Fiamma Nirenstein Blog

La scuola dei martiri

giovedì 9 ottobre 2003 Panorama 0 commenti
Lo scopo del gruppo islamico è chiaro: non lasciare neppure un pugno di terra a Israele. E per farlo cresce i bimbi nel mito del sacrificio grazie alle sue attività caritatevoli: scuole, colonie, gruppi sportivi. Ma qualcosa sta cambiando.

I bambini sono la pupilla degli occhi della lotta palestinese, non c’è volta che Yasser Arafat, parlando in pubblico, si dimentichi di dirlo: dopo che Israele ha minacciato di esiliarlo, si è circondato di scolaresche inneggianti in visita di solidarietà alla Mukhata; nei suoi continui discorsi (usciva a salutare la folla ogni poche ore) non ha mai mancato di esaltare i piccoli shahid, i «martiri» bambini. Ha anche salutato personalmente, questa estate, le scolaresche in partenza per campi estivi intitolati ai più famosi terroristi suicidi, come Wafa Idris. Ma il marchio di fabbrica dell’inquadramento dei bambini in organizzazioni poi destinate a divenire culle di futuro martirio è Hamas, che si è sempre distinta per il suo doppio registro: da una parte Ezzedin al Kassam, il braccio armato segreto, una piramide di terroristi; dall’altra Dawa, che in arabo vuol dire predica o chiamata, il gruppo di organizzazioni caritative. Dopo avere ricevuto centinaia di milioni di dollari da ogni parte del mondo per le proprie attività, solo il 6 di settembre sono state inserite con l’intero Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche anche dall’Unione Europea, dopo che gli Usa lo avevano fatto da tempo. I bambini sono la parte prelibata dell’attività di Hamas, e Dawa (uno dei principi fondamentali dell’Islam è la carità) è la serra che fornisce loro, in una società in cui la povertà e la disgregazione imperano, pane, cure, studi religiosi e sport. C’è stato due mesi fa il caso stupefacente e penoso di una squadra di calcio di ragazzini di Hebron che hanno compiuto svariati attacchi suicidi compreso quello sull’autobus numero 14 a Gerusalemme. L’Islam, secondo il fondatore di Hamas, lo sceicco Yassin, e tutto il resto della leadership religiosa e militare di Hamas, è oggi impegnato in uno scontro mortale contro l’Occidente e in particolare contro Usa e Israele. Yassin anche pochi giorni fa, rifiutando la partecipazione al governo che Abu Ala gli offriva, si è mostrato per pochi minuti alla stampa, uscendo dalla semiclandestinità in cui vive dopo che gli israeliani hanno tentato di eliminarlo, per dichiarare con le solite espressioni cariche di odio contro «i sionisti» che Hamas non è interessato ad alcuna tregua e che seguiterà a uccidere gli ebrei fino alla completa vittoria, ovvero fino alla liberazione della terra islamica, ovviamente tutta quanta. Questo è il messaggio che viene ripetuto a giovani, donne e bambini in tutte le oganizzazioni di Hamas, scuole, colonie estive, scuole di religione, ospizi, organizzazioni per l’aiuto ai prigionieri e ai malati. In particolare Hamas fornisce denaro e aiuto alle famiglie di chi sia stato ucciso o ferito o messo in prigione nell’ambito di vicende di terrorismo: ogni famiglia riceve all’inizio una elargizione che varia fra 500 e 5 mila dollari, poi un contributo mensile di un centinaio di dollari. Le famiglie dei terroristi di Hamas ricevono normalmente sussidi maggiori di quelle di altre organizzazioni. Per queste famiglie sono garantite anche la scuola e varie strutture educative. Dawa aiuta anche a ricostruire le case distrutte dall’esercito. I feriti sono sotto le cure di Dawa e anche qui, sia per i feriti in scontri sia per quelli che hanno subito la conseguenza di qualche esplosione, ci sono aiuti economici variabili secondo i bisogni. Hamas così crea una specie di benigna piovra sociale, un club socialmente protetto di persone legate variamente al terrorismo. Sussidiandole e nutrendole le lega a sé per sempre e le circonda di particolare rispetto. Come dice Ariel Merari, il maggior esperto israeliano di psicologia del terrorismo suicida, «nel mondo del terrorismo suicida non si rileva nessun tratto particolare: non c’è nulla in comune fra i vari terroristi e i loro associati, né stato sociale, né mentale, né educativo: soltanto la percezione del grande onore sociale che si riceve dall’appartenere alla grande famiglia ammessa nell’atmosfera comunitaria del rispetto, in un’élite. Il terrorismo è divenuto un terreno su cui si viene ammirati». I bambini risentono molto di questa atmosfera comunitaria, nutrita non solo da Hamas, ma dalla stampa, dalla radio, dalla tv, che trasmette clip in cui i bimbi fra musiche celestiali scelgono volontariamente, invece dei giocattoli, la guerra contro l’esercito israeliano, dipinto come un mostro assetato di sangue, e imparano che gli ebrei sono illegittimi usurpatori di una terra da cui devono essere cacciati «col sangue», espressione ripetuta in ogni slogan, in ogni canzone, in ogni discorso. Anche nelle scuole di Dawa l’indottrinamento bellico va insieme a quello religioso, l’Islam viene predicato nella sua forma estrema. Le scuole comprendono spesso anche addestramenti militari, rappresentazioni teatrali, mostre, in cui il terrorismo è glorificato e gli ebrei presentati come l’epitome di un