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Lapide con o senza kippà?

sabato 1 gennaio 2000 Diario di Shalom 0 commenti
Fra le dozzine di discussioni che affannano Israele in questo momento, una - l'ennesimo pretesto per un 'testa a testa' fra laici e religiosi - riguarda il monumento a Tel Aviv in memoria di Ytzhak Rabin, Primo Ministro assassinato quattro anni or sono. Può piacere o non piacere, ma quello di cui si parla soprattutto è l'iscrizione che la famiglia Rabin e lo scultore David Tartakover, autore del monumento, hanno voluto restasse a perenne memoria della tragedia. In particolare, oggetto del contendere è il fatto che, invece di riportare il nome dell'assassino di Rabin, la lapide ricorda che l'omicida è "un ebreo che indossa la kippà": così viene definita la sua identità. Il motivo, spiegano la famiglia e l'artista, è che non si è voluto incatenare l'uno all'altro il nome di Rabin e quello del suo assassino, consegnando così ai posteri la memoria del primo e anche quella del secondo per sempre inscindibili. E dunque una scelta morale quella della famiglia, ma come tutte le scelte morali contiene un elemento di travisamento storico, un'intenzione educativa che tradisce la realtà. Prima di tutto, poiché purtroppo il nome della vittima e quello del suo assassino sono inscindibilmente legati, anche se tutto l'amore è dovuto al primo e tutto il biasimo al secondo. Cancellare il nome del reprobo toglie complessità al crimine, lo appiattisce su una realtà ideologico-politica destinata a svisare il meandro di orribili pulsioni che conducono al delitto l'uomo, tutti gli uomini, di fatto assolvendo proditoriamente rispetto al tema stesso del male una parte rispetto a un'altra, come se mai l'appartenenza ad una parte politica avesse salvato dal delitto, e invece l'adesione all'altra avesse favorito la tendenza criminale. In questo caso, è del tutto evidente che la definizione "un ebreo che indossa la kippà" è allusiva di un mondo grande quanto indefinito, la cui stragrande maggioranza non si sognerebbe neppure lontanamente di perpetrare un così orrendo crimine. Al contrario, molti che "indossano la kippà " lo hanno condannato e magari appartengono, come Avraham Burg - il presidente della Knesset che indossa sempre la kippà - alla sinistra militante e pacifista. Invece ci sono molte altre caratteristiche relative a Ygal Amir, l'assassino di Rabin, che potrebbero essere generalizzate, e meno male che non lo sono state: per esempio la lapide avrebbe potuto scrivere (cosa che per fortuna non è avvenuta) che l'assassino è un giovane yemenita, oppure che apparteneva ad un gruppo nazionalista, o che era bruno e magro... Secondo la nostra opinione, quello che meglio caratterizza la scelta di Ygal Amir di assassinare Rabin è il suo estremismo unito alla sua fragilità mentale, due caratteristiche che spesso vanno insieme, ma che non definiscono una 'famiglia' politica. Oltre a ciò, un altro tratto che ha caratterizzato Amir è stata la sua adesione alla parte più superstiziosa dell'ebraismo religioso, quella che si affilia ai rabbini comminatori del din rodef (una sorta di condanna a morte preventiva per aver causato pretese sofferenze al popolo ebraico), e non alla sua corrente centrale, il cui equilibrio non è affatto minato da una kippà in testa. Dunque è un dato di fatto che Amir è religioso, è un dato di fatto che è nazionalista, ed anche che è yemenita, e magro, e bruno, e anche fragile, presuntuoso, bisognoso di apparire, figlio di una madre forte e ideologica, piena di figli, e di un padre che è un povero scriba di ketubot, venuto a piedi dallo Yemen e mai emancipatosi. Di fronte a questa complessità, quello che ci viene in mente è che solo il nome proprio dell'assassino, che ormai sarà comunque nella storia considerato bestemmia da tutti gli uomini di buona volontà, contiene tutte queste caratteristiche e anche quell'elemento misterioso (che chiamiamo Male) che può portare un individuo a commettere atti orrendi come quelli commessi da Ygal Amir. La lapide deve raccontare la verità storica, ed essa non riguarda gli uomini con la kippà ma Ygal Amir in persona, a cui ognuno è libero di aggiungere tutti gli attributi che vuole. Altrimenti la storia ricorderà una vicenda che non è quella autentica, anche se Amir - e sia questo un memento per chi in nome della religione pretende a sua volta di chiamarsi fuori dalla storia - indossa veramente una kippà.

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