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Le dittature hanno i giorni contati

martedì 1 aprile 2003 Diario di Shalom 0 commenti
Nemmeno nel 1991, quando 39 missili di Saddam Hussein piovvero su Tel Aviv e dintorni, Israele si trovò così coinvolto in un corpo a corpo col dittatore iracheno. Oggi, per strano che possa sembrare, si tratta di un coinvolgimento psicologico assai più denso e drammatico, e che si interseca su vari piani. Prima di tutto, allora l'inimicizia di Saddam era scritta nella storia del suo Paese, sin da quel 1948 quando l'Iraq mandò le sue truppe insieme ad altri quattro eserciti arabi a "buttare gli ebrei in mare", come dissero le nazioni mediorientali dopo la spartizione dell'Onu; sin da quando poi l'Iraq si rifiutò persino di firmare l'armistizio che invece gli altri quattro firmarono, era scritta nel fatto che Saddam ha sempre dato di "sionista" a chiunque in diversi momenti volesse disegnare come disgustoso, da sterminare: per esempio Khomeini durante la guerra con l'Iran, o Assad quando le cose non andavano bene con i siriani. Sì, anche loro per Saddam erano "sionisti", come oggi gli americani e gli inglesi. Saddam nel campo del rifiuto arabo però, ed ecco la novità, recentemente si è distinto per qualcosa di ben diverso dalla propaganda o persino dalla consueta aggressività verbale degli altri Paesi, ovvero il finanziamento del terrorismo palestinese tramite il versamento di decine di migliaia di dollari, dai 10mila ai 25mila per ogni famiglia di "shahid", per aver pagato in contanti, dunque, il terrorismo palestinese. Cosicché è riuscito persino a imbarazzare Arafat, che invece ha versato 1000 dollari a famiglia quando poche settimane fa, in una manifestazione pubblica nell'Autonomia è stato festeggiato il 35esimo milione di dollari versato da Saddam ai terroristi. A differenza degli altri rais arabi - compreso Bashar Assad che si distingue per antisemitismo e per ospitalità a Hamas e alla Jihad islamica a Damasco, compreso l'Iran che finanzia gli Hezbollah e altre formazioni terroriste - Saddam è oggi il più militante proprio nel fomentare la specifica attività del terrorismo suicida, il fenomeno più nuovo e, secondo il punto di vista dell'odio, il più efficiente e promettente. La presenza del sorriso da gatto del Cheshire di Saddam Hussein nel cielo palestinese porta molto male, molto discredito alla lotta per uno Stato indipendente: è significativo che nei giorni scorsi le famiglie di palestinesi in carcere perché sospetti di attacchi terroristici abbiano mandato una lunga lista di nomi di prigionieri a Saddam, chiedendo di farne oggetto di scambio con i militari americani o inglesi nelle sue mani. In cima alla lista Marwan Barghouti, capo dei tanzim, sotto processo in queste settimane. L'identificazione con Saddam, come riportano: i giornali palestinesi, porta in questi giorni di guerra, la maggioranza delle famiglie cui è nato un nuovo figlio a dargli il nome del rais iracheno; la canzone più venduta loda appassionatamente il dittatore, ed è al solito di un cantante egiziano, lo stesso che scrisse "Odio Israele", un altro hit nella parata della musica più ascoltata; le strade dell'Autonomia cambiano nome e vengono proclamate "Via Bagdad" e "Piazza Parigi". La guerra intera viene ritenuta una diabolica creatura del sionismo dominatore, un dibbuk ebreo messo in scena dagli americani. Israele sente anche vicino il dibattito su una guerra in cui gli americani, di fronte alle città irachene, cercano con difficoltà di evitare lo spargimento del sangue dei civili, la difficoltà del tutto nuova di scontrarsi con chi non indossa una divisa pur essendo armato, di avere di fronte innanzitutto un'avanguardia agguerrita che oltre a minacciare il nemico tiene in pungo con la forza la propria popolazione privata della voce che la democrazia invece fornisce a chi vive nel tuo Paese: quasi sempre, per criticare le azioni che vengono ritenute