L’ultima battaglia di Arafat
giovedì 3 ottobre 2002 Panorama 0 commenti
Chiuso nella Mukata dai tank di Sharon, il presidente dell’Anp deve fare i conti con un’opposizione sempre più dura. Che però non riesce a esprimere uomini forti. Mentre ricomincia il terrorismo.
Rovine, pietre smozzicate, ferri contorti: dalla notte fra giovedì 19 e venerdì 20 settembre il palcoscenico su cui muove i suoi passi Yasser Arafat, la fortezza di Mukata, è in sé la tragica rappresentazione della sconfitta. L’esercito israeliano, dopo l’ondata di attacchi di mercoledì e giovedì che hanno causato otto morti e decine di feriti, ha messo di nuovo il rais palestinese nella condizione di confinato totale, secondo le indicazioni del governo riunito da Ariel Sharon con procedura di emergenza. Niente visite di capi di stato, di dignitari europei che cercano mediazioni, niente interviste con la stampa estera. I suoi sodali-guardie del corpo sono usciti nel buio, con la bianca luce dei riflettori puntata addosso, a mani alzate. Sa’eb Erakat telefonava in tutto il mondo per chiedere, ancora una volta, aiuto. Ma l’aiuto possibile è stato consumato negli ultimi due anni, eroso da una guerra terribile di cui il terrorismo è diventato protagonista. Eppure, nelle settimane scorse c’erano stati molti sussulti che avevano fatto dichiarare a Shimon Peres nel suo discorso alle Nazioni Unite che si vedevano molti segni di luce, segnali di cambiamento positivo provenienti da Ramallah, sede del parlamento palestinese, da Mukata, dalle organizzazioni di Fatah e dei tanzim, e dalla gente del popolo affamata, spezzata dalle azioni pervasive dell’esercito israeliano alla ricerca dei terroristi e delle fabbriche d’armi, dalle uccisioni, dai feriti, dalla disoccupazione, dalla miseria crescente. Le rivolte del pane a Gaza in primavera erano state il primo segno della rivoluzione popolare contro la politica di Arafat. E piano piano, dalle radici, nel corso dell’estate e fino all’11 settembre, la protesta era salita fino agli alti rami, quando Arafat, minacciato da un voto di sfiducia, aveva fatto dimettere il suo governo. È stata una notizia da prima pagina, ma dal contenuto confuso: Al Hayat al Jadida, il giornale dell’Autonomia, ha disegnato Arafat e il suo governo come le Twin Towers e il parlamento palestinese che ci si butta contro dentro un grande aereo suicida. Era appunto l’anniversario dell’attentato. Dopo le durezze dell’operazione Scudo di difesa gli uomini di Al Fatah, inclusi i tanzim, che avevano perso compagni e beni, avevano cominciato a chiedere ad Arafat di dare loro la dovuta ricompensa in leadership. I leader giovani chiedevano anche un maggiore controllo delle finanze, delle limousine, dei viaggi all’estero, dei conti in banca cresciuti a dismisura durante il processo di pace e oltre. Ma la rivolta era cresciuta come richiesta di trasparenza, più che come rivolta politica. Il terrorismo è diventato un punto dirimente solo per la spinta di pochi vecchi leader di Al Fatah, gente che aveva conosciuto l’esilio prima del 1994, uomini invisi ai tanzim di Marwan Bargouti, radice dell’intifada. Il rais ha catturato il filo rosso della rivolta utilizzandolo per recuperare la simpatia internazionale, quando ha posto sul terreno il tema delle perdite umane, del terrore, della morte dei civili. Ma la paura dei dignitari, il conformismo di un regime autoritario, la intoccabilità pubblica della figura di Mr Palestina, oltre che la consapevolezza che la piazza era con le azioni terroriste, hanno impedito alla discussione interna di farsi cambiamento politico, hanno evitato ogni rilancio che potesse far pensare alla necessità di un ricambio totale. Invece di precisare i contenuti dello scontro interno e di esprimere le loro critiche al rais per la rovina causata dalla guerra, ognuno dei dignitari in rivolta ha trovato la strada per ricucire col potere costituito, mentre nelle sedi dei tanzim e soprattutto di Hamas si preparavano i soliti attacchi