Libano, Hezbollah e il prezzo della prudenza

Il Giornale, 28 maggio 2026
Scuote la testa il cittadino del Kibbutz Misgav Am, in Alta Galilea, racconta di un drone esploso accanto all’asilo d’infanzia del suo villaggio. “Solo per un miracolo non c’era nessuno dentro” dice “Ma questo non evita che le famiglie coi bambini piccoli, che non possono altro che stare coi bambini e quindi non vivono più, se ne siano andate o progettino il trasferimento. Qui devi tutto il tempo guardare il cielo, e scappare nel rifugio. Se c’è un drone nel cielo di Tel Aviv succede il finimondo, ma qui al nord è la norma” Dunque le dichiarazioni di Netanyahu “Stiamo intensificando le operazioni in Libano”, l’allargamento della posizione dell’IDF oltre la linea gialla degli otto chilometri per bloccare missili e droni, per distruggere gallerie attrezzate per la guerra e l’invasione, il rafforzamento della zona cuscinetto insieme alle incursioni decise da due giorni che arrivano a Tiro ma non si spingono a Beirut... tutto questo non placa il grido di un Paese che lungo tutto il suo confine del nord è bombardato, sgomberato, perseguitato.
Il Capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha detto senza peli sulla lingua bisogna andare a Beirut e farsi rispettare perché Hezbollah sia costretto a osservare il cessate il fuoco del 15 maggio, prolungato di 45 giorni, ribadito dagli USA perché è una condizione indispensabile per continuare le trattative con l’Iran. Sembra lontana la speranza che Joseph Aoun realizzi il suo stesso desiderio di eliminare quel cancro, quello Stato nello Stato, che ha succhiato al Libano ogni forza e possibilità di pace. Aoun ha cercato di cacciare Mohamed Reza Sheibani, l’ambasciatore iraniano, dopo aver notato le sue continue interferenze nella politica libanese. Ma l’Iran ha conferito soldi e di armi agli hezbollah persino mentre si dibatte nella miseria e nella guerra. Hezbollah è la sua arma segreta, è il mezzo per tenere ferma Israele dato che è la condizione della trattativa con Trump: Israele può solo, quale che sia il suo evidente interesse, mantenere coi denti l’ atteggiamento di difesa attiva contro gli attacchi, queesto è permesso, in una situazione tuttavia estrema in cui la gente grida aiuto da confine, non può dormire ne sostentarsi e si muore. Domenica un soldato di 19 anni colpito da un drone, Nehoray Leizer, è stato seppellito nella disperazione dei suoi cari, il giorno avanti un altro ragazzo, Noam Hamburger, ha fatto la stessa fine, dall’inizio della tregua si sono avuti, 11 morti. E i droni che arrivano con un ronzio sottile non si possono fermare, hanno fatto anche venti feriti durante la tregua.
Solo prevenendo si potrebbe, ma questo comporta azioni sulle sedi del potere di Hezbollah, oppure su centri sensibili che convincano il governo finalmente a usare l’esercito per disarmare Hezbollah. Israele, a destra e a sinistra, non può accettare che approfittando della tregua e delle mani legate dalla trattativa di Trump con l’Iran che il nord sia l’ennesima pecora al macello della storia ebraica. Ma Bibi non può certo pagare il costo di una frizione eccessiva con Trump, specie in questo momento di incertezza in cui Israele vuole soprattutto una conclusione che preveda soprattutto la consegna dell’uranio arricchito. L’opposizione sull’abbraccio paralizzante di Trump, Benny Gantz dal centro politico esprime un sentimento comune quando chiede di colpire Beirut, la sinistra insiste, dentro il governo la destra dura si mostra il petto mentre Netanyahu deve stare cauto e concentrato, nonostante sia lui il primo che ha stabilito la svolta di prevenzione e azione, svolta vittoriosa,contro la “conceptia” che ha impedito di vedere che arrivava il 7 ottobre. Ma adesso il Libano è un nodo su cui converge il rapporto con Trump e il grande futuro; è notevole che si giochi il rischio di caduta di consenso, mentre partono le fanfare della prossima campagna elettorale. La sua cautela sarà giocata contro di lui, che deve affrontare il grande problema “Libano” guardando non solo a Nord, ma a tutti i punti cardinali.
