Fiamma Nirenstein Blog

La dimensione tentacolare e minacciosa

sabato 1 maggio 2010 Diario di Shalom 0 commenti

Shalom, maggio 2010

Si moltiplicano in modo impressionante i siti razzisti e negazionisti. Bisogna trovare una strategia di contrasto e di lotta.

di Fiamma Nirenstein

Per me il computer è sempre stato un grande amico, una scoperta meravigliosa, un ampliamento incredibile delle mie capacità conoscitive e di lavoro. Ed ecco che da quando ho cominciato a riflettere sull’antisemitismo online con l’aiuto di Andre Oboler, un giovane australiano che conosce tutto del net mondiale, e di Stefano Gatti, un ricercatore e redattore del portale “Osservatorio Antisemitismo” del CDEC, mi si è rivelata la sua dimensione tentacolare e minacciosa. La sua potenza è immensa: i primi dieci quotidiani del mondo a cominciare dal New York Times e via via, raccolgono insieme il due per cento dei visitatori di Facebook o di Youtube. La sua crescita è inverosimilmente verticale, e lo è nel bene ma anche nel male, semplicemente perché la gente che vi si avvicina, giorno dopo giorno, si moltiplica in proporzione geometrica.

Così, si moltiplicano i siti estremisti e antisemiti. David Duke, il capo del Ku Klux Klan razzista e antisemita, che io una volta ho intervistato nel Mississipi a casa sua, rivelandogli solo all’ultimo di essere ebrea, ha scritto che è in atto una “Rivoluzione bianca su Internet”. Purtroppo non ha torto. Se nel 1995 esisteva solo un sito estremista, nel 2009 se ne calcolavano 8500 in cui si possono trovare i negazionisti più attivi, i nazisti, i neonazisti, gli skin head, gli islamisti antisemiti, e qualsiasi altro tipo di antisemitismo e di estremismo bigotto. Anche in Italia il fenomeno si è ingigantito, e chi scrive ha l’onore, secondo la ricerca di Gatti, di essere più volte raffigurata e definita, insieme a tanti altri correligionari, come un’ebreaccia con tutte le caratteristiche razziali più odiose a posto. Ci sono siti di malati, di fissati, di gente che finalmente trova il modo di esprimere sui siti e sui social network opinioni che, finché non esisteva il network, non avevano modo di essere espresse se non in qualche garage di periferia nottetempo. La polizia postale, che ha un prezioso osservatorio di monitoraggio dell’antisemitismo, ha denunciato un boom di siti antisemiti, tra cui primeggiano Holy War, Terrasanta Libera, Effe di Effe, che diffondono tutte le possibili teorie antisemite vecchie e nuove, dalla cospirazione giudaica per impadronirsi del mondo, alla sete di sangue degli ebrei, alla loro tirchieria e fame di denaro… tutto collegato insieme, come in un sito scoperto da Stefano Gatti che, ancor prima del giornale svedese Aftonbladet, ha sostenuto che i soldati israeliani uccidono i palestinesi per asportarne gli organi e, da veri ebrei come immaginati da Hitler, venderli. Questo esempio ci porta direttamente alle nuove caratteristiche dell’antisemitismo, dove una linea che sfuma nel nulla divide l’antisraelismo dall’antisemitismo. Gli stereotipi della crudeltà ebraica vengono tutti assommati su Israele, nazista contro i palestinesi, stato di apartheid, usurpatore delle terre palestinesi, felice assassino di bambini di Gaza. Perché, tuttavia, questi stereotipi idioti sono più pericolosi sullo schermo del computer che sulla carta o alla tv?

La risposta è contenuta nella interattività del pubblico, specialmente dei giovani, rispetto ai contenuti veicolati dai siti e dai social network. Un ragazzo che sente dire che Israele è uno Stato di apartheid, mette le due parole insieme su Google e fa la “sua” ricerca. Essa gli darà dei risultati sconcertanti per chiunque conosca la storia dell’apartheid, per chi capisce la malvagia genialità mediatica palestinese nel legare il sostantivo che caratterizza il Sud Africa di un tempo a una condizione totalmente, completamente diversa in Israele. Ma chi non ne sa niente, troverà che ormai la parola apartheid è associata a Israele molto più che non al Paese di Nelson Mandela. Le cretinate sul “Muro” di divisione come mezzo di apartheid, i check point come sistema di separazione razziale, diventano così una verità che il giovane o chicchessia, il fruitore del net insomma, ha trovato da solo, ha ricercato, e che assume quindi valore di verità assoluta: l’ha verificato lui su cento siti! Senza contare il potenziamento di questi siti stessi che più li si clicca, anche solo per contestarli, più diventano forti nella graduatoria dei motori di ricerca.

Che fare? Le risposte sono difficili, ma il desiderio che viene immediatamente a tutti noi che lavoriamo sui computer è che questo strumento, come dice Oboler, sia controllabile almeno quanto il muro sotto casa mia: se ci trovo scritto “sporca ebrea” chiamo la polizia perché lo pulisca e cerchi i colpevoli. Sapete bene che su questo ci sono tanti problemi; è prima di tutto l’infinita mobilità territoriale dei siti e dei diffusori d’odio: puoi chiudere, e si può, anche in base alla legge Mancino, ma poi le possibilità di riapertura in altra sede geografica sono infinite… si chiude qua, si riapre in Norvegia o in Canada, e vince l’odio. Dunque, bisogna agire in maniera globale, ma senza violare il diritto alla libertà di opinione che è la forza del web. Altrimenti ci sentiremo rispondere da Google, come ha già fatto in un caso passato in cui le veniva richiesto di prendersi la responsabilità e di chiudere una fonte di informazione incongrua: sarebbe come accusare i gestori dell’autostrada di un incidente automobilistico.

Infine, in una parola, l’antisemitismo impazza ormai non solo su un terreno locale, ma con un impatto globale che ancora non sappiamo affrontare. E’ più forte di prima, più insidioso che mai, legato fortemente a un desiderio di distruzione del popolo ebraico che ha un riscontro internazionale fatto di missili e anche della futura bomba atomica iraniana. Insomma, la battaglia per batterlo vale la pena di essere combattuta più che mai, e con armi che abbiano le stesse caratteristiche di pervasività del nemico che affrontiamo. Non è un caso che, come ha comunicato l’università di Tel Aviv con un recente rapporto dello Stephen Roth Institute, nel 2009 ci sia stato un numero di incidenti antisemiti pari a quello della vigilia del nazismo, e che tutti i Paesi europei soffrano di questa malattia in modo raddoppiato o triplicato. Non possiamo combattere la battaglia del XXI secolo con armi del XX, diamoci da fare.

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