terroristi, destinati a portare ulteriore rovina ad Arafat. Le critiche c’erano: il ministro Nabil Amr, il veterano di Al Fatah, più di tutti ha attaccato il rais, dicendo chiaro che aveva fatto male a rifiutare gli accordi di Camp David. C’era la contestazione di Hussam Khader, un personaggio di grande spicco, un duro, legislatore del campo profughi di Balata, che ha chiesto, come Amr, di aggiungere un primo ministro al governo. Spiccavano anche le critiche di Abdel Razak al Yahia, che non aveva approvato le forzate dimissioni di Jibril Rajub (forse l’unico uomo di autentico potere militare capace di tenere testa al rais) da capo della polizia. E quando Nabil Amr si è rivolto direttamente ad Arafat, e gli ha detto fra gli applausi: «Nella campagna contro Sharon, siamo con te, ma nella battaglia per le riforme interne devi essere con noi», la sua frase è diventata la parola d’ordine. Mentre il mondo si congratulava per la messa in crisi di una leadership che ha portato i palestinesi a questa situazione angosciosa, già Tayet Abd al- Rahim, uno dei più vecchi sodali ma anche uno dei franchi critici del rais, insisteva che in nessun modo le dimissioni erano un insuccesso per Abu Ammar. Jibril Rajub, cavalleresco, aggiungeva che le dimissioni erano un segnale del ruolo nazionale del consiglio eletto e Abu Ala lodava gli eventi come segni di maturità politica. Una linea che si è rafforzata quando dalle prigioni israeliane, e poi discusso da tutta l’Autonomia, è uscito un documento di Al Fatah che echeggiava il discorso di Arafat sulla necessità di porre fine agli attacchi terroristici dentro la linea verde. Il documento e il discorso sono stati salutati come una grande svolta. «Ma già nello stile del dibattito, che segnalava peraltro una situazione di crisi » dice il professor Nahman Tal, uno dei maggiori esperti accademici della questione palestinese, «si vedeva la difficoltà della discussione, la paura di darle un valore morale che potesse urtare i sentimenti popolari che vedono nel terrorismo suicida una indiscussa acquisizione strategica e anche una medaglia al valore che ha creato una nuova scala sociale. E poi anche gli uomini di Al Fatah a contatto con i giovani sanno che i loro quadri, che naturalmente nessuno si vuole alienare, discutono quella che chiamano “la libertà di suicidarsi” degli uomini di Hamas». Proprio Hamas, intanto, ha mandato chiarissimi messaggi che non ha alcun interesse ad abbandonare gli attentati. Questo dopo un breve periodo in cui ha lasciato credere, fra l’eccitazione degli inviati europei nella zona, di essere affascinata dalle proposte di Arafat di cogestione del potere in cambio dell’abbandono del terrorismo suicida. Ma sono affermazioni di luglio, prima dell’eliminazione di Salah Shehadeh, il comandante dell’ala militare a Gaza e Israele. Subito dopo Hamas e anche Al Fatah hanno sostenuto che l’affronto è stato troppo grande, e il terrorismo continuerà, ma che l’accordo era vicino e che, dunque, è Israele il responsabile della ripresa della violenza. La verità, però, è che un accordo non esisteva affatto. E se anche Arafat non ha osato richiamare Hamas all’ordine e ha riconosciuto la «resistenza » (cioè le azioni terroristiche) come mezzo per i palestinesi di raggiungere uno stato con i confini del 1967 e Gerusalemme capitale, Hamas e Jihad islamica non hanno mai accettato di firmare alcun documento che ammettesse l’esistenza dello Stato d’Israele, o l’accordo di Oslo. Neppure se Arafat proponeva loro di spartire il potere e anche i fondi su una base di totale eguaglianza. Quando poi, l’11 settembre, Arafat ha annunciato nuove elezioni per il 20 gennaio, Hamas ha subito respinto pubblicamente l’idea di elezioni che si svolgessero secondo le regole occidentali dell’accordo di Oslo. In una parola, né Hamas ha mai abbandonato il terrore, né Arafat ha mai osato chiederglielo davvero. Non solo: i mezzi di comunicazione di massa, le scuole, gli uomini pubblici non hanno smesso per un momento di