Israele ha 60 anni
venerdì 4 aprile 2008 Panorama 0 commenti
Accettando il Nobel per la letteratura nel '66, il vecchio Shai Agnon, nato nel 1888 in Galizia ed emigrato a Gerualemme, disse: "In realtà, mi sono sempre sentito un autentico figlio, un nativo di Gerusalemme". Questa è la verità, il senso profondo di Israele a 60 anni: l'aver restituito la sua verità al popolo che, dopo aver fondato il monoteismo da cui nascono democrazia e diritti umani, fu gettato ai quattro angoli del mondo e perseguitato. Avergli restituito la sua lingua, la possibilità di "essere un popolo libero sulla sua terra" come canta Ha Tikva, la speranza, l'Inno nazionale su musica di Smetana.
Quando l'Onu nel novembre del '47 votava di nuovo la legittimità internazionale già acquisita nel '22 con la Partizione, la folla danzò per le strade pur sapendo che cinque eserciti arabi erano già pronti all'attacco anche dei nuovi immigrati scampati ad Auschwitz. Con la libertà dunque nasceva anche la necessità di difendersi, e questa combinazione forse è ciò che a noi europei, che identifichiamo la democrazia con la pace, impedisce di capire Israele, così odiata, così mistificata: a volte, se l'inviata spiega quanto sia bella e piena di gioia la vita in quel Paese continuamente colpito, non le si crede. Sono antinomiche, per noi, guerra e libertà. Eppure la vita di Israele è quella di una pace in guerra, di una società gelosa della sua democrazia quanto della sua stessa esistenza. La gente, nonostante le minacce di sterminio di Ahmadinejad e il tormento quotidiano dei missili di Hamas e degli attacchi terroristi, è di ottimo umore: la sua vitalità è incredibile, la sua economia fiorente. La gente parla della guerra senza retorica: quanto freddo ha preso il ragazzo sul confine del Libano, o che carattere irascibile ha il mempei, il comandante della bambina. I soldati passeggiano abbracciati alla ragazza coll'Uzi o il "Kalatch" a ciondoloni, lo appoggiano alla panca alla fermata del bus. L'eroismo è familiare e non militare: "Ho acchiappato il terrorista per le spalle, ho portato la borsa piena di tritolo all'angolo, ho salvato tutti; mia madre ha sentito la storia alla radio, e quando sono tornato a casa mi ha tirato uno schiaffone" racconta Shai lo studente-cameriere che ha evitato l'attacco al Caffè Cafit di Gerusalemme. Persino di Roi Klein, saltato volontariamente su una granata durante la guerra del Libano gridando "Shema Israel", la preghiera principe degli ebrei che proclama l'unicità di Dio, si ricorda con poche parole solo quanto amava la moglie e il suo villaggio.
L'incredibile catena di eroismo che punteggia di morti e feriti la storia di Israele è celebrata senza magniloquenza, ogni uomo che muore nella memoria dei suoi cari resta in genere un ragazzo "silenzioso, tranquillo, che amava la pace e aiutava tutti" e non un samurai esperto nell'arte della guerra. Dal lunghissimo viaggio in India o in Messico che tutti fanno dopo i tre anni di esercito, i ragazzi chiedono al telefono se il Kinneret (il Mare di Galilea) ha riguadagnato un centimetro o due, tutta Gerusalemme discute l'incredibile ponte a tiranti, come a Brooklin, all'ingresso della città, o la nuova dieta arabo israliana per dimagrire, o la passione per la danza del ventre. Inglobato nel discorso pubblico è altrettanto forte della lite sui diritti dei beduini nell'esercito o sul matrimonio civile (che non c'è, in una società che rifugia invece gli omosessuali palestinesi perseguitati), la memoria degli uccisi e degli eroi, o il senso di mancanza che dà avere tre rapiti nelle mani del nemico, Eldad Regev e Ehud Golwasser dal luglio 2006 in quelle degli Hezbollah, e Gilad Shalit in quelle di Hamas dal 2006. Nessuno dimentica il dramma nella gioia, ma nessuno dimentica la gioia nel dolore: per i rapiti, si è tenuto fuori della porta di Ehud Olmert un grande "seder", la cena di celebrazione di Pasqua che festeggia con canti e letture la fuga dall'Egitto verso la libertà. Non è strano, qui, che Eretz Neederet, "Terra Meravigliosa", un programma di risate proprio su tutto, dalla Shoah al Gran Rabbino a Ehud Olmert ai terroristi, lasci posto alla tv a una trasmissione in cui si ricorda il tredicenne Kobi Mandel ucciso a pietrate nel maggio del 2001, come Ernest e Eva Weiss, sopravvissuti ad Auschwitz, e sterminati nella strage di Natanya sei anni fa.
Si accompagnano in piscina i bambini facendoli attraversare sempre per la mano; si campa sotto la pioggia di missili di Sderot che fa tutto a pezzi; ci si spreme il cervello su invenzioni cibernetiche che improvvisamente rendono molto ricchi ragazzini russi che cedono la loro creatura a qualche enorme compagnia americana; l'orchestra sinfonica di Tel Aviv e il Museo di Gerusalemme restano fra i primi nel mondo mentre non solo Khaled Mashal, il capo di Hamas, ma anche Abu Mazen fanno trasmettere alla tv soavi facce di bambini che promettono di diventare "Shahid" martiri, terroristi suicidi contro "gli ebrei figli di cani e porci". Ahmadinejad grida il suo odio e costruisce la bomba. La Guerra e la Pace sono sempre stati i due grandi ciambellieri di Israele, ambedue sempre al suo fianco onnipresenti e gelosi l'uno dell'altro. Israele non è solo l'unica società democratica del Medio Oriente, ma anche una delle più democratiche del mondo, la stampa non conosce limiti né gerarchie, il giudiziario è perfetto e incontestabile da alcuno; seppure il nemico usa i suoi civili come scudi umani, pure la sanzione colpisce il soldato che colpisca proditoriamente un civile nel campo avverso.
Ma per noi europei la parola "guerra" è inconcepibile se non in termini di aggressori, gli occidentali imperialisti, cattivi; e gli aggrediti sono i poveri, il terzomondo, deresponsabilizzati. Così non sappiamo guardare Israele, persino adesso che l'estremismo islamico col suo odio ha rovesciato i paramentri. Ma Israele ha posto tutto il suo sforzo nella libertà, nonostante la guerra: le donne possono camminare sole la notte senza paura, le porte restano aperte nella maggior parte dei quartieri, essere ricchi è bello ma non c'è snobismo sociale, la familiarità è persino eccessiva, in un minuto ti chiedono quanto guadagni, se sei sposato e anche cos'è quella cicatrice sul viso. Ma la solidarietà è enorme, nessuno ti abbandonerà per strada. La mia amica Petra Heldt, pastora luterana che vive in Israele nell'ammirazione della ebraicità di Gesù che si ripete in Israele, le sue preghiere e il suo ethos, fu ferita alle mani e al viso quando il mercato di Mahanei Yehuda saltò per aria nel 2000. Un taxi la caricò a bordo mentre sanguinava abbondamente, e una donna mai vista prima salì con lei sull'auto e le tenne la testa in grembo finché i dottori di Sharei Tzedek non ne presero cura. "Nessun altro Paese fa questo" , Petra è sicura.
