Un po’ di pazienza, prego, non spingete, perché non è mai servito. «Frenetico » è l’aggettivo che descrive l’attività internazionale seguita al summit di Sharm el Sheikh. I protagonisti sono solerti: Ariel Sharon corre verso lo sgombero: questa settimana Gerico verrà lasciata dall’esercito israeliano, prima fra cinque città palestinesi; Abu Mazen mostra ai terroristi che i tempi sono nuovi scegliendosi come primo generale Nasser Youssuf, un uomo d’ordine che Yasser Arafat non poteva soffrire. Ma quelli che spingono di più sono fuori dei confini del conflitto e sembra che facciano di tutto per rinnovare l’atmosfera dell’accordo di Oslo, quando la gioia era alle stelle, ma ne derivò una tragedia. Gli Usa ripetono che è urgente lo stato palestinese con terre contigue e spingono per un impegno di sicurezza trilaterale che Israele teme. A Londra Tony Blair prepara per il 1° marzo un summit e di fatto mette in campo un imponente schieramento pro palestinese: già si sono prenotati 25 stati incluso Egitto, Giordania, Tunisia, Marocco e gli stati del Golfo. I britannici vogliono anche il principe Faisal dall’Arabia Saudita. L’Egitto sta lavorando per un incontro a Sharm el Sheikh il 3 marzo (vi si svolgerà il summit fra paesi industriali e i paesi arabi) fra Condoleezza Rice e Faruk a’Shara, ministro degli Esteri della Siria, paese sulla lista dei cattivi per l’aiuto di Damasco al terrorismo. Anche la Nato per bocca del suo capo Jaap de Hoop Scheffer vuole già aiutare. L’Europa con il commissario Ferrero Waldner per ora indica la solita strada, tutta dalla parte palestinese. Eppure, si vede che quello che ha portato a un primo accordo è la formula «no al terrorismo, peace for peace, e poi, via con la road map». Magari si vedranno scambi territoriali, magari il coinvolgimento di altri paesi e arbitraggi: lasciamolo pensare ai protagonisti, per favore. «Land for peace» senza controllo, infatti, ha già generato un bel «land for war».