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L’impossibile duplicità di unire insieme la vita e la morte

venerdì 1 agosto 2008 Diario di Shalom 0 commenti
Solo capendo il valore del giuramento di portare tutti i propri ‘figli a casa’, si può capire il prezzo che Israele ha sempre pagato per la liberazione dei suoi soldati. Un prezzo che oggi è diventato un’arma di ricatto nelle mani del suo più pericoloso nemico, l’Iran

Shalom, Agosto 2008


E' stato un mese di grande dolore per gli ebrei di tutto il mondo. Abbiamo sep­pellito due soldati di Israele a seguito di uno scambio tra soldati morti due anni fa, e di cui non abbiamo conosciuto per cer­to il destino, e terroristi vivi di cui sappia­mo la ferocia e che hanno goduto di tutte le garanzie nelle carceri israeliane. Possiamo essere fieri, certo, della gran­de lezione morale con la quale, senza guar­dare al prezzo, Israele, ha di nuovo inse­gnato al mondo la sua statura: come hanno scritto i giornali ripetendo ciò che i leader, da Olmert a Barak, hanno scelto essere il loro messaggio ai media Israele “ha ripor­tato a casa i ragazzi”, ovvero, se si vuole ri­petere alla lettera, i figli, ‘ha banim’.

E’ ve­ro: Ehud Goldwasser e Eldad Regev sono tornati a casa, ma saremmo davvero degli esaltati, degli illusi, se mettessimo in secondo piano, se nascondessimo a noi stessi che sono tornati solo per essere seppelliti in terra d’Israele, nella bara. Una consola­zione, ma certo non una gioia. In realtà la semplice verità del loro assassinio abbiamo seguitato a negarla anche quando la cosa era già nota tramite i garanti tedeschi; ab­biamo seguitato a negarla anche quando, e certo non per caso, il governo sulla base del parere della rabanut ha quasi accettato di dichiararli ormai perduti, e quindi non passibili di scambio. Questo avrebbe signi­ficato sospendere, senza negare per un’e­ventuale ipotesi ulteriore che speriamo non debba venire, l’impegno di Israele a ripor­tare a casa i ragazzi a tutti costi; non avrebbe infranto il giuramento a garantire alle mamme costrette all’insopportabile pe­na della guerra per i loro figli, che mai essi saranno abbandonati soli sul campo. Avrebbe solo dato un avvertimento agli hezbollah: sappiamo che mentite, non la­sceremo che la vostra menzogna ci umili e ci spezzi il cuore.

Agli italiani, alla gente di tutto il mondo quando si racconta per esem­pio della vicenda di Ron Arad, perduto nel 1986 e ancora og­gi in testa ai pensieri di Israe­le; quando si spiega loro che Samir Kuntar, l’assassino in­fanticida che ha massacrato una bambina di quattro anni col calcio del fucile è stato ri­lasciato anche perché Nasral­lah aveva promesso informa­zioni sulla sua sorte, anch’es­sa certamente segnata da tempo, si sentono esclamazio­ni di stupore. Un italiano non può capire perché si scambino assassini vivi con soldati morti o con informazioni su soldati morti, non sa cosa sia quello strano paese che è insieme in pace e in guerra: che quindi cresce i bambini in una cultura della vita in cui attraversano la strada per mano alla mamma e al papa e vanno ai loro “hug” di danza e di piano, ma è anche un paese che deve per forza vivere un cultura di guerra. Per cui, devi sapere offrire non solo la tua vita, che in fondo non è la cosa più difficile, ma quella di quello stesso bambino che deve essere, dottore, pianista, scienziato, l’amore della sua mamma. Per riuscire a vivere questa impossibile duplici­tà, unica al mondo, la società israeliana ha bisogno di un pegno particolare, che si esemplifica nel giuramento di riportare comunque a casa i ragazzi, di non abbando­narli mai e per nessuna ragione, vivi o mor­ti e dovunque siano.

Ma lo scambio stavolta ha assunto una quantità di significati che forse non aveva­no gli scambi, pure onerosissimi, del passa­to, in cui si barattava un uomo d’affari (chi dice un mercante di droga) o prima ancora tre soldati per centinaia di assassini.

La mutazione del significato infatti la si è verificata subito dalla reazione libanese e del mondo arabo, che non si è peritata di applaudire, di sorridere, di stringere la ma­no a un assassino psicopatico e malvagio come Kuntar e a inneggiare ai suoi salvato­ri Hezbollah come ai leader del Medio Oriente. Nessuno si è tirato indietro: anche Abu Mazen, il nostro moderato preferito, ha lodato gli hezbollah e ha avuto parole di entusiasmo per il ritorno di Kuntar.

