La stabilità è un falso idolo
mercoledì 1 giugno 2005 Diario di Shalom 0 commenti
Per inseguire un’illusoria tranquillità l’Europa è disposta a compromessi anche con i terroristiQualche giorno fa, sull'onda dell'entusiasmo per la rivoluzione libanese seguita all'assassinio di Rafik Hariri e mentre i siriani preparavano qualche valigia, sono andata ad ascoltare la conferenza di un intellettuale tendenzialmente non ostile ad Israele, un esperto di Medio Oriente che spesso partecipa al dibattito pubblico sull'argomento e che, fatto non irrilevante, era appena tornato dal Libano.
Là, ho imparato parecchio rispetto all'atteggiamento degli europei di fronte alla democratizzazione del Medio Oriente: il conferenziere infatti, profondamente radicato nelle sue opinioni nelle quali credeva con cristallina accademicità, e, credo, innocentemente, non vedeva niente altro se non una sua oggettività dei fatti che si può riassumere così: la democratizzazione del Medio Oriente, in particolare del Libano, è una bella cosa. Anche in Iraq essa è in corso e ce ne rallegriamo dopo aver gioito del voto così massiccio e eroico, anche se certo, ha ripetuto il professore in modo aspecifico e come dovuto, gli americani hanno fatto tanti di quegli errori…
Per quello che riguarda il Libano su cui abbiamo scambiato prima opinioni in un breve dialogo e poi in pubblico, al professore appariva positivo il fatto che gli Hezbollah cerchino una loro via di integrazione nella società politica che si sta configurando.
"Come - gli abbiamo chiesto - quegli stessi Hezbollah che tengono dodicimila missili puntati sul nord di Israele? che seguitano a bombardarlo solo perché la lotta contro il nemico sionista è la loro ragione sociale insieme all'antiamericanismo, gli stessi Hezbollah che gridano a ogni raduno di piazza "Morte all'America, morte a Israele", che finanziano le organizzazioni terroriste palestinesi per conto della Siria e dell'Iran, che smembrano i soldati israeliani e ne usano i corpi a pezzi per i loro scambi, gli stessi che negli anni Ottanta hanno inventato le autobomba che hanno fatto centinaia di morti, che ora hanno organizzazioni in quaranta Paesi del mondo, che dopo che Israele ha sgomberato il Libano secondo i confini stabiliti dall'ONU seguitano a attaccarlo con le katiushe, che tengono il Libano Meridionale in ostaggio usandolo come base di lancio e di continua deterrenza alla pace dell'area, che ripetono che Israele sarà distrutto per sempre?"
La risposta è stata cortese, generica, accademica: gli Hezbollah sono rappresentati persino in parlamento, sono una forza molto notevole, fanno del bene ai poveri del Libano e ai profughi palestinesi che li sostengono… Insomma, alla lunga li vedremo seduti nel governo democratico del Libano, e sarà positivo perché questo eviterà la violenza. Ovvero: ecco di nuovo comparire il solito termine europeo che ha distrutto ogni principio morale nella politica europea, quello della stabilità. La stabilità è per noi europei un idolo: non si devono turbare gli equilibri esistenti, sia che ti preparino una bomba atomica, che organizzino il terrorismo, che lo ospitino, lo pianifichino, lo finanzino... che seguitino a costituire un nido di armi, uomini, idee di fatto apportatrici di profondissime instabilità e soprattutto di sofferenze umane, sia nel caso di perseguitati politici di regimi che vogliamo mantenere "stabili" sia per le vittime del terrorismo.
Il professore poi, fra gli altri punti ne ha toccati altri due particolarmente significativi per completare il disegno della mente europea: il primo riguardava il rapporto fra la nuova democrazia mediorientale e i rapporti con Israele, e su che cosa dovrebbe fare l'Europa per aiutare la pacificazione del Medio Oriente in questa fase. Lungi dal sostenere che sarebbe ora che l'Europa si impegnasse per mettere fine alla gigantesca, rivoltante campagna antisemita che infesta dai libri di testo alle tv ai discorsi degli uomini politici e degli intellettuali arabi approfittando dell'ondata democratica e aiutare la formazione di una nuova cultura del pluralismo e contro il razzismo fra i giovani, il professore ha detto che l'Europa deve superare con energia un retaggio storico che l'ha molto appesantita nel suo ruolo di mediatore di pace: si tratta del complesso dell'Olocausto.
