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Per la guerra santa l'Iran comanda

venerdì 18 aprile 2008 Panorama 0 commenti
Perché la «sindrome di Sadat» non funziona? Il grande studioso del Medio Oriente Bernard Lewis ha chiamato così la possibilità che i paesi arabi, più spaventati dall’Iran che da Israele e dall’Occidente, possano cercare la pace quando meno si prevede. L’Iran infatti seguita ad annunciare nuove migliaia di centrifughe per il nucleare, razzi che arrivano su tutte le capitali della regione, nuove alleanze in Medio Oriente. L’Egitto e l’Arabia Saudita sono molto meglio armati del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad: potrebbero almeno tentare una migliore deterrenza. Ma non vanno oltre qualche pigolio. Perché non cercano di spezzare il rapporto dell’Iran con Hezbollah e Hamas? Molti, da Al Fatah all’Egitto, al Libano di Fouad Seniora, tentano fino a un certo punto, poi non ce la fanno.

Certo, i paesi sunniti hanno disertato il vertice siriano della Lega araba, due settimane fa, in gran numero; 12 si preparano, chi con maggiore chi con minore determinazione, a costruire strutture nucleari; le accuse all’Iran di intromettersi in tutte le situazioni di tensione con atti di terrorismo sono diventate comuni. Questo soprattutto da quando il Libano, teoricamente libero dalla Siria dall'aprile 2005, è invece ricattato dagli Hezbollah, messaggeri di morte dell’Iran, che per 16 volte ne hanno rinviato le elezioni del presidente con la strage di membri del parlamento antisiriani e antiraniani. Gli Hezbollah e anche Hamas hanno rivelato più volte di ricevere armi e un addestramento sofisticato per i loro leader in Iran e in Siria, dove il regime alawita è asservito all’Iran.

L’Iran ha esteso la sua influenza ovunque. Chi insiste sul fatto che comunque sciiti e sunniti si detestano deve guardare non solo ai rapporti con Hamas (sunnita), ma anche alle notizie di intelligence secondo cui nel 2001 molti leader di Al Qaeda (sunniti) fuggiti dall’Afghanistan trovarono rifugio in Iran; l’ormai defunto Abu Musab Zarkawi fu curato in Iran per poi farlo entrare in Iraq, come del resto molti altri qaedisti.

In un’intervista al giornale del Qatar Al Arab, il capo del gruppo sunnita jihadista iracheno Hamas Iraq insiste che Al Qaeda in Iraq è totalmente dipendente dall’Iran. Con l’Iran collabora dai tempi di Ruhollah Khomeini anche Al Fatah, che forniva ai leader rivoluzionari l’addestramento nei campi palestinesi in Libano. Soprattutto, con l’Iran non si può litigare per motivi ideologici: chi cita ogni minuto il Corano per lodare i «martiri» e minacciare gli infedeli non può essere preso sottogamba neppure dai paesi sunniti, pena la perdita di popolarità.

Così, mentre vogliono affossarlo, i sauditi hanno invitato Ahmadinejad; Abu Mazen a Damasco ha detto che conferisce il 58 per cento del suo budget a Hamas, pagando i salari di 77 mila suoi uomini; persino Fouad Seniora si lancia sempre non contro gli Hezbollah ma contro Israele; l’esaltazione dei guerrieri della jihad è diffusa anche dalle tv e dalla stampa egiziane, saudite e di altri paesi musulmani.

L’esecrazione dell’Occidente e il sostegno alla guerra santa non vengono mai abbandonati anche presso i moderati. Abbas Zaki, ambasciatore dell’Olp in Libano, ha detto alla Nbn Tv che «l’Olp procede per stadi senza cambiare niente della nostra strategia. Israele collasserà, Gerusalemme collasserà... e noi andremo avanti... e li butteremo tutti fuori dalla Palestina». Sembrano parole di Ahmadinejad, non certo di chi ha tutto da perdere dal suo aiuto a Hamas.

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