La pace chiusa in un recinto
domenica 1 febbraio 2004 Diario di Shalom 0 commenti
Non è la discussione sul recinto di difesa che offende: quello che ferisce è la maniera ideologica e selvaggia in cui i palestinesi l'hanno condotta; e anche l'insensibilità con cui il mondo l'ha accolta, sin dal voto dell'Assemblea dell'Onu dell'8 di dicembre quando la Corte Internazionale dell'Aja è stata richiesta di un parere consultivo sulla sua ammissibilità, ovvero di un processo in cui quindici giudici a partire dal 23 di febbraio in definitiva sono chiamati a deliberare sulla legittimità dell'autodifesa israeliana.Alla legittima angoscia che la costruzione di una barriera crea su una terra in cui si vive, si lavora, ci si incontra, e alla conseguente lotta politica per minimizzarne i danni alla popolazione, si è aggregato immediatamente un cinico stravolgimento delle parole: il recinto è diventato "muro" nonostante la divisione sia costruita in cemento solo per circa sette chilometri su settecento (ora in via di grande riassetto, l'intero percorso dovrebbe diminuire di cento chilometri, e le divisioni farsi molto meno drastiche); la scelta di Israele è diventata per suggerimento dei palestinesi ma con calda accoglienza dell'opinione pubblica,"razzista" e di "apartheid", mentre è evidente che la scelta di costruire una divisione, (per altro sempre caldeggiata dalla sinistra israeliana, primo fra tutti dallo scrittore A. B. Yeoshua) ha a che fare solo con l'indispensabile scelta di difendere i propri cittadini che muoiono a centinania sugli autobus e ai caffè o presi come bersaglio lungo le strade perché i terroristi penetrano senza ostacoli dal West Bank dentro la linea verde. "Razzismo" e "apartheid" non hanno naturalmente nulla a che fare con la costruzione di un recinto anche se essa può risultare crudele per la vita dei palestinesi, tant'è vero che il governo israeliano, lungi dal considerarlo un confine etnico e neppure nazionale, seguita a parlare della sua removibilità non appena si arrivi a un qualche accordo, mentre le vittime del terrore sono irreversibili.
Danny Gillerman, l'ambasciatore israeliano all'ONU parla della barriera come "il recinto di Arafat" suggerendo con questo che, se Arafat non avesse lanciato la sua campagna di terrore invece di accettare uno Stato Palestinese, o se più tardi avesse scelto di combatterlo, non ce ne sarebbe stato nessun bisogno.
Ma "razzista" è un aggettivo chiave per capire perché è stata lanciata una così dura campagna contro il recinto. Razzista fu definito il sionismo dalla risoluzione dell'ONU votata nel 1975, poco dopo che, stavolta davvero sì, la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco aveva davvero mostrato cos'è un atto razzista, ovvero la scelta di colpire indiscriminatamente col terrorismo chiunque appartenga a un certo gruppo, ebrei o americani, o occidentali, ovunque, comunque, senza distinzione, solo perché, come nel caso del terrorismo che si è abbattuto su Israele e sulle istituzioni e i simboli ebraici, si appartiene a un mondo che si vuole distruggere. Questo è razzismo. Israele non ha mai dato segno di essere razzista: nelle scuole e nella letteratura e nei film gli arabi sono dipinti con grande cura, mai come personaggi intrinsecamente negativi, anzi, spesso come eroi popolari perseguitati; mai sono stati indicati come oggetto di odio collettivo; col conflitto nell'arte Israeliana, nei quadri, nei serial, il palestinese appare sempre riprodotto senza dimenticare di umanizzarlo, di tentare di capirlo con le sue aspirazioni politiche, i suoi bambini, i suoi vecchi. Persino il grande serial di celebrazione dei cinquant'anni di Israele dipingeva nel'98 il problema dei profughi con intensa partecipazione, accogliendo la maggior parte delle tesi dei "nuovi storici" sulla sofferenza e la cacciata attiva dei palestinesi. Poi, gli stessi storici si sono in gran parte rimangiate le loro interpretazioni malevole sulla Guerra di Indipendenza e sulle intenzioni di David Ben Gurion di cacciare i palestinesi. I documenti che dimostrano come nei Paesi arabi li abbiano nel '48 invitati a abbandonare il Paese, come l'esodo sia stato relativo e in ogni caso come si sia svolto nel contesto di una guerra volta a cancellare gli ebrei che avevano accettato la partizione, e non gli arabi, dalla zona.
L'infame risoluzione dell'ONU che nel '91 venne cancellata con l'inizio del processo di pace è poi tornata di fatto a essere il lead della politica palestinese quando Arafat ha deciso di affogare Camp David nell'ondata di violenza dell'Intifada. La delegittimazione dell'esistenza stessa di Israele era l'unica strada per giustificare perché avesse rifiutato la soluzione di due Stati per due popoli offertagli da Israele."Il muro" come ormai tutti lo chiamano, è parte del nuovo vocabolario che ci ha insegnato l'Intifada, e va dunque insieme con la parola "razzismo": e poiché il razzismo nell'era dei diritti umani è il più abominevole e illegittimo fra tutti gli atteggiamenti, il suggerimento che contiene è di per sé delegittimante, espelle Israele dal contesto umano, ne mette in questione il diritto stesso ad esistere. Razzisticamente, appunto, ovvero negando agli ebrei il diritto all'autodeterminazione sulla loro terra, una indicazione che si sposa con la proibizione a difendersi. Inerme e abbietto, lo Stato Ebraico e il suo "muro" sono additati comunque dal processo dell'Aja al pubblico ludibrio.
Israele ha affrontato il processo con grande incertezza: l'alternativa è stata fra contestare la legittimità della Corte a discutere l'argomento della barriera, o andare alla sostanza delle cose, esponendo le proprie immani ferite, i morti, i feriti, portando i propri avvocati, i testimoni le vittime del terrorismo. Infatti la risoluzione del Consiglio di sicurezza che chiede il parere non deliberante ma consultivo della Corte è "sulla costruzione di un muro su territorio occupato palestinese": una definizione del genere, sostiene Israele, non può sussitere se si parla di deliberazioni dell'ONU, che parlano, come la 242, di "territori disputati", la cui definizione e assegnazione deve avvenire tramite una trattativa. Israele sa tuttavia che la linea della proposta della legalità internazionale non verrà mai usata a suo favore: essa è oggetto di manipolazioni politiche senza fine, se si pensa al trattamento che le organizzazioni internazionali fanno allo Stato degli ebrei. C'è una ragione legale per cui la Croce Rossa e la Mezza luna verde lavorino in maniera associata, mentre Israele non è accolta nell'organizzazione internazionale? O per cui Israele non debba appartenere a un gruppo regionale dell'ONU? No, è pura prepotenza internazionale. Dunque, semmai, meglio attenersi alla propria ragione, e non a quella degli altri: alla ragione incontestabile dei volti di bambini piccoli, delle madri, dei nonni sterminati dal terrorismo che proclamano con la loro muta testimonianza il diritto del popolo ebraico all'autodifesa.
