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Obama e Israele

venerdì 6 giugno 2008 Panorama 0 commenti

Mentre Obama si avvia alla sua battaglia contro McCain, più di sei milioni ebrei americani lo studiano, valutano il suo distacco da Jeremiah Wright, il predicatore antisemita e suprematista nero, guida spirituale della sua chiesa, il Trinity United Baptist Church di Chicago, frugano nel suo passato chiedendosi quale sia stato il suo legame con l’Islam, sua religione d’origine, soppesano le sue dichiarazioni su Israele e la minaccia di annientamento dell’Iran. Obama ha ripetuto il suo “chiaro e forte impegno per Israele, il nostro più forte alleato nella regione e l’unica democrazia dell’area”. Il raffinato quotidiano New York Sun, benche di tradizione neocon, ha più volte ripetuto che si deve guardare senza pregiudizi al candidato democratico. Ma le cose si sono complicate quando Obama ha dichiarato che vorrebbe con sè due consiglieri, i senatori Dick Lugar e Chuck Hagel che il 24 maggio 2001 negarono il loro voto alla legge contro i finanziamenti alla Libia e all’Iran sospettate di usarle per finanziare il terrore; gli stessi si professarono favorevoli alle visite di Arafat negli USA durante l’Intifada, mentre altri 87 senatori firmavano una lettera contro. Il 22 maggio, allora, Obama è andato in visita al gruppo “Bna’i Torah” di Boca Raton in Florida per rassicurare sulla sua politica estera: di fatto, ha in parte recuperato il terreno descrivendo la fragilità della piccola Israele che “giace fra la West Bank e il Mediterraneo”. Ma ha poi ribadito la sua posizione sull’Iran: “Otto anni di frizione non hanno reso la situazione di nessuno più sicura”. E qui sta il punto: il problema non è tanto l’impegno verso Israele quanto le posizioni sulla grande questione della sicurezza, e quindi sul rapporto con l’Iran, il finanziamento del terrore, il disprezzo per i diritti umani e la questione atomica. Qui, gli ebrei americani tentennano. Obama ha fatto un errore quando all’indomani del discorso di George Bush alla Knesset, il parlamento israeliano in cui disse che “alcuni sembrano credere che dovremmo negoziare con terroristi e radicali, come se qualche ingenuo argomento potesse convincerli che essi hanno torto e noi ragione”, è saltato su molto irritato, dimostrando così la centralità della sua scelta di parlare con Ahmadinejad. Questo ha reso di nuovo la battaglia per i voti della comunità ebraica americana un fumante scenario di guerra, Obama mette in forse la tradizionale supremazia democratica. “Caro Senatore“ scrive una lettera-blog da Los Angeles “Il mio nome è Leon Weinstein, sono americano, sono ebreo, sono nato in URSS, ho famiglia in Israele... l’ho sentita dire magnifiche parole, come “unità di tutti gli americani” “aiuto all’umanità”... ma ho visto la lista dei suoi sostenitori e chi ci trovo? Louis Farrakhan, leader della nazione dell’Islam, razzista, antisemita; le Brigate di Al Aqsa; Raila Odinga, candidato fondamentalista in Kenya, che dicono sia suo cugino; Daniel Ortega, sandinista del Nicaragua; Raul Castro; il partito socialista marxista USA; le Nuove Pantere Nere; Hamas... Ha invitato Zbigniew Brzezinski che vuole parlare con Hamas a essere suo consigliere; il consigliere per gli affari nucleari Joseph Cirincione dice che le strutture nucleari bombardate in Siria sono bugie; George Soros, il suo finanziatore, denigra il suo stesso paese come “l’ostacolo a un mondo più giusto”; il suo principale consigliere militare Merrill McPeak pensa che tutto il problema con l’Iran sia il nostro silenzio”. Insomma, il dubbio aleggia, anche se per tradizione gli ebrei hanno sempre aiutato i candidati democratici: solo il 15 per cento è repubblicano, ma Reagan, che nell’80 prese il 39 per cento dei loro voti, è la speranza di McCain. 

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