Le difficoltà di Arafat
Ma poi Arafat questo accordo lo ha rifiutato; e quando tornò da Camp David con le dita a segno di V, mentre gli israeliani non capivano assolutamente cosa fosse successo, Arafat si era già avviato verso la via dell'Intifada. E non di un'intifada qualunque, ma quella della Moschea, la santa Intifada di Al Aqsa, quella che idealmente collega il movimento palestinese di un tempo, strettamente nazionalista e con fini territoriali, a quello generale, relativo invece alla grande insorgenza islamica per cui oggi il mondo è in guerra.
E questo è un punto importante dell'intricarsi della questione israelo-palestinese, ma non è il solo.
Che cosa è dunque accaduto ad Arafat, e quanto l'uomo è ancora un partner possibile per la pace?
Per capire il rais, bisogna innanzitutto rendersi conto di un fatto: egli, piuttosto che passare alla Storia come traditore della sua gente, è disposto a qualsiasi cosa, anche a correre verso la sicura rovina. Arafat, fra le mille invenzioni che hanno fatto dei palestinesi una bandiera di tutti i movimenti terzomondisti antimperialisti, oltre ad essersi inventato il ruolo coloniale e aggressivo di Israele, oltre ad averne costruito lentamente una delegittimazione subdola e insistente passando per il tema dei diritti umani fino ad arrivare a dire che il Tempio di Salomone non è mai esistito, ha puntato tutto sull'unità del suo popolo. Arafat è un leader estremamente sensitivo, che vive frugalmente e senza un attimo di riposo: solo, in una totale compenetrazione con la lotta palestinese. Hamas quindi, non è mai stato un corpo estraneo per lui. Tantomeno oggi che raccoglie il 60 % dei consensi. Anche durante il processo di pace ha conservato con Hamas e la Jihad islamica mutui patti di unità nazionale, rinnovatisi a Kartum nel gennaio del '93, anno della pace, e al Cairo nel dicembre del '95. Quando, proprio grazie a questi patti, nel '96 Hamas fu libero di rovesciare su Israele una quantità di terribili esplosioni suicide, specialmente di autobus, che portarono alla morte di 200 cittadini, allora Clinton e Peres (che era allora Primo Ministro) premettero su Arafat in maniera definitiva. E Arafat in una sola notte mise in carcere 100 uomini, e in una settimana 1500. Gli attentati smisero.
Perché Arafat allora fermò gli uomini di Hamas? Perché ancora sentiva che la maggioranza del suo popolo, nonostante cominciasse a coprirlo di rimproveri per la prepotenza delle sue gerarchie e dei suoi armati dentro l'Autonomia, oltre che per la corruzione, teneva per la pace prossima ventura e spingeva ancora sulla via del rapporto con Israele e con l'Occidente in generale, inteso soprattutto come Clinton. Ma presto la delusione si fece rivolta, presto le infrastrutture di Hamas, anche se non i suoi armati, cominciarono a sostituire il malfunzionamento dell'Autonomia Palestinese. Scuole, ospedali, aiuti alle vedove e ai vecchi seguitarono a sostituire le strutture che Arafat non si era deciso a sviluppare, e presto l'eccitazione di una nuova ideologia trionfalista, quella dell'islamismo dilagante, raggiunse la piazza. E con la piazza, Arafat. Essa trovava un facile impianto sulla cultura antisraeliana dei media, delle università, e delle scuole di Ramallah, Betlemme, Gaza etc., mai modificata alla base. Le cartine geografiche su cui si studia non hanno mai ammesso l'esistenza di Israele, lo shahid (il martire suicida) è sempre rimasto un esempio.
Arafat tornò dunque facendo il segno della vittoria, perché la sua più profonda vittoria, quella interiore, quella che gli garantisce la sopravvivenza come leader, era sentirsi di nuovo in sintonia con la rabbia e la disillusione del suo popolo.
E qui Barak fu sconfitto da Sharon, proprio come Peres era stato sconfitto da Netanyahu: sull'onda degli attentati.
Arafat dunque non cederà mai ad una logica politica: ciò che gli interessa è vivere ed eventualmente morire come Mr. Palestina. Difficile dire quali attentati egli abbia direttamente promosso, quali abbia semplicemente lasciato andare, quali abbia invece proibito: quello che è certo è che nel corso dell'Intifada l'aria del tempo si è così diffusa che il Fatah, la sua organizzazione, i tanzim, il braccio armato popolare che ne è una derivazione, e Forza 17, la sua guardia personale, hanno compiuto secondo gli israeliani almeno un terzo dei numerosissimi attentati di questi mesi, e ultimamente figurano fra quei tristi "martiri" che col mitra e il Corano si fanno filmare prima di andare verso il loro ripugnante destino di assassini di innocenti.
Arafat può quindi momentaneamente riprendere una trattativa, ed è possibile che sotto le pressioni internazionali si decida a fare delle mosse che fermino il terrorismo: ma finché l'ondata profonda dell'anima palestinese è acutamente antisraeliana, tale egli resterà. E' quindi con estrema cautela, anche se la speranza non deve mai abbandonare Israele, che esso deve riprendere a parlare con lui. E solo se compirà mosse altamente significative.
Arafat è un grande survivor : i siriani volevano ucciderlo, i giordani gli hanno sterminato diecimila compatrioti, gli israeliani lo hanno cacciato dal Libano e hanno cercato varie volte di farlo fuori. Arafat, come un gatto dalle sette vite, è sempre riuscito non solo a scamparla ma a trasformare le sue fughe in nutrimento per la sua popolarità, fra i suoi e in Europa. Adesso, dopo questa ondata di attentati che ha trasformato Israele in un mare di sangue, di feriti, di ciechi, di ragazzi che mai più avranno una vita normale, dopo un breve periodo di condanna è di nuovo diventato agli occhi di noi europei un povero vecchio assediato. Questo è ingiusto: Arafat ha proclamato ai quattro venti la disponibilità alla pace, e ha mantenuto un patto con Hamas che si è rifiutato di rompere di fronte ad ogni pressione, anche a quella dell'inviato americano Zinni. Che lo si veda dunque almeno nella giusta luce: un uomo che ha deciso ogni mossa secondo un'ispirazione tutta sua, sotto la pressione solo della sua scelta. Responsabile di tutti i suoi guai, fino in fondo.
E che - come dice Shimon Peres - per essere un vero leader deve finalmente decidersi a pagare il prezzo della popolarità presso l'ala estrema dei suoi.
Cosa che difficilmente accadrà.
