Mani legate in Libano e concessioni all’Iran. I dubbi di Netanyahu

Il Giornale, 25 maggio 2026
La pacca sulla schiena non fa bene, si sa: così ieri la telefonata di Trump che ripete a Netanyahu che il programma nucleare dell’Iran verrà smantellato, il fiero post del Primo Ministro israeliano che ritrae a colori i profili dei due leader uniti nel medesimo intento, suscitano ancora più agitazione, più punti interrogativi: che cosa sta succedendo veramente? Trump, secondo i suggerimenti di Witkoff e di Kushner si tira indietro con quel “memorandum of understanding”,lo schema di accordo con l’Iran che resta quello degli Ayatollah e delle Guardie della Rivoluzione dopo tanto sforzo; che forse riapre lo stretto di Hormuz e figura un negoziato di ben 60 giorni di cui niente è chiaro se non che gli iraniani lo useranno per i loro giochi? La frustrazione di Israele è contenuta, in cielo si disegna un immenso punto interrogativo: perché?
Se Hormuz riapre, una valanga di denaro, 25 miliardi, si riverserebbe al cessare delle sanzioni nelle casse degli Ayatollah sia pure con dovute verifiche; il regime può anche commerciare in greggio, per cui altri soldi si rovesciano nella sua economia defedata. IL regime balla. E prendendosi la bellezza di 60 giorni, l’Iran dovrebbe far sapere come, quando, dove avverrebbe lo sgombero di quei 460 chili arricchiti al 60 per cento, pronti a quel 90 per cento per la bomba atomica. Ma 60 giorni sono elastici come chewingum per lo shock diplomatico, per la sua esperienza e il dettato islamico che impone di ingannare per favorire le sorti all’Islam. E qui ce n’è. Il resto, i missili balistici e i proxy fautori dei passati, presenti, futuri 7 ottobre non solo non se ne parla, ma diventano zona proibita. Hamas è del Board of Peace. E soprattutto in Libano è proibito a Netanyahu di uscire dalla tregua; deve limitare le azioni dell’esercito a risposte alle continue provocazioni, invece, degli hezbollah, che hanno svuotato il nord d’Israele e uccidono i soldati con i droni iraniani a migliaia. Bibi anche se rivendica che in una telefonata con Trump ieri ha confermato la piena autonomia d’azione, sa benissimo che se l’America gli impone lo stop, anche anche il governo libanese sarà costretto a fermare i propri tentativi di pace con Israele a speso del disarmo degli Hezbollah. Paradossale: se Mujtaba dice sì alle richieste di Trump, il Libano verrà dichiarato per la prima volta, zona di dominio iraniano. E Hamas, che si rifiuta di consegnare le armi, si ringalluzzirà per l’accordo americano col suo mentore.
Di fatto, a Teheran manca l’acqua, ma i proxy hanno sempre seguitato a ricevere milioni, anche con l’aiuto del Qatar che con il Pakistan e la Cina, sono certo contenti se la guerra si chiude. E se effettivamente il trattato restituisse a Israele i famosi 440 chili, sarebbe certo un bene, ma le tonnellate di uranio arricchito al tre per cento, che aspettano solo la veloce “cascade” per diventare pericolo mortale per tutto il mondo dove andrebbero a finire? Se il regime resta al potere come si impedisce al regime islamofascista l’assassinio di massa della sua stessa popolazione, a decine di migliaia? Come si ferma la produzione di missili balistici che arrivano fino a Roma, o dei maledetti droni che uccidono col rumore di una zanzara? La verità è che qualsiasi trattativa con l’Iran è impossibile: Israele, la sua preda designata, lo sa meglio. Per Trump ci sono i Mondiali, il 2 luglio col 250esimo anniversario USA; il Haj della Mecca, le elezioni di Mid Term... e poi se ne riparla. Eppure la hybris iraniana è tale, la mania di vantarsi e di minacciare possono portare a una sorpresa. Ce n’è una al giorno.