male, la civiltà occidentale, da estirpare. Dopo il fallito tentativo di Israele di uccidere lo sceicco Yassin (ma informazioni attendibili sostengono che l’esercito ha volontariamente cambiato il piano originale che prevedeva l’uso di una bomba da una tonnellata, per evitare di coinvolgere troppi civili) e dopo che l’Europa ha messo la sua organizzazione al bando, Hamas ha inviato richieste d’aiuto a tutto il mondo arabo. La risposta non è stata quella sperata: anche nei paesi del Golfo il controllo sui fondi per Hamas e la sua Dawa è diventato molto stretto, mentre la Giordania ha congelato i conti bancari dell’organizzazione e ha impedito alle banche di trattare con società palestinesi sospettate di passare fondi a «organizzazioni estremistiche». L’azione d’Israele contro Yassin veniva dopo che l’ennesima esplosione di un autobus a Gerusalemme, il 19 agosto, aveva lasciato sul terreno 23 morti. Ma non era soltanto rappresaglia. Hamas all’inizio delle eliminazioni, quando a marzo fu ucciso Ibrahim Mahadma, immaginò che si trattasse di attacchi a membri importanti di Ezzedin al Kassam, le brigate terroristiche, ma poi con gli attacchi mirati ad Adel Aziz Rantisi (che si è salvato) e ad Abu Shanab (ucciso), in giugno, l’organizzazione si è accorta del pericolo complessivo che corre. Finora la caccia ai capi di Hamas ha colpito 14 leader sia ideologici sia militari di grande e di media importanza, in parte ritenuti intoccabili, sia in Cisgiordania sia a Gaza. E quando Yassin ha subito l’attentato, invece di una delle solite manifestazioni di popolo armato si è vista nelle vie di Gaza una folla di donne e di bambini: gli uomini sono entrati in clandestinità quasi tutti. Dawa, quindi, non è più una retrovia sicura. Hamas è l’acronimo per Harakat al Muqawama al Islamya, che vuol dire movimento di resistenza islamica e anche zelo. Appare sulla scena palestinese nel 1987 all’inizio della prima intifada e si definisce come l’ala segreta locale del Movimento della fratellanza musulmana, di origine egiziana. La carta di Hamas non lascia molto margine ai dubbi sul suo scopo sociale: pubblicata nel 1988, essa stabilisce che concedere anche un solo centimetro di terra (ci si riferisce a tutta la terra, compreso Israele stesso) corrisponde a dar via una parte della religione. Inoltre raffigura gli ebrei come «la corruzione sulla Terra» e dice che il giorno del giudizio non verrà finché gli ebrei non saranno stati uccisi tutti quanti. La loro visione dello scontro non è solo territoriale: «I membri di Hamas» dice il professor Meir Litvak, un esperto di Hamas all’università di Tel Aviv, «vedono la loro lotta come uno scontro definitivo fra il bene il male, fra Dio e Satana, e questo spiega il loro incessante uso della violenza. Per loro il conflitto deve essere estirpato, risolto una volta per tutte, nessun compromesso è possibile, e sono sicuri della vittoria». Lo sceicco Yassin del resto ha spiegato che Israele è destinato a sparire fra 24 anni: fra il 2027 e il 2028. Ma Hamas, oltre che millenarista, è anche molto pragmatico e molto aiutato dall’estero, specie dall’Iran e dall’organizzazione a esso più vicina: Hezbollah. La sua determinazione a rinfocolare il conflitto e ad avere sempre a disposizione un vasto arsenale di armi senza mai pensare di deporle è stata di fatto la causa del fallimento di Abu Mazen, che si era impegnato, secondo la road map, a disarmare Hamas e a bloccarne gli attentati. La famosa Hudna, la tregua, è stata vissuta da Hamas come un mezzo per rimettersi in sesto dopo le perdite subite: i missili Kassam hanno seguitato a piovere dentro la Linea verde da Gaza durante tutta la breve tregua prima ancora di riprendere con gli attentati. Nei giorni della tregua Hamas ha fatto 28 morti israeliani. La scia di sangue di Hamas dura dal 1989, quando cominciò a mostrarsi in tutta la sua violenza con rapimenti, bombe e agguati. Il primo attacco suicida lo compì nel 1993, quando un terrorista si fece saltare per aria in un’auto fra due bus, nella valle del Giordano. Tutti i suoi fondatori sono o sono stati dottori o ingegneri, molti hanno studiato all’estero e parlano bene l’inglese, nessuno ha fatto il funzionario o il rivoluzionario di professione. Sono personaggi cresciuti nei campi profughi e nei villaggi, senza ricchezze, senza essere toccati dalla corruzione che ammala l’Autonomia palestinese. La loro forza di attrazione è grande. Abu Ala il nuovo premier dell’Anp, pupillo di Arafat, ha cercato di costruire con loro, o col loro appoggio esterno, una sorta di unità nazionale che eviti il punto cruciale della road map: la lotta interna al terrorismo. Ma Abu Ala sa che Hamas, per consentire all’Anp di prendere fiato e riabilitare i dirigenti, dovrebbe far tacere le bombe, tenere a casa i terroristi. In realtà mai l’Anp ha pensato di contrastare Hamas, un nodo di violenza politica che minaccia anche Arafat, e un budget di centinaia di milioni di dollari l’anno. Ma adesso che anche l’Arabia Saudita, uno dei maggiori contribuenti, chiude i rubinetti, e lo stesso fanno parte del mondo arabo e l’Ue, forse il gioco si avvia a un arresto, se non alla fine.

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