lodare e incitare al «martirio», una chiave formidabile verso il cuore del loro popolo. Nel frattempo anche i tanzim, spezzati in fazioni locali più o meno legate al rais, hanno continuato la loro rivalità per il potere prossimo venturo giocando con il terrorismo. L’accerchiamento israeliano, l’occupazione, i rastrellamenti dei militanti, la mancanza di materia prima e soprattutto di artificieri-ingegneri ha reso indispensabile una collaborazione fra organizzazioni che non è mai stata discussa ai vertici. L’esplosivo, i mezzi di trasporto, il suicida stesso, ciascuna componente degli attentati è stata in questo periodo fornita da organizzazioni unite come non mai dalla difficoltà del momento, sebbene Al Fatah e Arafat dichiarassero pubblicamente che il terrorismo dentro la linea verde è da evitare «per il danno che arreca alla causa», non «per motivi morali». La debolezza del rais e tuttavia la sua forza intrinseca si mostrano insieme in questi giorni: nessuno osa avanzare per sostituire un capo ormai ritenuto inaffidabile da tutto il mondo e «irrilevante» da americani e israeliani. Lui è comunque Mr Palestina, anche se solo e dentro Mukata in fiamme. Chi gli è stato più vicino non vuole i suoi colori per correre alle eventuali prossime elezioni: Nabil Sha’at, Yasser Abed Rabbo, Abdel Razak Yehye, vecchi e nuovi ministri, sanno che il popolo non ama le loro limousine e i loro viaggi, cercano una verginità borbottando contro il rais, anche se in pubblico lo difendono. E il tabù del terrore, non si spezza: il popolo chiede una leadership monda da vizi e da corruzione, ma che come Arafat rispetti i «martiri»; il mondo chiede un atteggiamento pacifista e democratico. Qui sta la tenaglia in cui viene stritolato Arafat. L’unico candidato non costretto a pronunciarsi è Marwan Bargouti, sotto processo per terrorismo. Paradossalmente il capo dei tanzim, che ha probabilmente condannato a morire decine di innocenti mandando i suoi martiri di Al Aqsa a farsi saltare per aria, con la sua assenza dall’arena congestionata può riproporre una verginità salvifica, magari da spendere dopo qualche anno di galera.
Rovine, pietre smozzicate, ferri contorti: dalla notte fra giovedì 19 e venerdì 20 settembre il palcoscenico su cui muove i suoi passi Yasser Arafat, la fortezza di Mukata, è in sé la tragica rappresentazione della sconfitta. L’esercito israeliano, dopo l’ondata di attacchi di mercoledì e giovedì che hanno causato otto morti e decine di feriti, ha messo di nuovo il rais palestinese nella condizione di confinato totale, secondo le indicazioni del governo riunito da Ariel Sharon con procedura di emergenza. Niente visite di capi di stato, di dignitari europei che cercano mediazioni, niente interviste con la stampa estera. I suoi sodali-guardie del corpo sono usciti nel buio, con la bianca luce dei riflettori puntata addosso, a mani alzate. Sa’eb Erakat telefonava in tutto il mondo per chiedere, ancora una volta, aiuto. Ma l’aiuto possibile è stato consumato negli ultimi due anni, eroso da una guerra terribile di cui il terrorismo è diventato protagonista. Eppure, nelle settimane scorse c’erano stati molti sussulti che avevano fatto dichiarare a Shimon Peres nel suo discorso alle Nazioni Unite che si vedevano molti segni di luce, segnali di cambiamento positivo provenienti da Ramallah, sede del parlamento palestinese, da Mukata, dalle organizzazioni di Fatah e dei tanzim, e dalla gente del popolo affamata, spezzata dalle azioni pervasive dell’esercito israeliano alla ricerca dei terroristi e delle fabbriche d’armi, dalle uccisioni, dai feriti, dalla disoccupazione, dalla miseria crescente. Le rivolte del pane a Gaza in primavera erano state il primo segno della rivoluzione popolare contro la politica di Arafat. E piano piano, dalle radici, nel corso dell’estate e fino all’11 settembre, la protesta era salita fino agli alti rami, quando Arafat, minacciato da un voto di sfiducia, aveva fatto dimettere il suo governo. È stata una notizia