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Libertà e democrazia sono le armi per battere il terrorismo

martedì 1 febbraio 2005 Diario di Shalom 0 commenti
La forza rivoluzionaria del voto: riesce a dare stima, dignità e coraggio ai popoli, trasformandoli da sudditi in cittadini

Le giornate delle elezioni in Iraq e quelle, più di un mese fa, delle elezioni nell'Autonomia palestinese sono una incredibile finestra sul futuro: chi le ha guardate bene ha visto, fra tanti discorsi apocalittici e pregiudiziali che invadono le pagine dei giornali europei, perché il disegno di George W.Bush possieda una carta vincente.

Si tratta della magia del voto, dell'incredibile gioia della democrazia, dell'estasi che da l'eguglianza che dona questo gesto semplice e preciso eppure così raro in Medio Orente e in tante parti del Mondo: affidare la tua scelta a un biglietto ripiegato, contare sul fatto che la scelta del povero e del ricco, del bello e del brutto, del sapiente e del semplice valgano alla pari, e che a tutti sia dovuto un rendiconto della fiducia concessa.

Nonostante il pericolo, chiaro e presente, la gente che veniva alle urne, sia lungo i boulevard vuoti di auto del centro di Baghdad, sia in tanti luoghi remoti come Bacuba, roccaforte del terrore, aveva sulle labbra un largo sorriso di vittoria, si metteva in fila nonostante la minaccia di morte ben presente e seria, come dimostrano i quaranta morti della giornata delle elezioni, in larghe hamule con le donne vestite a festa, addirittura con i bambini per mano. Dicevano frasi come "Ho vissuto solo per questo giorno"; "E' finita l'era in cui mi trovavo davanti solo un 'si' o un 'no' e se votavo 'no' ero un uomo finito"; "Finalmente mando a governare chi mi pare, scelgo io chi mi deve rappresentare".

E poi mostrava alle telecamere il dito blu d'inchiostro, quel dito levato come quello dei corridori che arrivano primi o dei giocatori che fanno goal e corrono intorno al campo di calcio, allegramente colorato di coraggio. Quanta autostima in quel dito levato, quanto senso di aver rischiato la vita per una causa giusta e santa, di aver celebrato col rischio della vita lo strumento più geniale inventato dall'uomo per battere l'ingiustizia e distruggere i muri della discriminazione sociale e culturale senza spargere sangue. Anche i palestinesi durante le ultime elezioni, le donne amareggiate da perdite e disagi profondi, i giovani con i giubbotti di pelle nei campi profughi in molti abituati alla crudele logica della morte alimentata dal rais scomparso nella guerra degli ultimi cinque anni, pure si appropriavano con orgoglio, senza esitazione dello strumento del voto, lo rivendicavano come prova di dignità e di potere.

Così è successo in Iraq. C'era in questo un trionfalismo incosciente di fronte al futuro certamente difficile della nuova repubblica irachena? Un senso di vittoria della maggioranza sciita e curda dominata ferocemente dalla minoranza sunnita per tutto il periodo di Saddam Hussein? Non direi: anzi, è straordinario quanto in campagna elettorale sia stato contenuto il discorso della maggioranza sciita che ha patito dal regime centinania di migliaia di assassini, e della minoranza curda, sterminata, gassata dalle milizie di Saddam. Ne è prova l'invito addirittura per legge ai Sunniti a partecipare comunque, che decidesse o meno di andare alle urne, al prossimo governo.

La magia del voto consiste oltre che nel dato psicologico dell'autostima di sé come cittadino, e quindi di gioia e di dignità, nel cambiamento nel senso della non violenza: nel voto si percepisce la possibilità di ottenere risultati senza uso di armi. E colpisce la rapidità di risultati che esso comporta in una società che fino a ieri non godeva del sistema di responsabilità che il voto comporta.

In una parola: Arafat non era obbligato (il voto che lo eleggeva col 90 per cento dei suffragi era fasullo) a garantire al suo popolo sollievo, benessere, il ritorno a casa dei prigionieri ottenibile solo tramite una trattativa con gli Israeliani, non aveva bisogno di comunicare una generale sensazione di sensatezza nella gestione del potere. Di fatto quindi aveva solo interesse a promuovere o a non impedire l'elemento base di una politica in cui al primo posto c'era la guerra pagata in prima persona dalla gente, ovvero la prosecuzione degli attentati stragisti dei terroristi suicidi. Abu Mazen, leader non eletto per carisma e con un voto contenuto rispetto al sistema satrapico in uso del mondo arabo, e anche contro ampie componenti alternative (Hamas anche se non partecipa alle elezioni attende nell'ombra, gruppi come quelli di Barghuty ottengono larghi consensi) deve dare al suo popolo un contraccambio del consenso, far intravedere la via del ritorno a casa dei prigionieri e degli uomini alla macchia e anche di quello Stato palestinese che la gente vuole nella realtà, e la cui prospettiva era per Arafat un lontano sfondo ideologico, onnivoro e di fatto inesistente.

E' per questo che Abu Mazen almeno per ora ha fatto (certo anche coadiuvato dal consueto sforzo israeliano) un autentico sforzo di contenimento rispetto al terrorismo, ha quasi bloccato (finché scriviamo, certo non si può mai sapere) i missili kassam da Gaza, e gli attacchi in generale si sono ridotti dell'85 per cento. Questo ha mosso un processo a catena che se non bloccato da motivi interni può essere rivoluzionario: l'incontro fra Sharon e Abu Mazen, lo sgombero addirittura da cinque città palestinesi dell'West Bank delle truppe israeliane.

Anche in Iraq l'esistenza di un governo eletto porterà probabilmente a un maggiore senso di realtà nella componente sunnita, che vorrà partecipare del futuro, e non restare attaccata a un sanguinoso passato che porta solo a altro sangue: il governo si impegnerà a fondo sulla linea della sicurezza, il controllo dei confini con l'aiuto americano potrà migliorare la situazione, una rinnovata fiducia in un Paese che ha mostrato tanto coraggio indurrà investimenti che faranno sentire alla gente la bontà della sua decisione di partecipare al voto. Insomma, si è aperto un processo dirompente, sempre che il terrorismo non riesca a compiere operazioni stupefacenti, il che è sempre possibile, che già risplende, un po' accecante, abbagliando le altre satrapie mediorientali.

In Iran, in Siria, in Arabia Saudita e anche nei Paesi arabi moderati certo la gente sogna di recarsi alle urne e di fare come in Iraq. Scegliere il proprio futuro, i propri rappresentanti, vivere la gioia del voto. Ecco, la benzina è proprio la grande forza di attrazione della democrazia: non è vero che il mondo arabo o in generale il mondo islamico sono attratti secondo le proprie tradizioni, come dicono tanti per spirito di polemica o per errate convinzioni, indietro nella loro tradizione dittatoriale.

Non c'è uomo che non voglia cogliere il frutto della dignità e dell'onore conferito dal voto libero, dalla stampa libera, dalla libertà di movimento. Solo che una parte del mondo è stato nei secoli impedito da questa rivoluzione. Questo ha causato l'attuale sanguinosa situazione mediorientale, e forse siamo in vista di qualche cambiamento a causa dell'intuizione del valore rivoluzionario del voto, e quindi della democrazia, degli Stati Uniti e dei loro alleati.

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