Fiamma Nirenstein Blog

Partita doppia perAbu Mazen

Può essere l’uomo della pace con Israele. Ma ha la forza per battere gli estremisti?

Anche se assediato pericolosamente, c’è un uomo che ha nelle mani il futuro del popolo palestinese e di uno stato che ne realizzi le aspirazioni: Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, segretario generale dell’Olp e candidato di Al Fatah alla presidenza dell’Autonomia palestinese. Nato nel 1935 a Safed, nel territorio del mandato britannico, Abu Mazen è uno dei pochi membri fondatori di Al Fatah che possa essere protagonista nella prossima fase della lotta per creare uno stato palestinese. Sebbene abbia avuto uno scontro terribile con Yasser Arafat, Mazen è stato così abile da esserne nominato successore; ha dichiarato subito di voler perseguire la linea del leader scomparso, ma tutti sanno che vorrebbe rettificarne l’impostazione intransigente e procedere verso un accordo con Israele. Riuscirà ad avere la forza di un Sadat? Certo, ha dato bella prova quando un giorno dopo il funerale di Arafat, in visita alla tenda del lutto a Gaza, non ha mosso ciglio quando un gruppo armato gli ha sparato contro, uccidendo due guardie del corpo. Il volto stesso di Mazen è un dilemma, così grigio e tutto nascosto dietro gli spessi occhiali. E il suo futuro politico è un punto interrogativo, così in bilico fra divenire il primo leader democratico del suo popolo e il perseguire, perché questo offre la realtà del potere palestinese, una linea d’intransigenza mascherata da pacifismo. Di lui ancora non si sanno le due cose essenziali: se vuole e se può. Una cosa è però chiara: è l’unico che possa riaprire una trattativa. Ma lo vorrà? I precedenti danno indicazioni contrastanti. Dai tempi dell’accordo di Oslo, Abbas è stato una colomba: considerato un architetto del processo di pace, accompagnò Arafat alla Casa Bianca nel 1993 per firmare l’accordo. E come Shimon Peres era l’ombra di Yitzhak Rabin, così lui era l’ombra di Arafat. Più avanti, in piena intifada, Abbas ha osato contraddire il capo supremo: in soli 80 giorni da primo ministro, fra l’aprile e il settembre 2003, strinse la mano a George W. Bush e ad Ariel Sharon a Taba, con loro siglò la road map e osò affermare che il terrorismo era stato un errore strategico perché aveva riconsegnato le città al nemico. Ma quando cercò di sottrarre ad Arafat l’insieme delle milizie armate affidandone una parte al suo ministro della Difesa Mohammed Dahlan, fu la fine: dovette dimettersi. D’altra parte, la biografia di Abu Mazen racconta di un duro compagno di battaglie e di fughe del rais morto, molto addentro anche alle cose del terrorismo, persino, si dice, quelle più spaventose, come la strage degli atleti di Monaco nel 1972. Per ora Abu Mazen ha dichiarato, da leader candidato, che Hamas e la parte più dura di Al Fatah, i tanzim di Marwan Barghouti comprese le Brigate Al Aqsa, sono attese e benvolute nel futuro governo; e che avranno il loro ruolo, se solo intendono far parte del processo politico in corso. Mazen ha anche detto che i profughi palestinesi, il nodo cruciale in qualsiasi accordo con Israele, devono poter tornare ai luoghi di origine. Segnali inquietanti per la parte israeliana. Abu Mazen può avere spazio di manovra? Può vincere le elezioni, ma il gioco del potere non finisce certo lì. I suoi antagonisti sono moltissimi, anche se Al Fatah, compresi i durissimi tanzim di Jenin, ha dichiarato il proprio appoggio. La candidatura di Marwan Barghouti, che gli contende il ruolo di premier dal carcere, dimostra che i locali quaranta-cinquantenni vogliono adesso una fetta di potere consistente. Anche Hamas manda messaggi ambivalenti, segno di trattativa in corso, ora promettendo di lasciar svolgere le elezioni, ora invece gridando da Gaza, come ha fatto Ismail Hanyeh, che le elezioni sono una foglia di fico con cui Abbas copre a malapena la sua smania di consegnarsi a Israele. Il premier israeliano Ariel Sharon sa bene che Abu Mazen potrebbe essere ucciso dal suo abbraccio, quindi cerca la strada per uno sgombero dei coloni accompagnato da qualcosa che possa dimostrare ai palestinesi che il loro leader può migliorarne le condizioni di vita. George W. Bush gli sta addosso. La Palestina, non l’Iraq, potrebbe essere la prima occasione di dimostrare il suo teorema: la pace vince dove vince la democrazia.

 Lascia il tuo commento

Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.