La pace dovrà passare dai governanti alla gente
Le trattative con i palestinesi, i rapporti con la Siria, le dimissioni del Presidente israeliano Weizman e del vice premier Mordechai. Sono questi alcuni dei temi dell'incontro tenuto da Fiamma Nirenstein ed organizzato dal Centro di Cultura Ebraica di Roma e da SHALOM. Ne riportiamo di seguito ampi stralci; è possibile trovare la versione integrale nel sito www.shalom.it.
FIAMMA NIRENSTEIN: Vi sarete resi conto dalla drammaticità degli eventi più recenti, e che esiste una situazione turbolenta; di tali situazioni turbolente in Medio Oriente ne abbiamo viste molte, ma non è in questo che sta la svolta. Barak va al governo promettendo come prima cosa di riportare i giovani militari a casa. La seconda promessa è di ricercare tutte le forme per una pace con la Siria. La terza promessa è di cercare in tutti i modi di fare la pace con i palestinesi. Il suo programma è quindi incentrato sulla pace, come non lo sono stati i programmi né di Rabin né di Netanyau.
Dal settembre '93 fino a luglio dell'anno scorso è maturata una revisione della cultura storiografica di Israele che rivede le sue stesse origini e ripensa al 1948 come un momento in cui anche i palestinesi hanno sofferto (e questo entra nei libri di testo delle scuole, anche attraverso lo studio e la lettura di poeti palestinesi perfino altamente antagonisti).
Israele si trova di fronte ad una scelta costante. E' legata ad un modello occidentale e dall'altra è correlata all'area geografica in cui si trova, e in cui non vi sono modelli di democrazia occidentale ma di autocrazie orientali: queste hanno modelli di valori completamente diversi, in cui la pace non viene considerata come un modello astratto da perseguire, bensì un terreno concreto sul quale compiere acquisizioni (territoriali, economiche o di opinione pubblica). Israele davanti a questa situazione ha scelto i valori della democrazia, anche se è costantemente in guerra (e la vera guerra che Israele ha sostenuto in questi anni è stata in Libano, non contro i palestinesi, il rapporto con i quali è sempre stato ambiguo, intrecciato, abbracciato). Quello con i palestinesi è un rapporto complicato di odio e di familiarità. In Libano invece Israele è stato costantemente in guerra: lì c'era l'esercito, lì morivano i soldati, lì si sparava contro un altra forza armata.
Al giorno d'oggi non esiste una democrazia in guerra e Israele non poteva reggere questa parte.
Quale sarà lo scenario futuro? Gli hezbollah sono armati fino ai denti e guardano direttamente nelle case dei kibbuzim di confine. La Siria ha interesse ad ottenere oltre al Golan un pezzo del lago di Tiberiade ed è del tutto prevedibile che gli hezbollah verranno utilizzati come pedina di scambio, quindi il prezzo per la pace potrà diventare più alto. Oppure, come dice Shimon Peres che è sempre molto ottimista, andrà bene come è andato bene lo sgombero di Gaza, dalla quale in molti temevano che sarebbero stati sparati missili contro Israele. Una speranza che la situazione possa migliorare potrebbe nascere dal fatto che il Libano, desideroso di conquistare la propria autonomia, sblocchi le proprie milizie e che l'Onu faccia il suo lavoro di interposizione.
Quanto ai palestinesi, Arafat sa benissimo che gli conviene prendere il 90% dei territori, perché i coloni non possono essere uccisi e nemmeno possono sparire; possono solo essere ridotti. La proposta che fa Barak è di riunirli tutti in una zona, in modo che i palestinesi possano occupare il maggior spazio possibile e non a macchia di leopardo, come invece prevedeva il piano precedente.
Per quanto riguarda Gerusalemme, Arafat ha addosso la pressione di settecento milioni e più di mussulmani che lo spingono a non cedere su questo problema. Come per l'Egitto e la Giordania che tengono un livello di 'pace fredda', anche Arafat ha una pressione dell'opinione pubblica interna fortissima, pericolosa e molto aggressiva per cui il prezzo della pace sarà molto alto e sostenuto dal movimento di piazza.
Le difficoltà sono tante, ma trovo che Barak sia il miglior Primo Ministro che Israele potesse desiderare. Trovo che le sue difficoltà non siano errori, come molti scrivono, ma le difficoltà oggettive di un mondo difficilissimo, in cui domina ancora un fortissimo rifiuto arabo nei confronti di Israele. Questo pone dei problemi di riflessione, non solo a noi ebrei, ma a tutto il mondo e all'Europa in particolare.
Ma ora vorrei aprire il dibattito.
La nuova intifada è stata controllata e guidata da Arafat o - se gli è passata sopra la testa - chi sono i nuovi capi che l'hanno ispirata?
