L'equidistanza, pericoloso inganno
venerdì 1 marzo 2002 Diario di Shalom 0 commenti
Nell'informazione dal Medio Oriente ci sono tante cose che non funzionano: la corrosione evidente dell'idea che il popolo ebraico abbia veramente diritto a una patria nella sua terra, quali che possano essere i diritti anche dei palestinesi; la obliterazione completa del risultato dell'incontro di Camp David, come se Arafat non avesse rifiutato un accordo che dava a lui e alla sua gente seri confini territoriali per il suo Stato. Eppure l'idea che la dimensione territoriale, l'occupazione (anche dopo la restituzione di tutte le città, da tempo sotto Arafat), siano la dimensione di gran lunga più importante del conflitto attuale, è intatta, è la Bibbia di ogni politico e in sostanza di qualsiasi ragionamento sul conflitto. Il fenomeno unico al mondo di un paese democratico che ha a che fare giorno dopo giorno con un numero impressionate di attacchi terroristici non è la storia che interessa, anche se potrebbe diventare la storia di tutti noi, in qualsiasi paese democratico. Ma il punto cruciale su cui vorrei soffermarmi, sul quale una persona che fa informazione non può cessare di disperarsi, è la formula del "ciclo della violenza". Capita ogni giorno: da una parte ci sono morti palestinesi, dall'altra israeliani. Da una parte una donna palestinese incinta dà alla luce a una bambina dopo che suo marito è stato disgraziatamente ucciso a un posto di blocco, dall'altra una donna israeliana partorisce la sua creatura dopo che suo padre, oltre a un altro uomo, è stato ucciso in un agguato mentre viaggiava con lei in macchina. Due fatti apparentemente del tutto simmetrici secondo i giornali e la televisione; nella mente collettiva europea anche il fatto che i soldati abbiano ucciso una terrorista che cercava di pugnalare un israeliano al posto di blocco e il fatto che tanti israeliani siano state feriti da un terrorista mentre aspettavano l'autobus può essere vista in forma di pendant. Ho sentito con le mie orecchie la giornalista della BBC chiedere a un rappresentante del governo israeliano come mai, visto che Israele pensava che gli assassini del ministro Rehavam Ze'evi dovessero essere estradati, lo Stato Ebraico non si poneva il problema di estradare i soldati che al posto di blocco avevano ucciso il marito della donna in cinta. Una domanda che mette sullo stesso piano due cose che né nella giurisprudenza né nel comune buon senso sono mai equiparate: l'intenzionalità e la preterintenzionalità. C'è una bella differenza fra l'errore sia pure tragico, sia pure imperdonabile, sia pure che denuncia una tendenza al grilletto facile, c'è una bella differenza fra mirare a degli edifici vuoti fatti sgombrare apposta perché la gente (nemmeno in divisa) venga colpita il meno possibile, e l'appostamento dei tanzim per sparare a una macchina piena di civili (definiti quasi sempre "coloni" e non uomini o donne, come se questo togliesse loro il diritto all'esistenza), di donne, di bambini; o la trama di una banda Hamas (o chi per esso) per uccidere un personaggio specifico oppure per crescere, armare, filmare condurre a destinazione, dove ci siano quanti più ebrei possibili, il terrorista suicida designato. E' vero che esistono le rappresaglie e anche le eliminazioni mirate, ma per quanto le si possano riprovare, le loro motivazioni hanno sempre un'origine nel terrorismo onnipresente e ossessivamente persecutorio, nel tentativo spesso efficace di prevenire altri attacchi per strada, e bloccare gli uomini bomba. Penosa e tragica la sensazione che ogni vittima palestinese crea, condannabili gli errori, evidente la esasperazione e la paura che peraltro lo stesso pubblico israeliano denuncia e teme. Ma il generoso senso di equidistanza che il mondo mostra verso i morti e i feriti della due parti è sacrosanto quando si riferisce ad una condizione umana. Però compiamo un'autentica ingiustizia se consideriamo pari due ferite inflitte in circostanze completamente diverse. Non solo: da qualche parte, nel cuore dell'Italia, ma meglio sarebbe dire dell'Europa intera, esiste la subdola e maligna convinzione espressa dalla padrona di casa della cena in cui due mesi fa l'ambasciatore francese in Inghilterra chiamò Israele "quel piccolo paese di merda". "Suvvia", disse la signora dopo qualche minuto di imbarazzo degli astanti "tutti sappiamo che qualsiasi cosa gli ebrei soffrano, se la sono voluta". Nel nostro caso dunque, non solo sono egualmente responsabili quando colpiscono per errore quanto i palestinesi che pianificano attacchi indiscriminati a civili con scopi politici, ma portano in definitiva (e i "coloni" il doppio) la responsabilità della propria stessa morte. La matassa di reciproco odio viene presentata come fosse anch'essa pari, come se nelle scuole ebraiche si insegnasse ad adorare e a emulare gli shahid, i martiri, come si fa nelle scuole palestinesi, o durante la preghiera di Shabbat si dicesse che i nemici sono figli di maiali e scimmie, incitando a ucciderli ovunque si trovino, come si fa nelle moschee al venerdì parlando degli ebrei; oppure, come se nei negozi di Gerusalemme e Tel Aviv si vendesse un disco speculare a quello intitolato "Io odio Israele", così come si fa nelle strade di tutto il mondo arabo, incluso quello palestinese dove la canzone "Odio Israele" è diventata un grande "hit". Insomma, l'equidistanza che vediamo spesso anche nei nostri uomini politici del governo e dell'opposizione è un inganno logico, è un'illusione che ci allontana dalla realtà, che di nuovo indica semplicemente quanto poco interessi all'Europa la giustizia, e invece quanto le è importante dimostrare una sua vacua simpatia per una politica mediorientale umanitaria indistinta, che comunque appaia opposta a quella americana. Questo atteggiamento diventa sempre più pericoloso e irresponsabile: prima che l'estremismo islamico raggiungesse le vette di cui si cominciano a vedere i segni anche da noi, l'Europa e l'Italia si sono trastullate in politiche di compiacimento e di appeasement, sperando di addomesticare il terrorismo, di dichiararsi zona franca. Ma la zona franca non esiste, i suoi confini anche psicologici sono destinati a ridursi sempre di più, il compiacimento per la nostra anima bella non porta da nessuna parte, impedisce la vista dell'enorme incontenibile dimensione presa dal terrore in questa vicenda. Tutto questo, ferma restando la speranza che i palestinesi possano, in condizioni di sicurezza per Israele (ovvero dopo che il terrorismo venga sconfitto) fondare un loro pacifico Stato.