da prima pagina, ma dal contenuto confuso: Al Hayat al Jadida, il giornale dell’Autonomia, ha disegnato Arafat e il suo governo come le Twin Towers e il parlamento palestinese che ci si butta contro dentro un grande aereo suicida. Era appunto l’anniversario dell’attentato. Dopo le durezze dell’operazione Scudo di difesa gli uomini di Al Fatah, inclusi i tanzim, che avevano perso compagni e beni, avevano cominciato a chiedere ad Arafat di dare loro la dovuta ricompensa in leadership. I leader giovani chiedevano anche un maggiore controllo delle finanze, delle limousine, dei viaggi all’estero, dei conti in banca cresciuti a dismisura durante il processo di pace e oltre. Ma la rivolta era cresciuta come richiesta di trasparenza, più che come rivolta politica. Il terrorismo è diventato un punto dirimente solo per la spinta di pochi vecchi leader di Al Fatah, gente che aveva conosciuto l’esilio prima del 1994, uomini invisi ai tanzim di Marwan Bargouti, radice dell’intifada. Il rais ha catturato il filo rosso della rivolta utilizzandolo per recuperare la simpatia internazionale, quando ha posto sul terreno il tema delle perdite umane, del terrore, della morte dei civili. Ma la paura dei dignitari, il conformismo di un regime autoritario, la intoccabilità pubblica della figura di Mr Palestina, oltre che la consapevolezza che la piazza era con le azioni terroriste, hanno impedito alla discussione interna di farsi cambiamento politico, hanno evitato ogni rilancio che potesse far pensare alla necessità di un ricambio totale. Invece di precisare i contenuti dello scontro interno e di esprimere le loro critiche al rais per la rovina causata dalla guerra, ognuno dei dignitari in rivolta ha trovato la strada per ricucire col potere costituito, mentre nelle sedi dei tanzim e soprattutto di Hamas si preparavano i soliti attacchi terroristi, destinati a portare ulteriore rovina ad Arafat. Le critiche c’erano: il ministro Nabil Amr, il veterano di Al Fatah, più di tutti ha attaccato il rais, dicendo chiaro che aveva fatto male a rifiutare gli accordi di Camp David. C’era la contestazione di Hussam Khader, un personaggio di grande spicco, un duro, legislatore del campo profughi di Balata, che ha chiesto, come Amr, di aggiungere un primo ministro al governo. Spiccavano anche le critiche di Abdel Razak al Yahia, che non aveva approvato le forzate dimissioni di Jibril Rajub (forse l’unico uomo di autentico potere militare capace di tenere testa al rais) da capo della polizia. E quando Nabil Amr si è rivolto direttamente ad Arafat, e gli ha detto fra gli applausi: «Nella campagna contro Sharon, siamo con te, ma nella battaglia per le riforme interne devi essere con noi», la sua frase è diventata la parola d’ordine. Mentre il mondo si congratulava per la messa in crisi di una leadership che ha portato i palestinesi a questa situazione angosciosa, già Tayet Abd al- Rahim, uno dei più vecchi sodali ma anche uno dei franchi critici del rais, insisteva che in nessun modo le dimissioni erano un insuccesso per Abu Ammar. Jibril Rajub, cavalleresco, aggiungeva che le dimissioni erano un segnale del ruolo nazionale del consiglio eletto e Abu Ala lodava gli eventi come segni di maturità politica. Una linea che si è rafforzata quando dalle prigioni israeliane, e poi discusso da tutta l’Autonomia, è uscito un documento di Al Fatah che echeggiava il discorso di Arafat sulla necessità di porre fine agli attacchi terroristici dentro la linea verde. Il documento e il discorso sono stati salutati come una grande svolta. «Ma già nello stile del dibattito, che segnalava peraltro una situazione di crisi » dice il professor Nahman Tal, uno dei maggiori esperti accademici della questione palestinese, «si vedeva la difficoltà della discussione, la paura di darle un valore morale che potesse urtare i sentimenti popolari che vedono nel terrorismo suicida una indiscussa acquisizione strategica e anche una medaglia al valore che ha creato una nuova scala