Netanyahu e la pena di morte

Il Giornale, 05 aprile 2026
Chi è contro la pena di morte ha tutto il diritto di esserlo. Lo si è in genere per motivi morali, attribuendo alla vita un significato trascendente che io sono portata a condividere, ha un valore in sé. E di fronte alla grandiosità del male che un uomo o un gruppo di uomini possono compiere, è troppo poco accontentarsi di mostrare al mondo come quel male possa essere punito. IL male è un pozzo senza fondo: l’esecuzione di Eichmann non ha chiuso il conto. L’esecuzione di terroristi nazi-islamisti non chiuderebbe con l’ ideologia che ha portato Sinwar a progettare l’azione in cui mandava i suoi non solo a uccidere ma a stuprare e macellare donne e bambini, a bruciare vive intere famiglie, a rapire centinaia di creature innocenti per poi scambiarle coi condannati per terrore. Semmai nel caso del terrorismo di massa la pena di morte potrebbe servire da deterrenza appunto alla tecnica del rapimento di massa per cui chi è in prigione diventerà il nuovo Sinwar. L’88 per cento dei terroristi tornano a uccidere ebrei o chi altro. Ma questo elemento non è determinante quanto invece la forza del diritto che non è affatto scomparso, ma è stato protagonista del dibattito e ha smorzato le punte della legge presentata in origine. Di fatto, non ho mai sentito una simile acuta discussione su un altro Paese con la pena di morte: ai tempi che so, di Obama, nessuno ha discusso a fondo l’utilità della pena di morte negli USA, o in Giappone o in India per limitarsi alle nazioni democratiche, per non parlare della collettività intera delle nazioni che delle esecuzioni fanno spettacolo e strumento di dominio, tutti i Paesi autoritari e islamici. Ma parliamo di Israele, e solo in questo caso si suppone che improvvisamente, questo Paese democratico allora stia diventando un’autocrazia.
In realtà chi vuole discutere la pena di morte, fa benissimo a farlo nell’era moderna, ma si deve ricordare che la legge già esisteva dall’inizi dello stato ed è stata usata una volta sola, nel 1962 per Eichmann. Una delle prime leggi fatta da Israele nel 1948 fu invece cancellare la condanna a morte per assassinio, e rimpiazzarla con la sentenza in prigione. Nel 1950 fu reintrodotta sulle tracce di Norimberga la punizione capitale per crimini nazisti; da allora resta esclusa per i crimini ordinari, e resta, mai usata, legata a genocidio guerra e terrorismo. IN realtà un paio di terroristi sono stati condannati ma la sentenza è sempre stata trasformata, riletta, cambiata in anni di carcere. Israele è cauta e democratica, costellata di avvocati difensori molto attivi, e sorvegliata strettamente dal Bagaz, la Corte Suprema che esamina il testo e probabilmente costringerà a modificare la legge. L’attuale versione, rispetto alla proposta di Ben Gvir con la sua stupida e impropria bottiglia di champagne, è molto più morbida: prevede cautela, diritto di appello, sospensione, perdono giudiziario, oltre all’intervento del Bagaz. Calma. E’ evidente che si tratta di una scelta di deterrenza, e pensare che l’Europa ne possa fare un’ennesima ragione di rottura con Israele, mentre ha accordi col Marocco, la Giordania, l’Egitto etc etc e mentre non si fa sentire sul mostruoso incontrollato uso della forca per diciottenni “nemici di Dio” in Iran, fa venire in mente una parola: cinismo. Un’altra: pregiudizio. Una supposta “deriva antidemocratica” non fu mai accollata a Clinton mentre si usava la pena di morte.
La legge, se entrerà in vigore, non avrà significato retroattivo, né tantomeno etnico, come qualcuno pretende. E’ ridicolo pensare che Israele abbia un’intento etnico nell’uso della legge, mi chiederei piuttosto perché il terrorismo che vuole distruggere Israele e l’Occidente sia quasi sempre islamico. Il contrario è vero: ma il rovesciamento logico e storico è un classico dell’attuale antisemitismo. Esso immagina che Israele stia impiccando una fila di terroristi, e non è vero, mentre guarda in silenzio i terroristi impiccare una fila di diciottenni.
