati, che offrono meno superficie. Gli americani sono agli inizi della storia: se resteranno a lungo dovranno per esempio imparare a gestire i check point con maggior sangue freddo, senza sparare a ogni rischio reale o immaginato. Si è visto nei giorni scorsi un vecchio che non si è fermato in lontananza perché non capiva l’ordine. I soldati l’hanno abbattuto. Per ora l’ordine è: non farti ammazzare. Ma anche gli americani siedono sui banchi della sporca guerra in cui devi salvare i civili, e ancora sei in prima elementare.
