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Le incognite e le preoccupazioni di un nuovo anno all’insegna dell’odio e della violenza jihadista

mercoledì 2 gennaio 2008 Diario di Shalom 0 commenti
Si rafforza il terrorismo di matrice islamica che sfrutta la doppiezza dei paesi arabi moderati e lancia la minaccia globale all’occidente e a Israele
 
Mentre dal Pakistan giunge, nelle ore dell’inizio del nuovo anno solare, il boato del terremoto che squassa il paese dopo l’assassinio di Benazir Buttho da parte di Al Qaeda, Bin Laden dopo questa incredibile, epocale vittoria, si volge dalla parte di Israele e minaccia grandi attacchi terroristi. C’è da credere che ci proverà, perchè il successo lo esalta; e perchè la strada dell’odio antisraeliano è ancora, mentre nasce il nuovo anno, una delle basilari bandiere della Jihad Islamica. Ahmadinejad ha prescelto per primo il brand della distruzione dello Stato Ebraico come sua bandiera fondamentale; Bin Laden all’inizio della sua guerra all’Occidente nel 1998 nemmeno menzionava Israele, parlava di “crociati e di ebrei” senza occuparsi della “causa palestinese”; oggi invece ne fa il suo messaggio di fine 2007.
 
L’asse del male si compatta. La concorrenza sciita nell’odio contro Israele, rappresentata soprattutto da Iran, Hezbollah e Siria (in quanto nell’orbita iraniana), è controbilanciata e insieme rafforzata oggi da una decisa scelta sunnita. Al Qaeda e Hamas, che si barcamena in un rapporto contrastato con gli sciiti mentre i sauditi cercano di recuperarlo alla propria egemonia, gareggiano nel sogno di distruggere Israele, e non trovano nessuno a sbarrargli la strada. L’ampliarsi del fronte della jihad è un dato di fatto; solo in Iraq si comincia a vincere, laddove gli americani hanno cambiato rotta con la strategia del generale Petraeus. Egli ha semplicemente capito quanto fosse importante restare sul territorio di battaglia ogni volta dopo aver sconfitto il nemico, occupando spazio senza restituirlo nelle mani jihadiste; ha anche intuito che era possibile con gesti duri e diretti, senza ridere e senza piangere, cercare l’alleanza della popolazione davvero stufa del terrorismo; non ha ceduto a suggestioni compromissorie che vanno a braccetto con leader mezzo moderati e mezzo impelagati nel terrorismo.
 
La vera storia dell’anno che è passato, dunque, nonostante il tentativo della Conferenza di Annapolis che non tiene conto proprio del protagonista sulla scena, ovvero il terrorismo internazionale che combatterà la pace fino a che avrà fiato, è quella dello scontro con la dura realtà della jihad islamica sempre più determinata, convinta che vincerà la guerra di conquista contro l’Occidente. Essa è una forte malapianta ricca di milioni di uomini che non può essere fermata con la tradizionale politica di aggiustamenti locali, ma soltanto con decisione e coraggio. I leader locali minacciati dal terrore, devono astenersi, per ottenere il nostro aiuto, da implicazioni ambigue.
L’Iraq ne è la prova in positivo, l’Iran, i palestinesi, il Pakistan quelle in negativo. Gli Usa in Pakistan chiesero con molta forza a Musharraf di aiutarli a sconfiggere Al Qaeda dopo l’attacco alle Twin Tower. Il gioco era serio dissero gli americani, o starci o accettare le conseguenze di una rottura con gli USA. Musharraf accettò, ma solo per finta, e alla fin fine possiamo dire che ciò ha portato all’assassinio di Benazir Bhutto: Musharraff aiutò gli americani in Afghanistan e permise però ai Talibani e a Al Qaeda di ricostruire le loro basi in Pakistan. Quanto alla bomba atomica (il Pakistan ne possiede cento se non di più) Musharraf non lasciò che gli americani raccogliessero liberamente tutte le informazioni di intelligence necessarie a controllarne il futuro, e oggi la situazione si è fatta molto precaria, sul limite del disastroso. I Talebani e Al Qaeda occupano vaste porzioni territoriali e mettono a rischio, specie oggi nella confusione successiva all’assassinio, l’ordine mondiale. Le bombe possono finire in mani molto ostili all’occidente. Anche l’Arabia Saudita non è mai stata costretta ad abbandonare la sua doppiezza nel fornire fondi a destra e a manca, specialmente alle madrasse in cui crescono in tutto il mondo gruppi estremisti; e persino l’Egitto, il Paese moderato per eccellenza, sembra aver consentito il passaggio di molte armi per Hamas dentro Gaza. La doppiezza non aiuta, i moderati devono essere veramente tali per intero, e non a metà, se non esigiamo chiarezza la jihad è destinata a crescere. Innanzitutto dunque, dobbiamo verificare il nostro atteggiamento.
 
Se guardiamo all’Iran l’attitudine confusa di tutto l’Occidente (compresi gli Stati Uniti col loro rapporto dei servizi segreti che lascia sperare che l’Iran abbia smesso di produrre la bomba) porta Ahmadinejad a procedere tranquillamente nell’approntare i reattori atomici e i missili Shihab a lunga e lunghissima gittata con testata capace di portare qualsiasi materiale distruttivo, compreso quello atomico. Prosegue l’attivo aiuto della Russia e la politica di sanzioni non prende il volo. Quanto al conflitto israelo-palestinese: la buona volontà di Abu Mazen, che tuttavia non si esprime mai sulla necessità di “due stati per due popoli” ma lascia tutto in un’oscurità che consente agli estremisti di sognare la conquista di Israele intera, non riduce o evita l’aggressività di Hamas.
Di fatto, tutto quello che il leader moderato in questo caso riesce a fare, è condurre trattative sempre molto esitanti per la paura della reazione della potentissima parte estremista del suo popolo affascinato da Hamas anche nell’West Bank. Anche Abu Mazen soffre la soggezione del padrone di casa del mondo arabo e mussulmano contemporaneo: la jihad islamica. Non c’è nessun leader moderato che possa imporre al suo popolo una svolta: sa che non può farcela di fronte all’attore principale, al protagonista dell’epoca che è dotato di molti mezzi, di una passione spirituale e epica che porta ad atti di fantasia e di coraggio (li chiamiamo così attribuendo loro tuttavia in questo caso un significato interamente negativo) che la parte moderata, esitante e spesso corrotta, non sa concepire. Noi a nostra volta lasciamo soli i veri moderati, i dissidenti, perchè siamo tiepidi, incerti, insicuri. L’augurio più grande a noi stessi e al mondo mussulmano è quello di trovare finalmente la strada giusta, che è senza dubbio quella del coraggio. La politica della adattabilità a tutti i costi è fallita, e sulla strada da essa aperta marcia il carro armato della jihad.

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