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Nelle piazze europee si grida "morte agli ebrei"

domenica 1 febbraio 2009 Diario di Shalom 0 commenti

Shalom, febbraio 2009

Il conflitto israelo-palestinese ha fatto emergere i peggiori sentimenti antisemiti. Il mondo ormai parla frequentemente degli ebrei in termini mai permessi prima e negare la Shoà è diventata un’opinione ammissibile

Non alzate le spalle quando leggete che in Olanda nelle settimane della Guerra di Gaza i manifestanti antiisraeliani gridano “Hamas Hamas, ebrei al gas”. In testa al corteo marciavano il politico socialista Harry van Bommel e Greta Duisenberg vedova del primo presidente della Banca Centrale Europea, che gridavano educatamente solo “Intifada Intifada, Palestina Libera”, ma il loro seguito chiedeva un nuovo Olocausto e la scena era paradigmatica.

I manifestanti erano in buona parte immigrati, come del resto è accaduto a Londra, a Berlino, a Parigi, nelle altre città europee. E per la prima volta anche in Italia, con le manifestazioni di Milano e di Bologna si è avuto un misto genocida-politico. Inoltre, mai era accaduto prima che i nostri immigrati islamici si siano presentati in piazza tutti schierati per una causa, ma stavolta è accaduto.
Quando? Quando si è presentata l’occasione di manifestare, in occasione della guerra di Gaza, il proprio jihadismo, con il suo insito contenuto di antisemitismo. Non è che il conflitto israelo-palestinese, come invece ha detto Sarkozy sbagliando completamente la sua analisi, nutra l’antisemitismo. E’ proprio vero il contrario: l’antisemitismo dei nostri giorni ha gonfiato i sentimenti antisraeliani, e chi avesse qualche dubbio in proposito vada a vedersi tutto quello che è stato predicato da parte degli sceicchi e degli imam islamisti in Medio Oriente e nelle succursali europee: gli ebrei sono stati incessantemente chiamati figli di cani e scimmie, le mostruose caricature col naso a uncino, i dollari, i missili, peggiori di quelle dello Sturmer invadono i giornali arabi e quelli stampati in Europa in lingua araba; la carta di Hamas e i discorsi di Nasrallah invitano a uccidere gli ebrei in tutte le parti del mondo. Così è ormai da anni giorno dopo giorno, e così fa anche al Qaeda, Ahmadinejad promette la distruzione di Israele e il suo discorso antisemita, quello più estremo, trova immensa legittimazione e diventa discorso politico accettabile, veicolato com’è dal podio dell’ONU e da tutte le principali emittenti televisive con interviste e placide interlocuzioni. Ormai è discorso comune l’intenzione di distruggere gli ebrei e questo è indubbiamente legato alla diffusione in tutto il mondo, e quindi in tutta Europa, dell’ideologia islamista e con un sostegno educativo ed economico nelle madrasse, aiutate sia dal campo sunnita (Arabia Saudita) che sciita (Iran). L’Europa mentre riesce ancora a resistere alle pressioni ideologiche, almeno in parte, su questioni civili (chi metterebbe in discussione la monogamicità del matrimonio? Chi ammetterebbe la sharia che prevede la morte, la fustigazione, la lapidazione nelle questioni del cosiddetto “diritto d’onore” o dell’omosessualità) non possiede, nella sua storia, nessun rifiuto endogeno dell’antisemitismo. Esso è anzi parte del suo retaggio, e così accade che la Germania abbia un 25 per cento di antisemiti, i francesi il 20 per cento, la Spagna ha il bel primato del 46 per cento. Sul Wall Street Journal Daniel Schwammental nota che il dato sembra direttamente legato all’atteggiamento dei media spagnoli, i più ostili di tutti a Israele. Anche la manifestazione antisraeliana che ha portato in piazza 100mila persone, è stata la più aggressiva e antisemita di tutte. Ovvero: una società in cui l’antisemitismo ha una radice profonda e autoctona, prende fuoco quando una situazione acuta che riguarda Israele fornisce spazio all’aggressività importata dall’Islam.

Tale aggressività non è fine a se stessa, e inietta un dato importante e nuovo: la speranza di quel mondo a vedere Israele distrutta e gli ebrei sterminati. Questo non ha niente a che fare con la critica allo Stato degli ebrei, né col dibattito (del tutto aperto) sul numero dei morti a Gaza, né sui crimini di guerra, che certo Hamas ha perpetrato in numero ben più consistente di Israele usando i civili come scudo umano e facendo dei civili israeliani l’obiettivo della propria guerra. Ha a che fare soltanto con la determinazione, dichiarata più volte e in tutte le salse, allo sterminio: essa lentamente si insinua nel discorso politico col complemento della negazione della Shoah, che ormai è diventata, sempre più frequente nel mondo islamico, il comma dell’antisemitismo attuale. Essa suggerisce il paradosso consolidatosi con Ahmadinejad: se la Shoah non è esistita, gli ebrei spregevoli vigliacchi mentitori, ne meritano uno nuovo. Negare la Shoah non è più una scelta periferica, insieme demente e criminale, ma una parte del discorso pubblico deterioratosi con la contaminazione islamista, tanto che anche il papa riammette nel suo consesso un vescovo negazionista senza pensarci tanto. Il mondo ormai parla frequentemente degli ebrei in termini mai permessi prima. Essere negazionista non è più una vergogna, è una caratteristica culturale. Così come essere antisemita oggi non è più un dato in discussione: è la politica di Israele a diventare invece la pietra dello scandalo, non importa se in termini paradossali e inattendibili, come politica di razzisti, di massacratori, di violatori seriali di diritti umani. Tutto questo costituisce un terreno di delegittimazione che ci viene proposto giorno dopo giorno e che giorno dopo giorno deve essere rifiutato. La battaglia contro l’antisemitismo oggi è questo: una durissima lotta in cui saremo accusati di islamofobia e di voler sopprimere la libertà del discorso pubblico.

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