Perché Bush resta il migliore amico di Israele. Mentre la Russia si affaccia sullo scenario mediorientale, gli Usa non stanno a guardare
giovedì 2 marzo 2006 Panorama 0 commenti
In queste ultime settimane, e a partire da due eventi, le minacce di distruzione da parte del presidente iraniano Ahmadinejad e la vittoria di Hamas nell’Autorità palestinese del 25 gennaio, il presidente americano George W. Bush non ha perso occasione per ripeterlo: gli Usa sono il migliore amico di Israele. Alla domanda se difenderebbe con le armi Israele in caso di attacco iraniano, ha risposto guardando negli occhi l’intervistatore: «Ci puoi scommettere!» («You bet!»). Ci sono due ragioni per cui la pur antica alleanza fra Usa e Israele è divenuta cruciale. La prima è psicologica: alla vigilia delle elezioni palestinesi, quando il pericolo Hamas era alle porte, l’ex premier Abu Mazen avrebbe voluto rinviare l’appuntamento, mentre Israele tentennava. Ma Bush emanò un parere senza se e senza ma: queste elezioni s’hanno da fare. Era un modo di mettere in pratica la teoria americana sulla diffusione della democrazia, nella convinzione che da votazioni oneste non possano che venire buoni frutti. Gli effetti hanno solo aperto una quantità di questioni sulla popolarità delle organizzazioni estremiste e terroristiche, per ora senza risposta, e hanno creato un altro «stato canaglia» nell’imbarazzo totale sia di Israele sia degli Usa. Dunque Bush si sente responsabile. Il secondo motivo ha uno scenario molto complesso, fra Iran atomico e Palestina a governo terrorista. Intanto la settimana scorsa sembra che Bush abbia finalizzato una concreta richiesta alla Georgia, situata al confine nord-est dell’Iran, di fornire il proprio aiuto agli Usa nel caso di un attacco preventivo contro il regime di Teheran. E il governo di Tbilisi, nonostante l’evidente timore, non si sarebbe tirato indietro: il presidente Mikhail Saakashvili è ritenuto da Mosca un avamposto americano nella regione. Anche l’Azerbaigian sarebbe stato contattato. E il segretario di Stato Condoleezza Rice la settimana scorsa ha viaggiato in Medio Oriente per chiedere ad Arabia Saudita, paesi del Golfo ed Egitto che nella riunione della Lega araba devono decidere se sostenere la nuova Autonomia palestinese retta da Hamas, di non vanificare la decisione, sia israeliana sia americana, di tagliare i fondi. Anche David Welch, vicesegretario di Stato, è andato a vedere se gli Stati Uniti possono sostenere Abu Mazen. Nel frattempo Hamas, guidata dal grande capo residente a Damasco Khaled Mashal, ha intrapreso la sua prima visita di stato a Teheran, in cerca di solidarietà militare e di soldi. In cantiere il prossimo incontro con il presidente russo Vladimir Putin. Queste missioni sembrano avere un obiettivo molto diretto. Gli Usa, mentre l’Iran ha avviato la fase di completamento delle centrifughe nucleari, che solitamente dura da sei mesi a un anno e lascia poi posto all’effettiva costruzione della bomba, sanno che il valore di Israele come avamposto della civiltà occidentale acquista una delicatezza estrema, specie dopo che l’Islam ha fornito l’immensa prova di aggressività nelle manifestazioni, con morti e feriti, contro le vignette danesi. Il fronte dedicato alla distruzione di Israele, ovvero Iran, Siria, Hezbollah e Hamas, siede sulla terrazza del futuro mediorientale e islamico cui sembra che Putin intenda affacciarsi. Ma gli Usa non vogliono perdere la bella vista sul deserto.