Ovvero, poiché l'Europa ha sempre sentito il peso di quella tragedia storica e il senso di colpa per la Shoah, non ha mai osato imporsi abbastanza su Israele. Ora però, è l'ora di capire (anche questo è quasi testuale) che questo causa negli arabi un'ostilità e un fastidio molto profondo, molto giustificato, e si deve liberarsi dai complessi e dalle remore imponendo a Israele di cedere territori per quanto possibile. Israele, ho sentito dire e credo che sia profondo credo dell'anima europea: "è un Paese che - cito testualmente, - "non sarebbe mai nato se non ci fosse stato l'Olocausto".
C'è chi dice invece che sia nato "nonostante l'Olocausto" come ha detto Marcello Pera alla cerimonia di Yom Haztmaut di quest'anno, ma non è questo il tema di questa colonna.
Dunque: abbiamo l'idea che gli equilibri della democratizzazione del Medio Oriente debbano mantenere al suo interno delle capsule plasticate di terrore, momentaneamente disinnescate, ma in buona sostanza intatte, col loro potere, le loro teorie genocide, le loro armi teoriche e forse anche quelle materiali.
In secondo luogo, c'è l'idea che la funzione dell'Europa sia quella di spingere Israele a cedere territori per placare il pericoloso terremoto mediorientale che ci turba tanto perché, alla fin fine, è pericoloso per noi. Il sottinteso è che il terremoto, in buona sostanza, sia causato dunque dall'occupazione di Israele e alla fin fine dalla sua stessa esistenza "permessa solo perché c'era stata la Shoah" e non, per esempio, per un qualche diritto nazionale pari a quello di qualsiasi altro popolo del popolo ebraico.
E poi viene il bello: il terrorismo. "Guardate" ha detto al pubblico il professore "che sia Hamas (che a sua volta come gli Hezbollah ora bussa per rientrare nella democratizzazione palestinese alle prossime elezioni) sia gli Hezbollah hanno certo compiuto atti di terrorismo, quegli autobus (sic) pieni di bambini che esplodono nelle città ci dispiacciono e li condanniamo, ma non si tratta di terrorismo in senso generale, è terrorismo contro Israele, legato a motivi territoriali".
La sottoscritta allora ha fatto una domanda: "Come si può sostenere che sia legato alle richieste territoriali quando la Intifada delle Moschee è cominciata proprio nel momento in cui Ehud Barak aveva fatto ad Arafat la maggiore offerta territoriale mai fatta ai palestinesi, e questo dopo il ritiro dell'esercito dalle città palestinesi?". La risposta non c'è stata. Piuttosto c'è stata una ripetizione della tesi espressa precedentemente: che Israele conceda territorio, non si sa fino dove, quanto, e a quali condizioni, ma si pieghi finalmente, altrimenti il terrorismo non finirà mai.
E questa è dunque la tesi europea portata alle sue conseguenze estreme: la democratizzazione del Medio Oriente non comporta necessariamente la marginalizzazione delle teorie estremiste e del terrorismo. Comincia ad apparire come desiderabile nel momento in cui la si consideri acquisita senza guerra, senza ulteriore sforzo, senza un'ulteriore battaglia di pulizia morale delle leadership e dei media, di scontro con le ideologie violente e estremiste; lo si accetta se non ci disturba troppo, e perché non ci disturbi troppo bisogna scinderne l'idea da una lotta moralmente cristallina contro il terrorismo e l'antisemitismo.
Questo ho compreso da quella conferenza: mentre l'antisemitismo seguita a infuriare sulla stampa araba, il diritto a odiare Israele è parte talvolta perfino della piattaforma di gruppi di dissidenti dai governi correnti, Hamas incontra i rappresentanti della comunità Europea, gli Hezbollah lanciano le loro minacce di morte e insieme chiedono di far parte della nuova fase politica che parte col voto di questi giorni.
Eppure dall'Egitto, dai Paesi del Golfo, dall'Iraq, persino dalla Siria, fra i palestinesi, l'idea che si debba fare la pace con Israele sembra farsi lentamente strada, e anche che l'antisemitismo non sia più sopportabile, e molti osano dirlo a voce alta senza temere per la loro vita. Che i refusenik arabi siano migliori degli intellettuali europei?
