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La coraggiosa decisione di Sharon

sabato 1 maggio 2004 Diario di Shalom 0 commenti
Se Ariel Sharon riuscirà a realizzare, nonostante gli attacchi della sua destra estrema e del solito coro malevolente dall'Europa e dal mondo arabo, il suo disegno di sgombero, il mondo ne gioverà.

Sharon oltre che da Gaza sgombererà anche da buona parte degli insediamenti del West bank, una scelta senza precedenti: i principi che riguadano lo sgombero sono stati sanciti in reciproche missive dal Presidente degli Stati Uniti Bush, e da Sharon stesso. Le proteste di Arafat e dei palestinesi riguardano l'unilateralismo, il diritto al ritorno dei discendenti dei profughi del '48 e del '67 solo nel futuro Stato Palestinese, e non in Israele nel suo insieme; la dichiarazione che non sono i confini del '49 che fanno fede per i confini, ma la nuova situazione creatasi sul campo.

Prima di venire a questi punti, sarebbe folle non vedere che lo sgombero di Gaza e poi di altri insediamenti sarà un grande miracolo politico: intanto, Sharon sceglie di andarsene, contro l'opinione di parte dei suoi, nonostante gli abitanti degli insediamenti lo accusino di fuggire di fronte all'ondata di terrorismo degli ultimi anni e nonostante sia davvaro non facile affrontare il dolore delle famiglie che verranno spostate dalle loro case dopo 36 anni; la famiglia Cohen, per esempio, i cui due bambini hanno avuto le gambe tagliate in un attacco terroristico a un autobus scolastico all'inizio dell'intifada a Gaza, come potrà accettare che il suo sacrificio è stato vano? Egli capisce che la frusta demografica schiocca, e che la difesa di Israele richiede confini più ristretti e più sicuri. E anche, come ha detto più volte, che "non si può tenere un altro popolo sottomesso". Un atto di coraggio per Sharon, il generale della Grande Israele, abbracciare senza paura l'idea del disimpegno, dagli anni '80 tipica del campo opposto al suo, anzi, la bandiera dei laburisti e di Pace Adesso.

Però Sharon può farlo perché, a differenza del campo opposto, agisce anche in nome della sicurezza, e dopo aver ristabilito con altrettanto senso di realtà come per l'idea di sgomberare, anche il principio della deterrenza che era invece stato dimenticato a fronte di una situazione ridivenuta mortalmente pericolosa. Sharon si muove, al contrario di chi vorrebbe semplicemente cedere i territori, spaventato dai terroristi e dalle manifestazioni pacifiste, nel contesto dato, quello di una guerra contro il terrorsimo che deve essere combattuta senza paura e con senso della realtà: il contesto purtroppo, è quello del terrorismo non solo di Hamas, ma della violenza indiscriminata usata come arma strategica, tramite le Brigate di Al Aqsa, anche dal partito al potere, il Fatah di Arafat. Da Gaza, a Nablus, a Betlemme, a Jenin e Ramallah, per ora non c'è mai stata traccia di una decisione che non preveda, da parte di Fatah, il controllo politico del territorio e della popolazione palestinese come opportunità logistica per accumulare armi e organizzare attentati. Questa politica, costruita sulla più vasta disinformazione, sull'incitamento e l'esaltazione dei "martiri" terroristi suicidi, sulla violazione di ogni diritto umano e la miseria dell'intero popolo palestinese la cui sofferenza viene usata come un'arma, sulla corruzione del gruppo dirigente, richiede per la salvezza di Israele ma anche del popolo palestinese, una svolta radicale, che comprende uno Stato palestinese, migliori confini per difendere Israele, un gruppo dirigente che sostituisca quello a Ramallah, a Gaza, a Betlemme, che ha permesso lo sviluppo di un terrorismo pervasivo. Oggi, non meno di 60 informazioni di intelligence al giorno avvertono che altrettanti attentati sono per strada. D'altra parte, tuttavia, gli israeliani hanno dimostrato in questi tre anni e mezzo una capacità di resistere e di combattere che ha molto ridotto i pericoli. L'unilateralismo, in una situazione come questa, è indispensabile. Un partner per ora non c'è: forse però, in una situazione di autonomia di Gaza e di parte dei territori, ci sarà, e questo apre la via alla Road map. Mosse di pacificazione effettiva (contro il terrorismo, cioè) di un nuovo gruppo dirigente che gestisca le zone consegnate ai palestinesi, possono riaprire la trattativa per un accordo fra le due parti. Lo sgombero è anche una sfida e un'incentivo all'idea della democratizzazione dell'area.

La questione dei profughi: è stata la contraddizione più patente. Un nuovo Stato palestinese dovrebbe essere la casa naturale dei palestinesi che, per responsabilità certo non tutte di Israele, sono o si considerano profughi: l'idea che oltre che nel loro Stato essi possano sistemarsi in Israele e sovrastarlo demograficamente, è la più minacciosa e confusa. L'affermazione di Bush apre la speranza che"ritorno" non significhi distruggere Israele. Quanto agli insediamenti: già Clinton aveva statuito che alcuni blocchi non potevano, per ragioni demografiche o di collocazione geografica, essere smantellati. Non si tratta di blocchi di criminali, ma di cittadini che vivono da 36 anni, a volte alla terza generazione, in un quartiere periferico di Gerusalemme, come Malee Adumim o Pisgat Zeev: come sgomberarli? Conservare questi blocchi, magari scambiarli con zone diverse, sembra la soluzione più realistica, quella che l'opinione pubblica consentirà. Ma ci vuole un interlocutore, non, di nuovo!, un fronte palestinese del no, che come disse Abba Eban "non perde un'occasione per perdere un'occasione".

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