L’Islam che vogliamo. Cosa dobbiamo cercare nei paesi arabi
giovedì 21 ottobre 2004 Panorama 0 commenti
È stato grottesco ma illuminante quando, interrogato durante una conferenza stampa sull’identità dei terroristi a Taba, Hosni Mubarak ha ripetuto più volte che l’incidente era molto, molto bizzarro, come per dire che il terrorismo non è fatto per l’Egitto. Eppure, chi ricorda le stragi di turisti occorse fino al 1996 oppure, nell’81, addirittura l’assassinio di Anwar el Sadat, sa che davvero non è così. In secondo luogo, ha aggiunto, per ora non si hanno indicazioni precise (cosa invece risultata superata dall’ipotesi Al Qaeda); e chissà perché, come prima ipotesi, gli è venuto in mente di dire «per ora non possiamo accusare Israele, né chiunque altro». Israele? E perché mai Israele che ha avuto 14 morti, per i quali Mubarak non si è scusato, scusandosi invece, giustamente, per le due italiane uccise? La risposta è molto semplice: anche quei paesi arabi culla dell’Islam di cui noi europei andiamo in cerca per conquistare un’alleanza antiterrorista coltivano un politically correct che invece giustifica e di fatto promuove il terrore. Criminalizzare Israele e gli Stati Uniti è un vezzo diffuso di politici e intellettuali, che non hanno il permesso di criticare i rais se non per incitarli all’odio (Al Joumurrhia, Egitto, 23 aprile, articolo del vicedirettore Abd al Wahhad Adas: «Gli ebrei che con le loro mani insanguinate e puzzolenti sono dietro tutti i problemi... la loro più recente operazione è stato l’attentato di Madrid»). Così, non c’è da stupirsi se la cronaca riporta che uno dei beduini sospettati di aver commerciato il tnt utilizzato a Taba si è giustificato dicendo che gli avevano garantito che sarebbe servito contro gli ebrei. Il prezzo della stabilità, cui l’Europa sempre anela, è un grande mondo islamico che dipinge ebrei e americani come diavoli e che crea nicchie per il terrore. È questa la stabilità, questo l’Islam moderato che cerchiamo? Sì, ma solo se è disposto ad affrontare l’incitamento che alligna sui suoi mezzi di comunicazione e nelle menti dei leader.