Il cambiamento che Israele si è trovata di fronte, ovvero il compattarsi degli arabi su una vittoria simbolica del terrorismo del­la peggior specie, è dovuto a due fattori. Il primo a ciò che è diventato Hezbollah: esso non è soltanto, e forse non lo è mai stato sia dalla sua fondazione negli anni ‘80, un’organizzazione di odio antisraeliano e antioccidentale decisa a distruggere Israe­le per odio integralista sciita e antisemita. No. Adesso Hezbollah è la parte meglio ar­mata (4.000 missili) di un grande esercito capeggiato dall’Iran che si organizza ormai da molti anni per il predominio del Medio Oriente, e che fa della bandiera antisraelia­na il suo oggetto simbolico di richiamo maggiore. Come fece Hitler con l’antisemi­tismo. Proprio col saluto nazista Hezbollah ha celebrato l’arrivo a Beirut di Samir Kun­tar e degli altri quattro terroristi liberati dalle carceri israeliane. Di Samir Kuntar tutti sanno che in un attacco più che vile a civili inermi uccise un giovane uomo da­vanti agli occhi della sua bambina, cui sfa­sciò la testa col calcio delle fucile. Poi, ucci­se anche due poliziotti intervenuti. E que­sto fa di lui, oggi un uomo simbolo. Gli hez­bollah, finanziati e armati dall’Iran e dalla Siria, sono un’avanguardia, hanno portato all’apice la celebrazione dello jihadismo senza altro contenuto che quello di uccide­re gli ebrei. Per questo ha organizzato per lui celebrazioni che hanno rappresentato anche una enorme vittoria politica che gli consegnano il Libano, ormai nelle sue mani dall’accordo di Doha, e rendono la frontiera del Libano con Israele una frontiera iraniana a tutti gli effetti, ovvero destinata alle strategie di distruzione di Israele. Tutti i leader libanesi, anche quelli che era-no contro gli hezbollah come il druso Walid Jumblatt, e l’orfano di Rafik Hariri da poco assassinato, tutti, da Michel Aoun a certamente Nabib Berri, persino soprattutto colui che l’occidente considera il suo alleato istituzionale, il presi­dente Fuad Seniora, tutti sono andati a omaggiare e a dare il benvenuto a Kuntar, alla faccia imbambolata e esaltata da as­sassino, e al suo salvatore dal turbante ne­ro, Hassan Nasrallah.

Il Libano diventa perciò un Paese inte­ramente nemico, in cui l’UNIFIL seguiterà a coprire, anche senza volerlo, gli interessi degli hezbollah.
E la scelta di Israele promette a chiun­que voglia intraprendere rapimenti di israeliani, che essi saranno fruttosi, che co­aguleranno consenso islamico, che si può uccidere il rapito perchè comunque si ottie­ne in cambio quasi tutto ciò che si deside­ra. Questo tipo di scambi in cui Israele ce­de tutto in cambio di due corpi accetta di fatto l’abolizione della Convenzione di Gi­nevra e ogni altra istituzione di civiltà che regoli la vita e lo scambio dei prigionieri di guerra, mette un’organizzazione terroristi­ca in interlocuzione diretta con uno Stato Democratico, soggioga al terrorismo forze che ne vedono la forza contro Israele, esal­ta gli estremisti islamici, aumenta la statu­ra di Nasrallah. E in questo momento, so­prattutto, fa pensare a Hamas, con cui Israele sta stringendo un patto per la libe­razione di Gilad Shalit, anche lui rapito da due anni, che qualsiasi prezzo non sarà mai troppo. Anche 450 prigionieri, fra cui molti assassini, non appaiono troppi per consen­tire al ragazzo di tornare a casa. Stavolta vivo, speriamo con tutto il cuore.

Eppure anche su Hamas, di nuovo una longa manus dell’Iran e un nemico capace di trascinare tutto il mondo palestinese, co­me si vide alle elezioni, sulla strada dell’e­stremismo più sanguinario, occorre fare la stessa considerazione che abbiamo fatto prima sugli hezbollah: nessuna di queste organizzazioni agisce più da sola, ormai una grande tela costruisce la distruzione di Israele agli ordini dell’Iran, e ogni mossa futura dovrà tenerne conto. Anche cam­biando le regole sacrosante che fin’ora sono state applicate negli scambi dei prigio­nieri. Guai a scambiare l’empio con il giu­sto, a immaginare che il terrorista sia un interlocutore alla pari, soprattutto in tempi di acquiescenza e di viltà come quelli che il Libano ha dimostrato di vivere.
 

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