sociale. E poi anche gli uomini di Al Fatah a contatto con i giovani sanno che i loro quadri, che naturalmente nessuno si vuole alienare, discutono quella che chiamano “la libertà di suicidarsi” degli uomini di Hamas». Proprio Hamas, intanto, ha mandato chiarissimi messaggi che non ha alcun interesse ad abbandonare gli attentati. Questo dopo un breve periodo in cui ha lasciato credere, fra l’eccitazione degli inviati europei nella zona, di essere affascinata dalle proposte di Arafat di cogestione del potere in cambio dell’abbandono del terrorismo suicida. Ma sono affermazioni di luglio, prima dell’eliminazione di Salah Shehadeh, il comandante dell’ala militare a Gaza e Israele. Subito dopo Hamas e anche Al Fatah hanno sostenuto che l’affronto è stato troppo grande, e il terrorismo continuerà, ma che l’accordo era vicino e che, dunque, è Israele il responsabile della ripresa della violenza. La verità, però, è che un accordo non esisteva affatto. E se anche Arafat non ha osato richiamare Hamas all’ordine e ha riconosciuto la «resistenza » (cioè le azioni terroristiche) come mezzo per i palestinesi di raggiungere uno stato con i confini del 1967 e Gerusalemme capitale, Hamas e Jihad islamica non hanno mai accettato di firmare alcun documento che ammettesse l’esistenza dello Stato d’Israele, o l’accordo di Oslo. Neppure se Arafat proponeva loro di spartire il potere e anche i fondi su una base di totale eguaglianza. Quando poi, l’11 settembre, Arafat ha annunciato nuove elezioni per il 20 gennaio, Hamas ha subito respinto pubblicamente l’idea di elezioni che si svolgessero secondo le regole occidentali dell’accordo di Oslo. In una parola, né Hamas ha mai abbandonato il terrore, né Arafat ha mai osato chiederglielo davvero. Non solo: i mezzi di comunicazione di massa, le scuole, gli uomini pubblici non hanno smesso per un momento di lodare e incitare al «martirio», una chiave formidabile verso il cuore del loro popolo. Nel frattempo anche i tanzim, spezzati in fazioni locali più o meno legate al rais, hanno continuato la loro rivalità per il potere prossimo venturo giocando con il terrorismo. L’accerchiamento israeliano, l’occupazione, i rastrellamenti dei militanti, la mancanza di materia prima e soprattutto di artificieri-ingegneri ha reso indispensabile una collaborazione fra organizzazioni che non è mai stata discussa ai vertici. L’esplosivo, i mezzi di trasporto, il suicida stesso, ciascuna componente degli attentati è stata in questo periodo fornita da organizzazioni unite come non mai dalla difficoltà del momento, sebbene Al Fatah e Arafat dichiarassero pubblicamente che il terrorismo dentro la linea verde è da evitare «per il danno che arreca alla causa», non «per motivi morali». La debolezza del rais e tuttavia la sua forza intrinseca si mostrano insieme in questi giorni: nessuno osa avanzare per sostituire un capo ormai ritenuto inaffidabile da tutto il mondo e «irrilevante» da americani e israeliani. Lui è comunque Mr Palestina, anche se solo e dentro Mukata in fiamme. Chi gli è stato più vicino non vuole i suoi colori per correre alle eventuali prossime elezioni: Nabil Sha’at, Yasser Abed Rabbo, Abdel Razak Yehye, vecchi e nuovi ministri, sanno che il popolo non ama le loro limousine e i loro viaggi, cercano una verginità borbottando contro il rais, anche se in pubblico lo difendono. E il tabù del terrore, non si spezza: il popolo chiede una leadership monda da vizi e da corruzione, ma che come Arafat rispetti i «martiri»; il mondo chiede un atteggiamento pacifista e democratico. Qui sta la tenaglia in cui viene stritolato Arafat. L’unico candidato non costretto a pronunciarsi è Marwan Bargouti, sotto processo per terrorismo. Paradossalmente il capo dei tanzim, che ha probabilmente condannato a morire decine di innocenti mandando i suoi martiri di Al Aqsa a farsi saltare per aria, con la sua assenza dall’arena congestionata può riproporre una verginità salvifica, magari da spendere dopo qualche anno di galera.
