La pace non è un compromesso da raggiungere ad ogni costo
sabato 1 giugno 2002 Diario di Shalom 0 commenti
Parlare con i nostri giovani è molto bello: essi sono migliori di noi genitori in tanti sensi, molto più informati, equilibrati, poco propensi all'estremismo politico. La democrazia li ha permeati, la paura dell'antisemitismo li ha abbandonati o comunque è lieve e nascosta, il desiderio di giustizia - nel senso della realizzazione dei diritti civili di tutti - è evidente. Ma c'è dell'altro: in loro vive anche un desiderio e anzi una certezza di potere vivere in pace, una ricerca ad ogni costo del compromesso, che è tenero e un po' futile al contempo. Tante volte, e proferita con quale ansia, sento la frase, riferita al conflitto Medio Orientale, ma anche al terrorismo, anche al disprezzo islamico verso la nostra democrazia, e verso le ripetute dichiarazioni di aperta aggressività verso di noi: "Quando finirà? Cosa possiamo fare?". Ed è triste rispondere: e se non stesse per finire? E se le carte non fossero tutte nelle nostre mani, ma per la fare la pace, in ogni senso, culturale e pratico, dovessimo essere in due? E se dovessimo resistere a lungo, e magari affrontare lo scontro? E se il terrorismo fosse un problema endemico alla società contemporanea, e nessuno scongiuro ma solo un'attenta e intensificata lotta valesse a sconfiggerlo, o almeno a diminuirne la portata? Non solo i ragazzi, ma nemmeno tanti adulti vogliono sentire questa triste ipotesi. Tutti vogliono sentirsi rassicurati, credere che il conflitto Medio Orientale stia per finire, che i confini del terrorismo siano delimitati, e che non scavalcheranno i confini di Gerusalemme o di New York. Così abbiamo assistito in questi giorni a due strani fenomeni: i commenti all'allarme americano per un'eventuale serie di attacchi in vista, e i commenti alla sorte dei tredici presunti terroristi della Chiesa della Natività. Nel primo caso, invece di scavare nella verità eventuale dell'ipotesi, gli europei hanno preferito giocherellare con i perché delle dichiarazioni di Bush: forse vuole distogliere l'attenzione da altri problemi politici, forse vuole coprire il tragico errore compiuto quando ha sottovalutato le informazioni che già erano in suoi possesso prima dell'11 settembre, forse sta solo preparando il terreno a un attacco all'Iraq ("Dio non voglia!" hanno detto alcuni editorialisti, seguiti da acclamazioni pacificanti, scordandosi l'autentica minaccia chimico-biologica e persino atomica di Saddam). Come se il terrorismo fosse un fatto mitologico, come se le Twin Towers non ci fossero mai state, come se l'Iran non fornisse armi con l'aiuto della Siria e di altri a tutti i movimenti terroristici esistenti, come se la Libia non si stesse avviando anch'essa all'arma atomica, come se Israele non saltasse per aria ad ogni angolo, come se gli hezbollah non fossero i padroni di gran parte delle politiche libanesi... Come se... Ma ci sarà pure qualcosa da fare, ribadiscono gli speranzosi, e non si accorgono, per esempio, che in Israele il numero di attacchi terroristici è aumentato proprio nei periodi in cui le prospettive di pace erano migliori, che non vi è azione e reazione nel terrorismo islamico, ma una linea di continuità che ha un carattere ideologico prefissato, e che non siamo noi a causarlo, ma che si autogenera in un rifiuto totalizzante. Lo stesso atteggiamento speranzoso si nota nell'informazione intorno ai tredici della Basilica della Natività, tredici che già tutti si ingegnano di chiamare "militanti", "miliziani", "rifugiati", "esiliati" o quant'altro. Di loro si favoleggia come di personaggi sofferenti e nostalgici di casa, di esiliati la cui sorte forse avrebbe potuto essere quella di tornarsene al riparo delle loro famiglie (spesso potenti clan politici) a godere dello status di reduce di una legittima condizione di soldato di una guerra combattuta nella lealtà. Si descrivono le loro lettere da casa, il tedio dell'attesa, la paura della dispersione. Ma anche qui è chiaro lo scongiuro, un non voler sapere che i nostri nuovi ospiti (in particolare uno dei tre che ci toccano) hanno un curriculum ben preciso, che alcuni sono mandanti di terroristi suicidi delle Brigate di Al Aqsa e di Hamas, che hanno sparato in agguati a civili innocenti, che sono personaggi con un ruolo organizzativo nello studiare obiettivi di stragi in feste religiose, abitazioni di civili, strade di passaggio con utilitarie che portano impiegati, professionisti, mamme con bambini al lavoro o a scuola. Che insomma fanno parte di una rete forte e potente di terrorismo ideologico, generato da situazioni geopolitiche difficilmente amovibili, motivate da spinte ideologiche e religiose fortissime e autoreferenziate, che disprezzano la vita umana dei nemici e di sé stessi, che hanno una fede profonda nella vittoria, perché si credono nel giusto. E che non ci vorranno bene e ci risparmieranno dagli attentati perché siamo stati gentili con loro, ma ci considereranno parte di una macchina sfruttatrice e repressiva che li odia e li reprime, di un sistema indebolito: l'Occidente corrotto gestito da lobby di ebrei e di americani.
