L’ULTIMO BLUFF - YASSER ARAFAT
giovedì 29 luglio 2004 Panorama 0 commenti
In vista dello sgombero israeliano dalla Striscia, il rais cerca di rafforzare il suo potere. Ma il vecchio gioco di mettere le fazioni una contro l’altra gli sta scoppiando in mano.
Ancora lui, una volta di più: Yasser Arafat. Ma stavolta nessuno, neppure l’Unione Europea che lo ha sostenuto come partner di pace, può fingere di non vedere a che punto la sua politica ha trascinato il mondo palestinese: una giungla di armi e corruzione. Il mondo si chiede se per Arafat sia l’inizio della fine o se, come un gatto dalle sette vite, riuscirà a dominare la rivolta di Gaza e di parte della Cisgiornania in cui si è scatentata una guerra di tutti contro tutti, a base di rapimenti, manifestazioni, spari. Tutto è cominciato con tre rapimenti a mano armata, due ai danni di uomini di bastone della prima linea, l’altro di quattro volontari francesi, poi rilasciati. C’è chi dice nell’Autonomia che Arafat stesso abbia commissionato almeno quello ai danni dei francesi, per poi rimestare nel torbido della confusione, liberarsi di personaggi ormai divenuti scomodi come il suo fedelissimo Ghazi Jabali, capo della polizia prima rapito, poi dimissionario, e magari arrivare a un caos tale da evocare la prospettiva più invisa a Israele: un intervento internazionale. Vero o no, comunque Arafat è al contempo colui che ha messo in moto il processo (con la sua politica del divide et impera) e quello che oggi ne è minacciato. Due ipotesi circolano. La prima: si tratta di uno scontro, a conclusione aperta, con Mohammed Dahlan, il colonnello 43enne ex ministro dell’Interno di Abu Mazen, il primo ministro che ha preceduto Abu Ala. Insieme i due sono stati cacciati dal potere (Abu Mazen ha raccontato a Newsweek di essere stato anche minacciato di morte da Arafat) e da tempo, insieme, preparano un ritorno. Dahlan, di origine sottoproletaria, oggi tanto ricco da potersi permettere l’acquisto (molto criticato) di una delle migliori ville di Gaza, è favorito, oltre che dalla sua disinvoltura e dal carisma che ne fa il capo vero di Al Fatah a Gaza, comprese le Brigate Al Aqsa, dall’appoggio degli egiziani. I quali si sono offerti di gestire lo sgombero israeliano nel 2005. Gli egiziani hanno un forte interesse a tenere la Striscia libera dal potere di Hamas per usarla come base economica e strategica. Omar Suleiman, il capo dei servizi segreti del presidente egiziano Hosni Mubarak, ha più volte incontrato Arafat negli ultimi mesi ed è arrivato ai ferri corti. Chiede al rais che lasci nascere tre servizi militar-polizieschi agli ordini di professionisti e non di Arafat stesso. Il rais, sotto la furia delle armi, ha accettato (chissà se per davvero), ma Dahlan è rimasto fuori delle cariche importanti, mentre gli egiziani lo vogliono come punto di riferimento per Gaza. Il giovane dirigente è per Arafat un nemico. Per gli egiziani, invece, è uno che non ha problemi anche ad affrontare Hamas a muso duro. Questa organizzazione per ora non partecipa allo scontro (si limita a stigmatizzare Al Fatah per il conflitto «tra fratelli», mentre loda virtuosamente la lotta contro la corruzione). Intanto organizza un esercito popolare per gestire il Far West palestinese. Dahlan è tornato da Londra proprio in questi giorni, suoi nemici dichiarati sono gli uomini di Arafat, suoi alleati sono le Brigate Al Aqsa e le nuove Brigate dei martiri di Jenin, oltre alle Brigate della morte: loro hanno sparato sui lealisti di Moussa Arafat, corrotto e crudele cugino che il rais aveva tentato di mettere alla testa di tutti i servizi di polizia per placare la rivolta. Arafat ha sottovalutato l’odio diffuso verso il cugino e ha dovuto fare