La strana serenità di resistere
lunedì 1 settembre 2003 Diario di Shalom 0 commenti
A Tel Aviv lungo la passeggiata a mare alle sei di un mattino di settembre, una moltitudine di anziani fa ginnastica o siede sulle sedie di ferro a chiaccherare, qualcuno già prepara il tavolo per lo shesh besh o gli scacchi. Il mare racconta la storia di ciascuno; di là dall'azzurro case e persone lasciati anni e anni indietro salutano con la mano, ma una signora sulla settantina insiste, qui e adesso, nell'insegnare a due vecchi sui novant'anni a giocare con le matkot, le racchette di legno che più avanti durante il giorno i giovani useranno per sferrare colpi micidiali al destino. I bagnanti giaceranno terrorizzati che una pallina possa colpirli. Ieri c'erano 37 avvertimenti di attentati terroristici, solo due giorni or sono è stato seppellito un ventiseienne ucciso mentre tornava a casa in automobile a colpi di fucile, da lontano, e sua moglie ha dato alla luce all'ospedale mezz'ora dopo una bambina. Sull'uscita dell'autostrada da Gerusalemme a Tel Aviv la coda è terribile perché c'è il solito hefez hashud, un oggetto, una valigia, uno zaino, un pacco sospetto che la polizia farà esplodere ripristinando il traffico esausto e spazientito. Le scuole sono cominciate il primo di settembre, e devono avere le guardie sull'ingresso. Le ferite dell'attentato all'autobus numero due di Gerusalemme sono ancora fresche, 21 morti sono uno dei prezzi più alti pagati a un solo attentato in una vicenda umana e psicologica che resta ancora sconosciuta e incompresa alla maggior parte del mondo. Chi capisce cosa vuol dire aver subito innumerevoli attentati in tre anni? Una ragazza di 16 anni è sparita da cinque settimane al nord, suo padre, che certo non è ricco, ha offerto 50mila dollari a chi fornisca notizie salienti. I rapimenti sono pane quotidiano, Nasrallah spara katiushe e discute restituzioni di corpi vivi e morti. Ma i giornali degli ultimi giorni dell'anno riportano una notizia straordinaria: l'83 per cento degli israeliani invece di lamentarsi si dichiara "felice della propria vita", l'82 è soddisfatto del proprio lavoro, il 94 contento della sua famiglia. Se si guarda indietro agli eventi di questo anno che si conclude, eppure, ragioni di felicità davvero non ce ne sono molte, almeno non secondo i criteri ritenuti normali dagli italiani, quelli della propria tranquillità e del proprio benessere. La pace appare ancora lontana. Il generale convincimento formatosi durante il secondo anno di Intifada era quello che bisognasse seguitare a combattere nella speranza di un nuovo assetto mediorentale che consentisse, in generale, di battere il terrorismo in un processo politico di democratizzazione dell'area intera, a partire dall'Irak, e in altro modo, dell'Autonomia Palestinese. Oggi, questo processo non mostra un punto d'arrivo definito nel tempo. E tuttavia, l'anno che si conclude all'inizio aveva portato con sé, la sicurezza per niente scontata che Israele non è stata schiantata, paralizzata, impaurita a morte dal terrorismo, e che anzi i palestinesi sentivano su di loro il fallimento di una linea di violenza e di terrorismo suicida: essa, era stata costruita a sorpresa da Arafat per provocare la reazione di Israele, chiamare forze esterne nell'area per fornire vantaggi che il rais non dovesse pagare con la firma di pezzi di carta definitivi e che lo costringessero a rinunciare al sogno di una grande Palestina. Questo non è accaduto. Di fatto, Sharon è stato rieletto nel gennaio sulla piattaforma della promessa di uno Stato Palestinese in cambio della fine della violenza, e su questa ipotesi è stata costruita la Road Map, il secondo grande