anti umanitarie. Israele riconosce come suo il senso di una guerra che individua nella dittatura, nel satrapismo mediorientale, la fonte dell'odio che porta al terrorismo, lo finanzia, lo usa, sfrutta la valvola di sicurezza antiamericana e antisemita per stabilizzare il proprio potere; riconosce le facce stanche e spaventate di quei ragazzi cresciuti nella cultura dei diritti umani, che preferirebbero non sparare ma che invece devono giocare una guerra di sopravvivenza contro il terrorismo e la minaccia dell'estremismo mediorientale che ha già colpito terribilmente il loro Paese. In più, un altro elemento di forte simpatia è la sofferenza di chi si sente giudicato ingiustamente, di chi viene accusato di imperialismo in base a schemi proiettivi o in mala fede, di chi non ha nessuna voglia di dominare e viene costretto a guerreggiare suo malgrado. Via via che la guerra procede, Israele viene chiamata dentro il conflitto da Tony Blair prima ancora che da George W. Bush, come pegno di una resa dei conti in cui la coalizione deve dimostrare un desiderio rotondo e perfetto di portare la pace in Medio Oriente, non solo con la guerra a Saddam, ma anche riconducendo palestinesi e israeliani allo stesso tavolo di trattative. Bene. In questo non c'è nulla di male: se la guerra sortisse anche questo effetto, e di fatto ha già consentito che Arafat lasciasse sia pure in parte la scena ad Abu Mazen, sarebbe già qualcosa. Ma c'è un elemento che appare forzato e pesante nel fatto che Blair spinga avanti la trattativa sulla "road map" proprio nel bel mezzo di una sanguinosa guerra, qualcosa che parla soprattutto della pressione che egli sente sopra di sé da parte dell'elettorato inglese, che in buona parte è contrario alle sue scelte, e al Consesso Europeo, di cui fa pur parte. Il suo ministro degli esteri Jack Straw, che ha già varie volte dichiarato la sua antipatia per Israele, ha commesso l'errore di dichiarare in pubblico che il mondo adesso deve dimostrare di non applicare un doppio standard per l'Iraq e Israele rispetto alle risoluzioni dell'ONU che devono, dice, essere applicate da tutti e due i Paesi. Una dichiarazione di chi ignora i fatti o è in mala fede, e che certo Tony Blair non avrebbe rilasciato: infatti l'Iraq, a differenza di Israele, è vincolato da risoluzioni che vanno sotto il capitolo 7, risoluzioni cogenti che rispondono a una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e che comportano di per sé azioni di intervento se non vengono assecondate. Niente di tutto questo per le risoluzioni riguardanti Israele, incluse nel capitolo 6, che prevedono una trattativa per la restituzione "di" o "dei" territori, su questo la disputa è infinita; e che comunque Israele ha tentato più volte di restituire trovando come risposta il solito rifiuto arabo, salvo che nel caso egiziano. Adesso la road map potrebbe essere una buona piattaforma di risoluzione, anche se l'attuale governo israeliano ha presentato molte eccezioni di sicurezza alla sua applicabilità, ma certo non sono parole come quelle di Straw, con paragoni insultanti e bugiardi, che spingeranno verso la pace. Vale molto di più che Blair spieghi che la sicurezza di Israele sta a cuore al mondo, come ha fatto, o che Bush chieda fermamente ai palestinesi di organizzare una leadership democratica e antiterrorista, piuttosto che una dichiarazione minacciosa e avventuristica. Anche Blair deve capire che più della fretta vale, in una parola, il processo: la pace può davvero trovare una buona spinta nella road map, a patto che le cose in Medio Oriente risultino, con l'espulsione di Saddam, meno aggressive, meno foriere di morte verso Israele, sempre assediato. A patto che Abu Mazen faccia capire ai palestinesi che l'era del terrore è finita. Poi ognuno potrà chiamare il suo bambino come vuole, anche se Benito e Adolfo furono nomi che passarono velocemente di moda.

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