La moschea della discordia
lunedì 1 novembre 1999 Diario di Shalom 0 commenti
Alle volte c'è qualcosa di ironico e paradossale nella quantità di dispute territoriali e religiose che il fazzoletto di terra chiamato Israele riesce a raccogliere: è come se all'interno della matrioska maggiore, appunto Israele, fossero contenute una quantità di altre piccole sardoniche matrioske che saltano continuamente fuori, senza tregua. Un paio delle ultime: a Nazareth, proprio sotto la Basilica dell'Annunciazione, i musulmani hanno piantato delle tende di plastica nera che segnano l'eventuale dimensione territoriale di una grande Moschea da costruire su un'estensione di 700 metri quadrati, proprio davanti al naso dei francescani della Basilica, e proprio alla vigilia del duemillesimo compleanno di Gesù. Da quando Nazareth è tutta un restauro per consentire le visite dei pellegrini che verranno a frotte, i musulmani si agitano per rivendicare la loro prevalenza in città. Le autorità israeliane, spaventate dai ripetuti sanguinosi assalti della componente musulmana a quella cristiana, hanno dato il permesso di costruire la Moschea. Ma non è una buona idea, a giudicare dalla reazione furiosa dei cristiani in generale, e del Patriarcato latino guidato da Monsignor Sabbah in particolare. Prima di tutto Sabbah ha ripristinato la solita politica che sta sempre bene attenta a non colpevolizzare i musulmani - come accade da anni a Betlemme da cui i cristiani vengono espulsi dalla componente araba in gran numero - e ha addossato tutta la colpa degli scontri di Nazareth sugli ebrei, conclamando una inesistente concordia fra fratelli arabi e cristiani. E mette la testa sotto la sabbia di una contesa millenaria, di cui si ha sentore immediato solo che si metta piede nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, dove la Moschea col Muezzin copre con volume altissimo le campane della Natività. E le donne cristiane vengono infastidite, le chiese violate, i negozi dei cristiani minacciati. Ma ha invece ragione quando sostiene che le autorità israeliane non avrebbero dovuto consentire, alla vigilia del Giubileo, la costruzione di una grande Moschea a pochissimi metri dalla Basilica. Adesso Sabbah minaccia di chiudere le Chiese la notte di Natale, il Natale più importante da 1999 anni, e il Papa ha detto che se le cose andranno così cancellerà la sua promessa visita da queste parti. Ed è evidente a tutti quanto la sua tanto sospirata presenza in Israele possa essere utile per la pace in Medio Oriente, e anche per la visibilità e la legittimazione di Israele. La Curia ha inoltre mandato a dire agli israeliani che se non sapranno accomodare i cocci, può persino succedere che il Papa venga sì lo stesso, ma solo per visitare Betlemme (nel territorio dell'Autorità Palestinese) in visita da Arafat, evitando Nazareth e di fatto dichiarando così al mondo di non riconoscere Israele come un valido e credibile guardiano dei luoghi santi. Non che sia facile esserlo. Un altro esempio: al Santo Sepolcro nel cuore di Gerusalemme non si riesce ad aprire una porta posteriore già esistente nel muro orientale della Basilica che custodisce le memorie della Crocifissione, indispensabile per consentire senza pericoli il flusso dei visitatori nel 2000, visto che esiste un solo ingresso: ma le mille fedi proprietarie della chiesa non riescono a mettersi d'accordo sulle competenze dell'apertura del portone. Spetta ai greco ortodossi? Ai latini? Agli armeni? Ai copti? Ai melchiti? C'è anche un sacro tombino nel pavimento della Basilica che resta da anni semiscoperto con due assi gettate casualmente sopra al profondo foro, di traverso: non importa se si rischia a ogni istante che la gente si rompa le gambe, i religiosi non riescono a mettersi d'accordo sulla sistemazione. Guai a toccare lo status quo. E si racconta, nella penombra del sacro monumento, che in questo clima si venga facilmente alle mani fra onuste quanto variegate vesti talari rosse, nere o azzurre, come accade sempre più spesso, avvicinandosi l'ultimo 31 dicembre del millennio.