marcia indietro, dando uno di quei segni di debolezza che il mondo arabo non apprezza mai. Se Dahlan riuscisse ad affermarsi, Arafat non sarebbe solo costretto a condividere il potere a Gaza, ma ne uscirebbe con prestigio ridotto. A meno che non riesca a ideare machiavellicamente un’alleanza futura. La seconda ipotesi è il caos: ci sarebbero fuoco e fiamme a Gaza e in tutta l’Autonomia, con un possibile collasso della struttura che ha formato la base di potere del rais, ma anche di quella che ha organizzato la ribellione. Dal 1994, quando Arafat ha avuto in mano il potere sul territorio e sulle armi che il governo israeliano gli consegnò in base all’accordo di Oslo, ha armato e gestito una contro l’altra bande che hanno conquistato il proprio pezzo di torta grazie alla forza dei kalashnikov. Con la prospettiva di un ritiro israeliano dalla Striscia i gruppi si agitano per ottenere il controllo di business e di pezzi di potere. Per esempio, Dahlan avrebbe costituito un discreto patrimonio con il controllo dei flussi di manodopera a Carni, la zona industriale dove si impiega la forza lavoro palestinese in strutture produttive israeliane. Certo, nessuna delle fazioni ammetterà mai di lottare per il potere: le parole d’ordine sono quelle della riforma e della democratizzazione. Alcuni, come Sofian Abu Zaide, un uomo di Al Fatah e intellettuale che ha passato anni in carcere mentre il gruppo di Arafat era a Tunisi (la spaccatura fra «interni» e «tunisini» è profonda), ci credono e sono indignati per la corruzione. Altri come Mohammed Dahlan combattono una battaglia frontale per il potere. Altri, come il generale Ghazi Jabali, cercano di sopravvivere anche fisicamente. Altri ancora, come Jibril Rajoub, consigliere speciale per la sicurezza di Arafat, uomo d’arme «dell’interno », contano che Arafat resti in sella ancora un po’, in modo da evitare che la roccaforte della Cisgiordania sia contagiata dalla sindrome di Gaza. Infine c’è, al vertice del potere virtuale delle strutture palestinesi, Abu Ala-Ahmed Qreia, l’attuale primo ministro, non uomo d’armi ma politico con una sua base, che gestisce con cautela la grande risorsa delle sue dimissioni: le ha date per lo stato di «disastro assoluto », come ha detto, e tuttavia tentenna. Il mondo le interpreterebbe come un segno di collasso per Arafat che, per questo, di fatto si oppone. Abu Ala intanto è in dubbio: vorrebbe lasciare prima del collasso di Arafat, ma teme, se il rais dovesse farcela ancora una volta, le accuse di tradimento. L’ultima invenzione di Arafat era stata, in previsione dello sgombero israeliano da Gaza, l’istituzione di una nuova milizia di 2 mila uomini armati agli ordini del colonnello Bashir Nasser, con il compito di tacitare qualsiasi accenno di rivolta nella Striscia: cioè di difendere il suo potere. Non è una novità, Arafat negli anni ha affidato questo compito un po’ a tutte le sue milizie, mettendole anche l’una contro l’altra. E, per essere ancor più sicuro, giocando anche con le strutture parallele dei movimenti armati (Tanzim, Brigate Al Aqsa, Brigate dei martiri di Jenin). Ma, promuovendo la gemmazione di gruppi armati, Arafat ha favorito la scelta del terrorismo e anche la corruzione: appalti, costruzioni, tangenti, sanità, gestione di aiuti internazionali, commerci di armi e di altro, tutto viene usato per finanziare le formazioni armate. Oggi, però, al vecchio rais il gioco è scoppiato in mano. Adesso per lui la corsa contro il tempo è cruciale: Arafat vuole rimettere in ordine la casa prima dello sgombero, per restarne il padrone. Dahlan, gli egiziani, e soprattutto Hamas e i suoi amici terroristi islamisti, aspettano dietro l’angolo per approfittare di un suo passo falso.