FIAMMA NIRENSTEIN: Arafat aveva preparato quelle manifestazioni e i commentatori sapevano che la ripresa dei colloqui sarebbe stata accompagnata da una serie di manifestazioni di impazienza e di scontento. Però è anche vera la seconda parte della domanda. Il Tanzim è il movimento di base di Al Fatah, cioè del partito di Arafat. E' un movimento di base che non è Hamas, ma che è in gran parte rappresentato da giovani con un capo a Ramallah. Esiste quindi una doppia opposizione ad Arafat che non è solamente quella religiosa di Hamas, ma anche una opposizione che lo accusa di essere un rais prepotente ed autocratico, che lo contesta da sinistra ed è contro la pace. E' una opposizione che chiede contemporaneamente ad Arafat democrazia e, in base alla democrazia, un diverso modo, più duro, di trattare con Israele. Sono giovani che Arafat ha armato, quando Israele gli conferì le armi secondo gli accordi di Oslo. Nel momento in cui Arafat mette in piedi delle manifestazioni, o è pronto a far sparare la polizia sulla folla, oppure no: quelle manifestazioni erano orchestrate, ma gli sono scappate di mano.
Perché in Israele la Chiesa è sempre - almeno a parole - dalla parte dei mussulmani? E come è ora il rapporto con gli ebrei, anche alla luce delle critiche che alcuni settori ortodossi hanno mosso contro la visita del Papa?
FIAMMA NIRENSTEIN: Si dice che la Chiesa sia dalla parte dei mussulmani, ma non è esattamente così. I cristiani della zona sono arabi e quindi è logico che abbiano un rapporto con i mussulmani molto di più di quanto non lo abbiano gli ebrei, che non sono arabi. Monsignor Sabbah è sempre stato, soprattutto durante l'intifada, dalla parte dei mussulmani. Ma una volta subentrata l'autonomia palestinese, i cristiani si sono trovati ad avere un compagno di strada non molto simpatico con loro, soprattutto nella cittadina di Betlemme che era quasi interamente cristiana quarant'anni fa, e dove c'è stata una espulsione mostruosa di cristiani, tanto che alla vigilia dello scorso natale si cominciò a dire che la cittadina natale di Gesù sarebbe stata svuotata di tutti i cristiani. Non sto ora a raccontare tutte le cose che i mussulmani fanno ai cristiani, ma ve ne sono parecchie: vandalizzano le chiese e danno noia alle donne cristiane, che sono aperte ed emancipate, non stanno chiuse in casa e fanno un numero di figli controllato.
Ma la Chiesa di oggi in Israele non è solo quella di Monsignor Sabbah, è anche quella di Monsignor Sambi il quale sa benissimo che finché ci saranno gli ebrei, non c'è alcun rischio per la libertà religiosa. Monsignor Sambi dialoga con i governi sapendo che nessuno limiterà l'accesso al Santo Sepolcro o nelle proprietà e siccome la Chiesa, salvo momenti particolari, ha una visione precisa delle cose, la sua politica si è rimessa nei binari ed ha un altro andamento.
La visita del Papa è stata una cosa meravigliosa perché il Papa è venuto lì per fare la pace con gli ebrei, e gli importava poco il processo di pace. Questo Papa è salito al pontificato con due idee: far finire il comunismo e far finire l'antisemitismo, ed è andato dritto per la sua strada nel realizzare questi obiettivi.
Nella Chiesa vi sono state delle opposizioni e io stessa mi sono trovata a partecipare ad un dibattito alla Radio Vaticana, vi sono state inoltre le critiche e le maledizioni degli ortodossi ebrei, ma questi sono solo fenomeni che non hanno alcuna importanza e non contano niente.
Durante la 'Partita della pace' sono apparsi degli striscioni antisemiti, subito rimossi dalle Forze dell'ordine. Evidentemente nelle menti di alcuni arabi che abitano in Italia vi è ancora molto antisemitismo.
Un recente articolo del 'Jerusalem Post' spiegava inoltre come, mentre in Israele si vuole dare una educazione ai giovani indirizzandoli verso la pace e facendo conoscere la cultura e i diritti dei palestinesi, nei libri delle scuole palestinesi viene invece indicata come Palestina tutto il territorio di Israele e si citano teorie su milioni di profughi palestinesi invece degli ottocentomila fuoriusciti perché sollecitati dalla propaganda araba prima della guerra del '48. Vorrei sapere se nei trattati firmati in questi anni tra israeliani e palestinesi vengono ricordati anche i milioni di profughi ebrei cacciati dai paesi arabi.
