Nelle urne il futuro del medio oriente
sabato 1 gennaio 2005 Diario di Shalom 0 commenti
La democrazia nel mondo arabo,passo essenziale per combattere il terrorismoIl nuovo anno sarà decisivo per il Medio Oriente, ma è difficile capire se sarà per il bene o per il male. Una immensa variabile, il terrorismo, è in agguato dietro l'ariosa finestra di opportunità per la pace che si apre col 2005. Anzi, il futuro non potrebbe somigliare maggiormente alla doppia faccia di Giano: sia l'appuntamento delle elezioni in Iraq che il conflitto fra Israele e i Palestinesi, data la scomparsa di Arafat che è certo stato il maggiore ostacolo per la pace, possono prendere due strade opposte.
Nel 2005 il test della democrazia nel mondo arabo come passo essenziale nella guerra contro il terrorismo viene a un nodo, anzi, a due nodi. Le elezioni in Iraq potrebbero scivolare in avanti secondo i desideri dei baathisti che vorrebbero evitare di vedere una prevedibile maggioranza sciita, ma il governo di Iyad Allawi probabilmente non resisterebbe a uno slittamento, e quindi solo le elezioni possono dotare l'Iraq dell'indispensabile strumento democratico di un governo eletto per affrontare la tragedia dello stillicidio quotidiano del terrorismo.
Tutto sommato è probabile che la determinazione americana e britannica e dei democratici iracheni che non sono pochi, nonostante le minacce dirette di Bin Laden che minaccia di morte chiunque vada a votare, aiuti l'Iraq a trovare la sua strada verso le urne: certo, se i sunniti non andranno a votare, la stabilità successiva sarà tutt'altro che garantita. Dopo le elezioni comunque, per quanto imperfetta e anche tragica la situazione possa restare, sia gli USA e che l'Inghilterra cominceranno a lavorare per uscire dalla palude irachena cercando tuttavia di garantire sostegno al governo eletto.
Un'impresa difficilissima quanto indispensabile, in cui molto dipenderà dalla disponibilità del mondo intero a dare una mano per promuovere l'economia e mantenere l'ordine. Sarà una vicenda difficile e lunga, ma piena di speranza e con uno sfondo ottimista e positivo.
La variabile tuttavia non è quella del popolo iracheno, ma quella fondamentale del nostro tempo: la violenza, il terrorismo. Per quanto grande l'impegno e la buona volontà internazionale, il potere più grande sul futuro dell'Iraq è nelle mani di autentici mostri morali, eredi del regime di Saddam, parte della rete terrorista internazionale come Abu Mussa Al Zarkawi: essi non hanno nessuna remora nel condannare a morte innocenti, anzi puntano per la loro vittoria sull'uccidere quanti più innocenti possibile, quanti più possibile.
Ed ecco l'altro scenario in cui di nuovo tutta la buona volontà del mondo può essere vanificata dal terrorismo: il conflitto israelo palestinese. Ariel Sharon, formato il governo di coalizione, può avvalersi di un ampio consenso nella sua rivoluzionaria operazione di sgombero di Gaza e di parte del West Bank.
L'opposizione dei coloni che vi si contrappongono con disperazione e talvolta con ostinato estremismo, non sembra al momento in grado di bloccare il progetto, a meno di atti di spaventosa violenza di porre seri ostacoli sul terreno. Dall'altra parte, la morte di Arafat ha certamente sbloccato una situazione di stallo mortale creatasi in questi anni di Intifada. Abu Mazen è senz'altro un personaggio in cui è evidente, almeno al momento, la propensione per un tentativo di avvio di ripresa della trattativa, che si chiami o meno Road map; le sue dichiarazioni ripetute per cui intraprendere una guerra violenta contro Israele è stato un errore, sono di sicuro sincere. Ma d'altra parte, come dice con estrema chiarezza il sociologo palestinese professor Khalil Shikaki, le cui indagini mostrano una sia pur piccola crescita della propensione della società palestinese ad abbandonare la violenza, pure sussiste come grande variabile storica; resta determinante dietro l'angolo, il terrorismo, l'eventualità di un mega attentato, la possibilità nonostante il miglioramento della situazione (legato soprattutto al recinto di sicurezza che ha fermato, nelle zone in cui già esiste, il 90 per cento della marcia dei terroristi suicidi e degli spari dei cecchini sulle strade) che la società palestinese non voglia rinunciare all'ideologia dello shahidismo e dello jihadismo di cui l'ha nutrita la vecchia leadership tramite un incessante e capillare incitamento attraverso la radio, la tv, i giornali. Se il terrorismo vince, la pace non ha chance.
Infine un'altra variabile essenziale è quella del terrorismo internazionale: il Medio Oriente, lo si vede anche dall'atteggiamento prima di tutto dell'Egitto, e poi della Giordania, dei Paesi del Golfo, della Libia, dopo la guerra Irachena e l'Intifada non è certo alieno dalla tentazione delle riforme e della ricerca di un pò di progresso economico e scientifico. Ma dietro il muro occhieggia l'interesse decisivo per la destabilizzazione, l'uso del terrorismo a uso interno dei regimi autoritari, i sogni selvaggi di potenza dell'islamismo estremo: la corsa atomica dell'Iran, l'uso congiunto da parte di Iran e Siria degli hezbollah ormai infiltrati in parecchie zone calde del Medio Oriente, il contrabbando e la distribuzione di armi pesanti ai gruppi terroristi, la congiunzione fra il terrorismo wahabita di Bin Laden e quello sciita che si dirama dall'Iran, possono scuotere il mondo e trascinarlo verso gradi di destabilizzazioni sconosciute.
Resta tragicamente vero l'antico detto "si vis pacem, para bellum", ovvero occorre formare un'indispensabile unione della nazioni che intendono prevenire e combattere il terrorismo.
Il mondo deve mettere ogni forza nel tentativo di allargare il varco verso la pace che certamente si è creato, senza perdere d'occhi la variabile che ci costringe tutti quanti, oggi, a restare, volenti o nolenti, in prima linea: il terrorismo.