Ancora lui, una volta di più: Yasser Arafat. Ma stavolta nessuno, neppure l’Unione Europea che lo ha sostenuto come partner di pace, può fingere di non vedere a che punto la sua politica ha trascinato il mondo palestinese: una giungla di armi e corruzione. Il mondo si chiede se per Arafat sia l’inizio della fine o se, come un gatto dalle sette vite, riuscirà a dominare la rivolta di Gaza e di parte della Cisgiornania in cui si è scatentata una guerra di tutti contro tutti, a base di rapimenti, manifestazioni, spari. Tutto è cominciato con tre rapimenti a mano armata, due ai danni di uomini di bastone della prima linea, l’altro di quattro volontari francesi, poi rilasciati. C’è chi dice nell’Autonomia che Arafat stesso abbia commissionato almeno quello ai danni dei francesi, per poi rimestare nel torbido della confusione, liberarsi di personaggi ormai divenuti scomodi come il suo fedelissimo Ghazi Jabali, capo della polizia prima rapito, poi dimissionario, e magari arrivare a un caos tale da evocare la prospettiva più invisa a Israele: un intervento internazionale. Vero o no, comunque Arafat è al contempo colui che ha messo in moto il processo (con la sua politica del divide et impera) e quello che oggi ne è minacciato. Due ipotesi circolano. La prima: si tratta di uno scontro, a conclusione aperta, con Mohammed Dahlan, il colonnello 43enne ex ministro dell’Interno di Abu Mazen, il primo ministro che ha preceduto Abu Ala. Insieme i due sono stati cacciati dal potere (Abu Mazen ha raccontato a Newsweek di essere stato anche minacciato di morte da Arafat) e da tempo, insieme, preparano un ritorno. Dahlan, di origine sottoproletaria, oggi tanto ricco da potersi permettere l’acquisto (molto criticato) di una delle migliori ville di Gaza, è favorito, oltre che dalla sua disinvoltura e dal carisma che ne fa il capo vero di Al Fatah a Gaza, comprese le Brigate Al Aqsa, dall’appoggio degli egiziani. I quali si sono offerti di gestire lo sgombero israeliano nel 2005. Gli egiziani hanno un forte interesse a tenere la Striscia libera dal potere di Hamas per usarla come base economica e strategica. Omar Suleiman, il capo dei servizi segreti del presidente egiziano Hosni Mubarak, ha più volte incontrato Arafat negli ultimi mesi ed è arrivato ai ferri corti. Chiede al rais che lasci nascere tre servizi militar-polizieschi agli ordini di professionisti e non di Arafat stesso. Il rais, sotto la furia delle armi, ha accettato (chissà se per davvero), ma Dahlan è rimasto fuori delle cariche importanti, mentre gli egiziani lo vogliono come punto di riferimento per Gaza. Il giovane dirigente è per Arafat un nemico. Per gli egiziani, invece, è uno che non ha problemi anche ad affrontare Hamas a muso duro. Questa organizzazione per ora non partecipa allo scontro (si limita a stigmatizzare Al Fatah per il conflitto «tra fratelli», mentre loda virtuosamente la lotta contro la corruzione). Intanto organizza un esercito popolare per gestire il Far West palestinese. Dahlan è tornato da Londra proprio in questi giorni, suoi nemici dichiarati sono gli uomini di Arafat, suoi alleati sono le Brigate Al Aqsa e le nuove Brigate dei martiri di Jenin, oltre alle Brigate della morte: loro hanno sparato sui lealisti di Moussa Arafat, corrotto e crudele cugino che il rais aveva tentato di mettere alla testa di tutti i servizi di polizia per placare la rivolta. Arafat ha sottovalutato l’odio diffuso verso il cugino e ha dovuto fare marcia indietro, dando uno di quei segni di debolezza che il mondo arabo non apprezza mai. Se Dahlan riuscisse ad affermarsi, Arafat