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La difficile strada della pace

martedì 1 agosto 2000 Diario di Shalom 0 commenti
Nessuno, almeno per un po', potrà dimenticare le facce di Ehud Barak e di Yasser Arafat al loro ritorno da Camp David. Barak scende dall'aereo stanco e pallido, la sua voce trema leggermente quando parla al microfono preparato per lui all'aeroporto Ben Gurion e - come saluto agli israeliani che lo aspettano - denuncia la sua delusione: "Non ce l'abbiamo fatta, ce l'abbiamo messa tutta, ci siamo vuotati le tasche, ma non è andata. Continueremo a cercare la pace a tutti i costi". I giornali sono già pieni di critiche, la prospettiva è oscura, l'opposizione trionfa, il governo è in minoranza. Barak può però fregiarsi delle stellette della pace, e su questo c'è aggressività e critica nel campo avverso, ma certo non disprezzo. A Gaza poco prima, arriva il rais: la folla palestinese lo accoglie entusiasta, è festante, esegue canti e danze, ha un atteggiamento che dice: "Gliel'abbiamo fatta vedere sia a Clinton che a Barak"; e Arafat, che in teoria è nelle stesse identiche condizioni di Barak, ovvero un leader che torna senza avere ottenuto il suo scopo, in pratica invece appare trionfante. Fa addirittura il segno della vittoria con le dita a V. La gente, che fino a poche ore prima lo incitava a tenersi lontano dal concludere una trattativa con gli israeliani, è contenta che il suo capo abbia anteposto il consenso alla pace. Non c'è nello schieramento politico palestinese un gruppo pacifista che si rammarichi, un'organizzazione di ragazzi che protesti intonando una canzone di pace, non c'è un'opposizione che lo critichi, non si leva una voce di delusione. Si vede soltanto l'assemblarsi dell'intero popolo palestinese intorno all'idea di non mollare, di continuare a scontrarsi in una guerra che appare ormai parte di un'identità e di un'educazione che ha come mito portante lo shahid, il martire dell'Islam di cui si insegnano le virtù in tutte le scuole dell'Autonomia. E alla fine Arafat, che ormai ha così tanti nemici fra i suoi, adesso invece viene acclamato (proprio in virtù del fatto che la pace non c'è) anche da Hamas che durante tutti le giornate di Camp David aveva attaccato Arafat a spada tratta. E dunque più ancora di ogni ragionamento politico sul futuro (che sarà più maneggevole della grinta di questi giorni, perché Clinton ha dichiarato che Arafat deve rinunciare a dichiarare il suo Stato unilateralmente il 13 settembre, pena la fine degli aiuti americani) ciò che fa paura è la distanza immensa fra due culture che invece qui come in altre parti del mondo devono a tutti i costi trovare un accordo. La differenza deriva dal fatto che una democrazia - per motivi connessi alla sua stessa natura, ovvero perché deve garantire un'atmosfera libera in cui sia aperto il 'gioco' del governo e dell'opposizione - vede nella pace una condizione vitale indispensabile, come l'aria o l'acqua per un essere umano. Un mondo autoritario, invece, ha un costante bisogno di conflitto, proprio perché deve compattare il popolo intorno a un uomo, a un'idea, a una battaglia. La pace quindi non può mai contare fino in fondo su chi non basa la politica sul consenso. E tuttavia la cultura della pace ha portato a casa qualche risultato: a Camp David sono stati toccati punti molto dolenti, degli autentici tabù che prima era proibito nominare, primo fra tutti quello su Gerusalemme, che da intoccabile sacro museo di pietre è diventata finalmente una città fatta di abitanti, di strade, di etnìe e culture diverse che convivono e confliggono. Non è detto che da questo nascerà la pace. Quello che però adesso non potrà essere dimenticato è che Israele, arrivando a mettere in discussione finanche il Monte del Tempio dove sorgono le Moschee, è davvero disponibile a passi molto coraggiosi. E l'altra parte, invece, no.

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