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Piccole storie di grandi dolori. Hanno perso i genitori i bimbi israeliani ospiti in Toscana

Solo pochissimi, silenziosi amici che siedono fra gli aghi di pino discretamente sanno, ma solo in generale, chi sono. Castiglioncello non lo sa, l’Italia non lo sa. Solo la grande casa anni Quaranta nel rosso marrone, vento di mare, finestre verdi, terra battuta e altalene, conosce di notte i racconti di quei 44 bambini che parlano l’uno all’altro a bassa voce dai letti. I capi istruttori, Angelica e Yehuda, e la piccola schiera da loro guidata riescono a far ridere i bellissimi Nili e Ran, alti, biondi, occhi azzurri, gemelli di 14 anni; Dina, dieci anni, e Gilo; Raffi e Sara, 11, di Natanya. No, nemmeno gli istruttori sanno i particolari; solo che questi sono i figli del dolore. Hanno deciso che solo se vorranno i bambini confideranno direttamente gli attentati in cui sono stati uccisi i loro più stretti congiunti. I bambini fanno per gara una torta, crema e cioccolato e uva, tutto quel che c’è di più dolce; corrono e ridono portando gli ingredienti. Alcuni preferiscono saltare sotto una rete da pallavolo. Ran è fra questi. Guarda nel sole, batte la palla. Sua sorella, un anno di più, è stata fatta a pezzi dalla bomba del Dolphinarium, a Tel Aviv, un anno fa. Dina ebbe suo padre preso nell’attentato suicidia della pizzeria Sbarro, a Gerusalemme: si salvò per poi essere ucciso da una delle bombe della zona pedonale. Una bambina magra ha i capelli che mentre corre sbattono fino sotto la schiena come un manto o forse come una frusta nera: la mamma è stata uccisa da una bomba a Natanya; suo padre e le sue due sorelle sono per sempre bloccati su una sedia a rotelle, sfigurati e immobili. Due grossi fratelli dall’aria meridionale, gentili e «orsacchiotteschi », hanno avuto la sorellina, in gita scolastica premio, crivellata di colpi sull’Isola della Pace, e le hanno scritto una lettera: «Cara Ilà, perché ci hai lasciato? Solo tu riuscivi a comunicare con i nostri genitori sordomuti, ora pensiamo solo a te anche se veniamo poco alla tua tomba, ma tu proteggici lo stesso». Uri, di 13 anni, faceva tardi qualche mattina fa, e la sua istruttrice lo ha accarezzato piano sulla spalla perché raggiungesse il gruppo: «Imma, imma, mamma, mamma» le sorrideva il bambino nel sonno. La madre è stata uccisa in un agguato a fuoco. Piangono di nascosto gli istruttori, i pini mandano giù una pioggia gentile di aghi e di pinoli per consolare l’inconsolabile, le torte sono quasi pronte. Ogni squadra ha il nome di una regione italiana e un inno. Quando questi bambini ridono, tacciono sempre d’improvviso e insieme e perdono lo sguardo lontano, come se una grande mano tappasse loro la bocca. Riso e silenzio improvviso. Durante i temporali dei giorni scorsi, ogni tuono era uno sbarrare d’occhi, un sussulto di terrore, Shira ha avuto il padre e lo zio uccisi in due diversi attacchi; un piccoletto, che ha avuto il padre ucciso alla cena di Pasqua di Natanya, ha detto a un altro per pesante gioco: «Tua madre...». L’altro gli ha sferrato un pugno: «Mia madre io non ce l’ho più, è stata ammazzata». L’altro gli ha risposto a botte: «E io non ho più il mio fratellino». Gli istruttori dividevano i due e tutti, grandi e piccoli, piangevano inconsolabilmente. Poi è tornato il breve, miracoloso riso. La colonia estiva, da cui i ragazzi sono ripartiti molto rincuorati, incantati dal buon cibo, dal viaggio a Gardaland, dal mare toscano, è stata offerta dall’Ose, l’Organizzazione della sanità ebraica in Italia. I nomi dei bambini li abbiamo sostituiti tutti.

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