non sarebbe solo costretto a condividere il potere a Gaza, ma ne uscirebbe con prestigio ridotto. A meno che non riesca a ideare machiavellicamente un’alleanza futura. La seconda ipotesi è il caos: ci sarebbero fuoco e fiamme a Gaza e in tutta l’Autonomia, con un possibile collasso della struttura che ha formato la base di potere del rais, ma anche di quella che ha organizzato la ribellione. Dal 1994, quando Arafat ha avuto in mano il potere sul territorio e sulle armi che il governo israeliano gli consegnò in base all’accordo di Oslo, ha armato e gestito una contro l’altra bande che hanno conquistato il proprio pezzo di torta grazie alla forza dei kalashnikov. Con la prospettiva di un ritiro israeliano dalla Striscia i gruppi si agitano per ottenere il controllo di business e di pezzi di potere. Per esempio, Dahlan avrebbe costituito un discreto patrimonio con il controllo dei flussi di manodopera a Carni, la zona industriale dove si impiega la forza lavoro palestinese in strutture produttive israeliane. Certo, nessuna delle fazioni ammetterà mai di lottare per il potere: le parole d’ordine sono quelle della riforma e della democratizzazione. Alcuni, come Sofian Abu Zaide, un uomo di Al Fatah e intellettuale che ha passato anni in carcere mentre il gruppo di Arafat era a Tunisi (la spaccatura fra «interni» e «tunisini» è profonda), ci credono e sono indignati per la corruzione. Altri come Mohammed Dahlan combattono una battaglia frontale per il potere. Altri, come il generale Ghazi Jabali, cercano di sopravvivere anche fisicamente. Altri ancora, come Jibril Rajoub, consigliere speciale per la sicurezza di Arafat, uomo d’arme «dell’interno », contano che Arafat resti in sella ancora un po’, in modo da evitare che la roccaforte della Cisgiordania sia contagiata dalla sindrome di Gaza. Infine c’è, al vertice del potere virtuale delle strutture palestinesi, Abu Ala-Ahmed Qreia, l’attuale primo ministro, non uomo d’armi ma politico con una sua base, che gestisce con cautela la grande risorsa delle sue dimissioni: le ha date per lo stato di «disastro assoluto », come ha detto, e tuttavia tentenna. Il mondo le interpreterebbe come un segno di collasso per Arafat che, per questo, di fatto si oppone. Abu Ala intanto è in dubbio: vorrebbe lasciare prima del collasso di Arafat, ma teme, se il rais dovesse farcela ancora una volta, le accuse di tradimento. L’ultima invenzione di Arafat era stata, in previsione dello sgombero israeliano da Gaza, l’istituzione di una nuova milizia di 2 mila uomini armati agli ordini del colonnello Bashir Nasser, con il compito di tacitare qualsiasi accenno di rivolta nella Striscia: cioè di difendere il suo potere. Non è una novità, Arafat negli anni ha affidato questo compito un po’ a tutte le sue milizie, mettendole anche l’una contro l’altra. E, per essere ancor più sicuro, giocando anche con le strutture parallele dei movimenti armati (Tanzim, Brigate Al Aqsa, Brigate dei martiri di Jenin). Ma, promuovendo la gemmazione di gruppi armati, Arafat ha favorito la scelta del terrorismo e anche la corruzione: appalti, costruzioni, tangenti, sanità, gestione di aiuti internazionali, commerci di armi e di altro, tutto viene usato per finanziare le formazioni armate. Oggi, però, al vecchio rais il gioco è scoppiato in mano. Adesso per lui la corsa contro il tempo è cruciale: Arafat vuole rimettere in ordine la casa prima dello sgombero, per restarne il padrone. Dahlan, gli egiziani, e soprattutto Hamas e i suoi amici terroristi islamisti, aspettano dietro l’angolo per approfittare di un suo passo falso.
