Lunga marcia per il successore di Sharon. Ogni giorno Olmert corre per 10 chilometri. Ma dopo il voto la strada si farà davvero ripida
giovedì 30 marzo 2006 Panorama 0 commenti
Tutte le mattine Ehud Olmert si fa 10 chilometri di corsa. Gli spot televisivi del suo partito Kadima lo mostrano in tuta, teso, pieno di determinazione e «stamina», come dicono gli americani, volto a raggiungere il traguardo. Dopo l’emorragia cerebrale di Ariel Sharon e la vittoria di Hamas, la sua corsa si è fatta dura. Eppure, solo dopo che avrà vinto le elezioni (si tengono il 28 marzo), il nuovo primo ministro comincerà a percorrere una strada davvero in salita: quella dello sgombero unilaterale da buona parte della Giudea e della Samaria e della definizione di confini definitivi per lo stato ebraico, con gli israeliani da una parte e i palestinesi dall’altra con il loro stato. Olmert ha promesso che ce la farà in quattro anni. Ancora una volta Israele vota per la sua sopravvivenza e per la pace, l’argomento che alla fine decide chi vince. Il popolo sembra voler credere (secondo sondaggi, con una percentuale intorno al 35 per cento) alla difficile promessa del successore di Ariel Sharon. Questo il suo programma: rinuncia unilaterale alle zone più popolate dai palestinesi, via dal tentativo devastante di avere a che fare con Hamas, presa di distanza netta da un odio che, dopo molte illusioni, si è dimostrato, nel tempo, invincibile. Ma anche addio definitivo all’illusione di poterlo dominare con la forza degli insediamenti. Dall’altra par te, Benjamin Netanyahu, con una furiosa e non irragionevole opposizione, ha ripetuto che Olmert favorisce ciecamente un «Hamastan » collegato all’Iran e agli hezbollah, una rampa di lancio per devastanti attentati terroristici. I laburisti, ancora favorevoli alla trattativa, non si capisce con chi, non hanno una vera proposta di sicurezza, ma possono contare su uno zoccolo duro di elettori che vuole metter fine alla disoccupazione (a quota 9 per cento) e alla miseria. La marcia di Olmert verso la vittoria non era apparsa tanto sicura dopo che Sharon era sparito dalla scena politica. Il partito Kadima si era trovato orfano, dubbioso se seguitare a giocare la car ta della paterna sicurezza di «Arik», della determinazione di fronte al terrore unita all’audacia degli sgomberi. Ma questa linea si è consolidata nel corso della campagna, mettendo da parte anche il tentativo dei partiti antagonisti, quello laburista di Amir Peretz o l’ortodosso Shas o i radicali di Meretz, di acquistare punti sulle difficoltà speciali ed economiche, sul salario minimo, sullo scontro fra religiosi e laici, nonché sui diritti delle donne, degli omosessuali e dei religiosi. Ma, come sempre, i palestinesi hanno messo la loro potente scheda nelle urne israeliane. In seguito alla vittoria dei seguaci dei Fratelli musulmani, Netanyahu aveva immaginato che la paura potesse risultare la carta vincente. Tuttavia, gli israeliani vogliono proprio quello che voleva Sharon: combattere il terrore senza inquinare la democrazia e i rapporti internazionali.