FIAMMA NIRENSTEIN: In questo ritorno di revisionismo dell'Olocausto esiste un problema con il mondo arabo, che ha maturato un autentico negazionismo sul quale nessuno interviene. Nei giorni delle scaramucce lungo il confine israelo-libanese si riuniva la Lega Araba per condannare per l'ennesima volta Israele e il giornale ufficiale siriano 'Tishrin' usciva con un articolo in prima pagina firmato dal direttore che diceva: "Perché Israele continua a sbandierare l'Olocausto? Penso che abbia due scopi. Il primo è ricevere più denaro dalla Germania e dai Paesi occidentali. Il secondo è investire nel mito dell'Olocausto e accusare chiunque si opponga alle bugie ebraiche che lo mettono in questione, come quella dello storico inglese David Irwing".
Un cruciverba su un giornale palestinese molto importante chiedeva fra le definizioni: 'Quale è il centro ebraico che rende eterne le bugie dell'Olocausto?'. La risposta era: 'Yad Vashem'. L'università di Amburgo ha verificato che Hitler è uno degli eroi della gioventù palestinese e il 'Mein Kampf' è un best seller. E sono passati sei anni dalla firma dell'accordo di Oslo. Un quotidiano libanese scrive: "Il giornalista siriano non si basa su una sua opinione ma su fonti occidentali che sono riuscite a sottrarsi dal terrorismo ideologico sionista dei media. Non solo gli arabi devono condannare che si eserciti una continua commozione sull'Olocausto, ma devono farlo tutte le penne che scrivono il vero". Un giornale giordano, Paese che - come l'Egitto - ha un modello di 'pace fredda', lodava in prima pagina l'articolo siriano.
In settembre sul giornale egiziano 'Al Ha-Kbar' era scritto: 'Gli ebrei hanno inventato il mito dello sterminio di massa e fabbricato l'idea che sei milioni di ebrei siano stati mandati nei forni dai nazisti. Lo hanno fatto con lo scopo di motivare gli ebrei ad emigrare in Israele e con lo scopo di ricattare i tedeschi per ricevere denaro, come anche per ricevere il supporto degli ebrei di tutto il mondo. Israele vi ha basato il suo mito di fondazione dello Stato di Israele. L'Olocausto è un mito israeliano inventato per ricattare il mondo".
Mi sono sempre detta che il fatto che l'Europa e l'America non intervengano contro questo negazionismo così esplicito ed evidente, (che oltre tutto viene insegnato nelle scuole), e non dicano che il negazionismo è proibito, significa che consideramo quel mondo arabo come un mondo inferiore che può dire tutto quello che gli pare, tanto non conta niente. E questo è razzismo. Io sono dell'idea che il mondo arabo non è affatto un mondo inferiore; che la civiltà araba è una grande civiltà, che ha avuto tanti guai; che però oggi aggiunga ai suoi guai anche il negazionismo dell'Olocausto lo trovo un fatto che andrebbe affrontato. Ci devono essere delle azioni di carattere istituzionale. Si può intervenire da Governo a Governo, da ambasciata a ambasciata e sollevare la questione. E' un compito relativamente semplice, i documenti esistono e sono facili da trovare. Secondo me sarebbe una impresa giusta perché farebbe quello che fino ad ora non è stato fatto: cercare di far nascere non solo la pace fra i governanti che firmano dei pezzi di carta, ma quella fra la gente.
Andiamo a guardare nei libri di testo delle scuole palestinesi, dove gli insegnanti sono ancora oggi obbligati ad insegnare ai ragazzi che l'ingegnere che faceva scoppiare gli autobus israeliani e i suoi collaboratori suicidi devono essere imitati. Non "ammirati", ma "imitati". Vuol dire rovinare la vita di bambini che si vogliono mandare a morire.
La teoria base di questi libri di testo è la seguente: gli ebrei non esistono; erano un popolo che ha finito di vivere il 70 a.e.v. con la presa romana di Gerusalemme e a quel punto sono diventati o degli europei, oppure degli arabi (che hanno tutto il diritto di vivere in Marocco, in quanto il re del Marocco ha per loro uno speciale affetto e li proteggerebbe ben volentieri); gli unici "palestinesi" in senso geografico sono i palestinesi; gli ebrei non hanno nessun rapporto con questa zona.
L'altra cosa che dicono questi testi è che di conseguenza il sionismo non è una teoria che nasce dal desiderio del ritorno, bensì una teoria che ha un carattere coloniale, razzista ed imperialista. Questo è scritto nei libri di testo.
Io desidererei poter vedere un libro di storia unico sul quale studiano tutti i ragazzi, quelli israeliani e quelli palestinesi: se tutti e due potessero imparare dal medesimo libro di storia, questo sarebbe un enorme passo avanti per la pace. Sarà anche una utopia, ma è comunque una utopia di carta e non di terra, che la rende già meno impossibile. Non penso ad un movimento di base che realizzi questa idea, ma penso che se ci fosse un gruppo di intellettuali di grandi nomi (europei, americani, palestinesi, israeliani) potrebbero scrivere insieme un libro di storia.
a cura di Giacomo Kahn
