Fiamma Nirenstein Blog

La dura scelta di Sharon

venerdì 1 luglio 2005 Diario di Shalom 0 commenti

Il primo ministro israeliano alle prese con le proteste contro lo sgombero degli insediamenti di Gaza

Quando il 15 di agosto, il giorno dello sgombero di 8000 persone dalla striscia di Gaza e di poche centinaia da Ganim e Kadim dalla Samaria, il mondo avrà tutti gli occhi puntati su Israele e sui Palestinesi per i grandi significati internazionali che l’evento riveste, Israele, tuttavia, sarà tutto solo di fronte allo strappo, nel bene e nel male, che si produrrà e già si sta producendo nella sua storia, nella sua società, nella sua stessa anima.

Lo si giudichi come si vuole, l’evento contiene una quantità di significati simbolici e pratici, una tale quantità di sfaccettature che è difficile vederle tutte insieme. Israele, oltre a interrogarsi sulla sua capacità di mantenersi unito di fronte a un’oggettiva spaccatura ideologica e anche di fronte al dolore di tanta gente, ha un problema fondamentale, quello delle conseguenze strategiche dello sgombero. Riusciranno i palestinesi a vivere e a gestire l’avvenimento come un segnale di autentica pace, di cessione senza condizioni di una sovranità territoriale che dovrebbe indurre in chi la riceve gestione e democratizzazione, che dovrebbe portare a un inedito senso della responsabilità verso la propria gente i gruppi dirigenti palestinesi e quindi al disarmo dei terroristi, oppure, come sembra segnalare Hamas che purtroppo è maggioritario a Gaza, l’abbandono dei coloni delle loro case sarà vissuto come una vittoria del terrorismo e quindi un incitamento a seguitare a praticarlo? E’ stato quindi giusto o sbagliato per Israele imboccare la strada di una strategia di sgombero unilaterale, senza contraccambio prestabilito, con la speranza che la storia imbocchi, illuministicamente, una strada progressiva? E’ un crinale rischioso e in parte spaventevole, specie dopo che i leader di Hamas di nuovo hanno avvertito che adesso sarà più facile investire Israele con una pioggia di missili Kassam sulle città israeliane. In generale, lo sgombero discute il senso dei gesti unilaterali di buona volontà dell’Occidente intero, e quindi a questo si dovrebbe guardare con maggiore attenzione. Israele, però resterà solo a scrutare il cielo.

Perché questo aspetto, così fondamentale filosoficamente, dal momento che vi si potrà leggere tanti indizi sul futuro del mondo, e non solo del conflitto israelo-palestinese, sembra dimenticato sulle prime pagine dei giornali, che invece affrontano con avidità il tema dell’estremismo dei coloni e della spaccatura nella società israeliana. Possiamo prevedere che per il consesso internazionale ciò che farà scena, ciò che sarà più importante sarà verificare alcuni stereotipi che accompagnano l’immagine di Israele nell’informazione, e che già da ora impazzano sulle prime pagine e alla tv. Questo farà distogliere lo sguardo dalla verità problematica dello sgombero, che si compendia in una frase: ha senso cedere territorio per acquistare pace, o questo può solo allargare lo spazio di manovra di un nemico che da parte sua invece non vuole o non può cedere niente, e che resta aggrappato a un ceppo ideologico, quello islamista, di rifiuto e aggressività? che non ha mai smesso (non solo Hamas ma anche le Brigate di al Aqsa) di praticare il terrore mentre il gruppo dirigente, guidato da Abu Mazen, che pure sembra volere la pace, si rifiuta di disarmare le fazioni aggressive?

Lo stereotipo che spinge a occuparsi soprattutto dell’estremismo antisgombero, concettualmente, riguarda soprattutto il sospetto che Israele in realtà abbia un suo fanatico attaccamento per la terra, una sua messianica attitudine a divorarne dei pezzi senza nessun interesse per la popolazione palestinese. E’ uno stereotipo che è andato deluso più volte, e a questo l’opinione pubblica antisraeliana non si piega.

E’ un sospetto di indifferenza e crudeltà che è stato sperimentato ampiamente sulla figura di Ariel Sharon: quanta fatica, anche solo a ascoltarne le parole, ha fatto la stampa internazionale, la tv, quando Sharon il bulldozer, lo Sharon quasi psicoticamente devoto alla conquista e all’occupazione, lo Sharon criminalmente “responsabile” di Sabra e Chatila, il durissimo protettore dei settler già parlava, e da quanto tempo, a chiare lettere di “penose concessioni”, di determinazione a “non dominare un altro popolo”.

E oggi quanto sarcastico sospetto e quanta insistente demonizzazione anche quando il meccanismo essendosi incagliato nella prospettiva dello smantellamento degli insediamenti di Gaza, proprio non funziona più. E allora, poiché è impossibile rinunciare all’idea di un Israele smargiasso, conquistatore e anche tendenzialmente criminale, ecco che si insiste a leggerlo tale nel comportamento dei settler in rivolta contro lo sgombero, e che semplicemente si sposta la lente di in gradimento sulla supposta crudeltà israeliana da Sharon ai terribili coloni. Nonostante l’evidenza del fatto che i gruppi di estremisti siano una minoranza disprezzata dai coloni stessi, quelli che tirano i sassi ai palestinesi o che aggrediscono i soldati o che si rifiutano di eseguire gli ordini riconfortano il preconcetto antisraeliano, danno grande soddisfazione al lettore europeo classico che ancora si stropiccia gli occhi all’idea che l’odiato Sharon possa essere proprio lui quello che ordina con determinazione lo sgombero; che gli israeliani combattano gli attentati terroristi per strada, che pure ammontano ogni giorno a svariate decine; che i soldati salvino un ragazzo palestinese dalle mani di un gruppetto di Kahanisti e ricostruiscano con le mani una casa dei Muassi distrutta dai facinorosi, che il tribunale condanni al massimo della pena l’obiettore che si rifiuta di distruggere una casa abbandonata dai settler a Gaza, le notizie della violenza sovrastano quella della condanna della maggioranza dei leader dei settler contro gli estremisti.

E’ duro abbandonare l’idea che i pacifisti quelli veri che fanno le cose piuttosto che scendere in corteo possano anche non appartenere alla sinistra, e, punto secondo, che Israele voglia di fatto sgomberare. Che strano che la maggioranza dell’opinione pubblica pensi che questo sia qualcosa su cui sbarrare gli occhi, benché tutta la storia di Israele, dal ‘48 all’altro ieri quando Barak sedeva con Arafat a Camp David, non ha fatto altro che cercare di cedere territori, ma è stata sempre aggredita dal terrorismo e dalla guerra, e non ha potuto farlo.

Adesso, con lo sgombero che certo porterà dolori e scontri ma alla fine avverrà, Israele si troverà di nuovo sola ad affrontare il problema di come sanare le ferite della gente che viveva nelle case del Gush Kativ o di Kadim da tre generazioni e che ha lasciato là le insalate, che ha insegnato alla sabbia a produrre e talora la tomba di un figlio ucciso nella sempiterna guerra che accompagna Israele.

Si troverà sola a decidere cosa fare quando gli attentati saranno di nuovo là a testimoniare quanto sia difficile fare la pace, anche quando si è pronti a “dolorose concessioni”.

L’opinione pubblica internazionale seguiterà invece a misurare i successi della pace sulla grandezza del terreno che Israele è disposta a cedere. E sul buon umore con cui lo fa.

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