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Non è tempo di appelli contro Israele

venerdì 1 giugno 2001 Diario di Shalom 0 commenti
Ai tempi della prima Intifada una volta firmai un appello contro Israele. I miei amici mi vollero più bene, la mia credibilità sociale ne venne aumentata. E' difficile resistere alla pressione sociale che si crea intorno alla questione israelo-palestinese in Italia, è difficile superare la tentazione di essere un ebreo "buono", oggetto di un affettuoso "patronising" dei propri amici che si mostrano tristi con te perché il Paese che tu ami è nei guai, e insieme chiedono la tua adesione a una condanna virtuosa che si ritiene antimperialista, terzomondista, che è sicura di proteggere i deboli contro i forti, i poveri contro i ricchi. Inoltre, come accade sempre (e anche adesso), quando vi sono condanne e critiche, è piacevole pensare che oltre alla credibilità sociale, agendo da ebrei contro Israele le facciamo del bene aiutandola a uscire dai propri errori. Quando firmai quell'appello, non voglio dire che avevo ragione, perché di certo frugando nella mia coscienza trovo tutti i motivi che ho elencato adesso, ma c'erano alcuni motivi specifici che spiegano il mio comportamento: Israele non parlava con i palestinesi, occupava le loro città, non aveva dato ad Arafat una grande quantità di armi per condurre insieme la guerra al terrorismo, e soprattutto non aveva elaborato un pacchetto di concessioni senza precedenti che è poi stato portato a Camp David e rifiutato. In una parola: non aveva fatto lo sforzo supremo di proporre una pace che comportasse reali sacrifici territoriali e una autentica rivoluzione psicologica; non aveva ricevuto un rifiuto inatteso e stupefacente per l'intera comunità internazionale. E poi, soprattutto, non aveva sperimentato (solo perché nessuno aveva avuto voglia di guardare in quella voragine scura) l'insospettato insieme di odio e rifiuto che adesso produce senza sosta attentati terroristici, agguati sulle strade, uso dei bambini mescolati ad armati nelle manifestazioni ai check point, espressioni stupefacenti di antisemitismo classico e continua negazione dell'Olocausto. In una parola, tutto il cammino per cui si poteva pensare che la questione territoriale fosse quella che stava veramente a cuore ad Arafat, che gli insediamenti fossero il problema saliente, che il sogno palestinese fosse quello di costruire uno Stato a fianco di quello d'Israele sono risultati fallaci: Israele aveva giusto proposto la consegna del 97 per cento dei territori occupati nel '67 più una ricompensa territoriale nel Negev, aveva proposto un accomodamento per gli insediamenti basandosi sia sull'idea dello sgombero che su quella dell'accorpamento dei residui in modo che essi non risultassero d'impaccio per la vita civile dei palestinesi, e infine aveva messo in conto l'idea (che non dovrebbe risultare così peregrina) che, così come esistono arabi in Israele, avrebbero potuto sussistere gruppi di ebrei in Palestina. Non è andata: ciò che è venuto fuori è che l'anima di Arafat era protesa a tutt'altro, ovvero a uno scontro sul modello degli Hezbollah ovvero della vittoria su Israele, e non del compromesso. Il comma di questa idea è il "diritto al ritorno" di tutti coloro che i Palestinesi ritengono profughi, di concerto con le organizzazioni internazionali che si sono sempre occupate di smantellare, dall'India alla Germania, situazioni di questo genere in modo pacifico e con scambio di popolazioni: sempre, fuorché in questo caso. Dopo che l'Intifada è scoppiata (e la commissione Mitchell ha riconosciuto che era già pronta e in atto da prima della famosa visita di Sharon sulla Spianata delle Moschee) ed è diventata una lotta senza tregua, Israele, che è un paese con un forte esercito, si è trovato nell'impossibile e dolorosa situazione di affrontare delle folle in mezzo alle quali si sparava, oltre a lanciare sassi. Non è facile in queste condizioni evitare di colpire la gente, soprattutto quando un'ideologia di martirio spinge i giovani avanti. E' orribile quello che è accaduto a tanti bambini, ma da tutto quello che si può verificare sul campo, l'intenzione di uccidere, che naturalmente è la ragion d'essere dell'attentato terrorista e dell'agguato, ha sempre differenziato i due campi. Israele avrebbe potuto uccidere meno? E' una buona domanda. Certamente le strade scelte, ovvero quelle di colpire direttamente i responsabili (anche se è una strada molto impervia e soggetta a errori, che ci sono stati) era la meno terribile rispetto a colpire indiscriminatamente la popolazione. E inoltre: Israele di certo ha violato i diritti civili dei palestinesi imponendo posti di blocco e chiusure, ma come altro avrebbe potuto impedire il flusso di terroristi, che pure c'è stato? In ogni caso, da due mesi a questa parte il tentativo di sollevare la popolazione civile dalla sofferenza lasciando passare 13mila lavoratori e consentendo il passaggio di camion di merci ai posti di blocco, probabilmente è costata qualche attentato terroristico, ma comincia a dare qualche frutto. Del resto, non è facile pensare alla risposta giusta quando la popolazione civile è così mescolata alle organizzazioni di guerriglia e quando si nutre senza tregua di un torrente di propaganda senza precedenti. Sharon ha mantenuto il cessate il fuoco anche quando, inspiegabilmente rispetto a ogni standard morale, Arafat non ha voluto farlo. A chi diceva a Shimon Peres che la proclamazione israeliana della tregua era un trucco, Peres ha risposto: magari anche Arafat facesse un trucco del genere! Mentre negli anni della prima Intifada era facile per la sinistra rispondere ai pur significativi argomenti di chi sosteneva che Israele aveva ragione perché nella necessità di difendersi da un sostanziale rifiuto radicale, oggi invece ogni pietra è stata rovesciata. Sharon non ha agito con l'esercito o con le parole mostrando segni di eccessiva durezza; al contrario ha contenuto la rabbia dei cittadini degli insediamenti o delle città più sotto tiro come Gerusalemme o Natanya. Ogni confisca territoriale è vietata dall'accordo su cui nasce il governo di coalizione. Il "congelamento" naturale degli insediamenti è dietro l'angolo, come altre misure significative. Mi sembra anche molto realistica la richiesta di un cessate il fuoco (lo chiede tutta la comunità internazionale) per riprendere un colloquio sensato. C'è tuttavia qualcosa di buono in questi terribili mesi: la tenuta, nel disperato lutto quotidiano, di Israele: un Paese in cui i bambini del '93, anno dell'accordo di Oslo, mai avrebbero pensato, insieme alle loro famiglie, di divenire i soldati dell'Intifada del 2001. Eppure, dal primo sconcerto Israele torna al coraggio e a una civile compattezza che fa piazza pulita delle esagerazioni ultrareligiose, delle fratture etniche fra ashkenaziti e sefarditi, delle sregolatezze culturali, del lapsus insensato per cui per un pezzo si è dimenticato in che parte di mondo essa è collocata. Israele sta lentamente tornando a sé stessa, anche se nel dolore.

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