L’ultima mossa estremistica, passata quasi inosservata, è il meeting di 15 paesi arabi per rinnovare il boicottaggio a Israele, con cui sembrano aver poco a che fare, peraltro, le società boicottate, come la Cola-Cola, i film di Elizabeth Taylor (convertita all’ebraismo) o la Ford. Ma a Damasco non si guarda tanto per il sottile negli ultimi tempi, i pugni partono all’impazzata. E così anche questa perla si aggiunge alla serie di prese di posizione che mettono il giovane Bashar Assad («Chi avrebbe detto che avremmo rimpianto il padre» dicono per scherzo in Israele) su un filo teso a 100 metri d’altezza. Mentre le sue truppe occupano da decenni il Libano, uno stato sovrano, senza che nessuno, all’Onu, dica una parola, ha ricevuto parecchi recenti rabbuffi dagli Usa per molti motivi: oltre alle prese di posizione esasperate contro la guerra in Iraq («genocida», «criminale», «terrorista », «nazista» gli aggettivi usati dal quotidiano ufficiale Tishrin) ci sono parecchi fatti di cui Assad è ritenuto responsabile: aver sviluppato un suo programma di armi di distruzione di massa, aver nascosto armi di Saddam, aver comprato armi all’estero e averle passate al rais di Baghdad, aver lasciato passare durante la guerra armi, combattenti e kamikaze attraverso la frontiera Siria-Iraq nella speranza di insanguinare il più possibile il conflitto. Bashar è anche accusato di ospitare tutte le maggiori organizzazioni terroristiche del mondo (non Al Qaeda), che si servono di Damasco come centro dei loro uffici, dell’aeroporto per rifornirsi delle armi provenienti dall’Iran, di varie zone per le esercitazioni armate; inoltre, secondo l’intelligence americana, Bashar ospiterebbe adesso anche ex notabili e combattenti di Saddam. Gli Usa in questi giorni hanno chiuso l’oleodotto di Saddam che arrivava in Siria, consentendo immensi guadagni al rais iracheno e ai siriani nonostante l’embargo. Inoltre, si dice, Hamas sarebbe pronta a sgomberare dai suoi tre piani in un polveroso sobborgo di Damasco. Ma la milizia più coccolata e nutrita è quella degli Hezbollah. Bashar Assad forse si sta accorgendo di aver fatto il passo più lungo della gamba, perché i giornali e i notabili ripetono che il rapporto con Saddam non è mai stato profondo e che non ci sono transfughi; ma ci sono due punti che invece lo rendono profondissimo: la preoccupazione di essere in pericolo (anche il suo è un regime minoritario baathista) e la necessità di mettersi nella posizione che da sempre tenta ogni rais, quella di baluardo del coraggio arabo antioccidentale. Un calcolo miope, che per ora gli frutta, in un Medio Oriente che tende al nuovo, un ruolo pericolosamente vecchio.