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Partita doppia per Hamas. Così il movimento integralista islamico si prepara alle elezioni palestinesi del 25 gennaio

giovedì 12 gennaio 2006 Panorama 0 commenti
Quando il 20 dicembre, a Betlemme, l’edificio del comune è stato invaso dalle brigate di al-Aqsa, una fazione del Fatah di Abu Mazen, le feste di Natale sono sembrate perdute. Per l’ennesima volta durante l’incerta campagna elettorale che dovrebbe portare (se non verranno spostate) alle elezioni palestinesi del 25 gennaio, il partito al potere dava una tragica dimostrazione di follia armata, confusione, prepotenza, inveterata abitudine alle armi e impossibilità anche concettuale a mantenere un qualche ordine democratico. Mentre si cominciava a parlamentare con Abu Mazen, che prometteva posti di lavoro e denaro fino a ottenere che gli armati se ne andassero, nella striscia di Gaza cento guerriglieri del Fatah occupavano il quartier generale del governo locale, chiedendo a loro volta denaro e lavoro. Sempre nella città di Gaza, uomini mascherati rapivano un impiegato del ministero dell’Agricoltura palestinese. E il 1º gennaio veniva preso in ostaggio (seppur per poche ore) il pacifista italiano Alessandro Bernardini. Omicidi, rapimenti e scontri armati non si contano più. Normale quotidianità per il partito di Abu Mazen, che con tutta la sua buona volontà, ma con l’assoluta incapacità di contenere le spaccature pratiche e ideologiche della sua parte, ha lasciato che la campagna elettorale liberasse la briglia sul collo delle bande del Fatah. Alle primarie i cosiddetti giovani che si ispirano a Marwan Barghuti hanno avuto una stupefacente affermazione che indica l’odio della gente sia per la corruzione della vecchia classe dirigente sia, al tempo stesso, nei confronti del sogno di Abu Mazen di abbandonare il terrorismo. Ma, soprattutto, la campagna è una tragica occasione per mostrare quale confusione, quale impossibile concezione dell’uso della forza regni nell’Autonomia governata dal Fatah. E chi attende in un angolo le elezioni se non il nemico numero uno del Fatah, Hamas? L’organizzazione ha adottato un comportamento opposto al Fatah. Non gli si conoscono scontri interni, ma seguita a propagandare l’arma del terrorismo con sporadici attacchi e molti missili Kassam. Nonostante la decisa opposizione alle sue liste di Israele e Usa (al solito, l’Europa nicchia), non rinuncia alla sua carta costitutiva che promette di distruggere lo stato degli ebrei e prepara le elezioni. Come? Inserendo donne e intellettuali, professori e militanti, per affascinare tutti gli strati della popolazione, ipnotizzare il consesso internazionale e gestire i due livelli elettorali, locale e nazionale. Naturalmente la promozione femminile è intesa secondo lo stile Hamas: candidate di punta sono la vedova del leader assassinato da Israele, Abdel Aziz Rantisi, mandante di decine di attentati suicidi, e la moglie di Abbas al Sayad, che pianificò il grande attentato di Netanya del 2002. Hamas è riuscita a portare via vari rappresentanti del Fatah, come Naeb Rajub, fratello dell’ex capo delle forze di sicurezza palestinesi della Cisgiordania. Ciliegina sulla torta: il candidato cristiano Husam Tawil di Gaza City, che spera così di negoziare una vita migliore per i 5 mila cristiani che vivono nella striscia di Gaza. Ma se Hamas potrà correre e conquisterà quel 40 per cento che si propone e i sondaggi gli attribuiscono, è difficile che possa avvantaggiarsene qualcuno che non sia il grande schieramento dell’integralismo. Saranno contenti l’Iran, gli Hezbollah, la Siria e Osama Bin Laden. Difficile capire perché dovrebbe essere considerata una conquista democratica la partecipazione a libere elezioni di un partito armato che proclama pubblicamente la sua volontà di distruggere uno stato sovrano, attribuendo la sua scelta terroristica alla somma volontà divina.

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