evento di quest'anno. Il terzo, è purtroppo il suo attuale stallo sullo scoglio del terrore. L'incontro di Aqaba, (nel giugno) in cui il Presidente Bush, insieme al Primo Ministro palestinese Abu Mazen, aveva presentato al mondo la speranza di un accordo di pace che sanasse simbolicamente e nei fatti le ferite inferte dall'estremismo terrorista al Medio Oriente, che ne fosse la panacea, che dimostrasse in definitiva l'efficacia della guerra al terrorismo; doveva essere per il mondo intero l'apertura di una porta alla pace dopo la guerra all'Iraq iniziata alla fine di marzo. Una guerra lontana, ma molto vicina per Israele, avezza alle minacce di Saddam Hussein e ai suoi poderosi finanziamenti al terrorismo suicida. La guerra è passata senza danni, mentre di nuovo, come nel '91, i palestinesi incitavano Saddam a colpire Tel Aviv: il fantasma dei 50 missili della Guerra del Golfo era spesso, tangibile. Oggi Israele si trova a combattere la sua battaglia contro il terrorismo, a calibrarla su un disegno internazionale da cui Abu Mazen deve uscire salvo perché la pace deve uscire speranzosa. Mentre Arafat gli tende ogni trappola, ad Israele viene continuamente richiesto di salvarlo ignorando che il terrorismo non è mai finito. La road map e tutte le sue premesse e promesse non mantenute, non ha funzionato. Solo dagli sgomberi militari del 29 giugno fino al 26 agosto, ci sono stato 28 israeliani uccisi e 178 feriti, e le attività terroristiche non si sono mai bloccate. Israele ha inaugurato dopo l'attentato dell'autobus numero 2 la politica delle eliminazioni mirate dei membri di Hamas, una scelta dura e decisa, che addita senza sconti le responsabilità del terrorismo islamista, ma che lascia la porta aperta alla prosecuzione della Road Map, checché propagandisticamente, per ragioni di consenso interno, possano dirne Arafat e Abu Ala. Se cerchiamo allora di capire come può essere che un israeliano si senta soddisfatto la strada non è facile, ma mi viene un'immagine alla mente, un'immagine saliente insieme a quella delle famiglie che imperturbabili la mattina partono per il loro jogging: è l'immagine di Ilan Ramon, l'astronauta mite e sorridente, il primo israeliano che la Nasa, abbia mandato nello spazio, e che ha perso la vita insieme ai suoi compagni rientrando dal viaggio nell'etere. Ramon era un pilota da guerra di 48 anni, che bombardò il reattore nucleare iracheno di Osirak e compì centinaia di azioni al servizio del suo Paese; ma il suo desiderio di pace era limpido, cristallino. Israele lo ha guardato estatica portarsi nell'astronave un pugno di terra d'Israele, la bandiera, una piccola Torah che era stata a Bergen Belsen, gli esperimenti scientifici sui cristalli di una scuola di Kiryat Motzkin, un bicchierino da kiddush, una moneta del 69 a.C. che porta l'iscrizione "Salvezza per il popolo d'Israele". Ramon era semplice e senza retorica, pieno di tenerezza per quella piccolissima terra che indicava da lassù agli altri astronauti, una comunità di tutti i colori, dalla ragazza indiana al giovane nero che viaggiavano con lui l'ultimo viaggio in completa pace e armonia. Era pieno di attenzioni, di parole amorose, per la moglie Rona e i bambini. Suggeriva un'appartenenza indelebile, un'impegno definitivo e convinto a mantenervi fede, costi quel che costi. Un'identità nazionale calma, che in Israele si è ancora rafforzata durante questo terzo anno di Intifada; senza perdere la testa, senza disperare, seguitando a resistere alla tentazione di usare la forza finché ce ne sia bisogno. Questo è il segreto della strana serenità di quell'83 per cento della popolazione d'Israele con cui si conclude l'anno 5763: si chiama identità.
