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Israele, Eisenkot sfida Netanyahu. Sulle urne la minaccia dell’Iran

martedì 27 ottobre 2026 Il Giornale 0 commenti
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Il Giornale, 27 ottobre 2026

La meticolosità ribadita con cui tv per tv, radio per radio, seggio per seggio, Israele oggi vota è una specie di cerimonia sacrificale ancestrale: il popolo ebraico nel suo insieme, qui 7 milioni e 331mila 981 aventi diritto, non va semplicemente alle urne: porta sull’altare della democrazia una cultura trimillenaria nel mezzo del Medio Oriente islamico, dove la democrazia non esiste. Una scelta basilare, che lo unisce al mondo cristiano: democrazia, veridicità delle elezioni. Le regole vengono esaltate fino allo sfinimento, dal tempo di Ben Gurion la tendenza didattica è incontenibile. Mille sono le cautele verso il risultato nei 12.018 seggi in cui si sono spesi 700 milioni di shekel e si sono impiantate 15mila telecamere, mentre decine di migliaia di poliziotti sorvegliano. I pericoli non sono pochi. In un Paese piagato dal terrorismo il rischio può venire dalla Giudea e dalla Samaria; o fazioni anti e pro Netanyahu possono esplodere e rovinare la giornata; come parte degli Haredim, specie a Gerusalemme, spesso incontinenti contro lo Stato ebraico che li vuole coscrivere. Hamas e Hezbollah ringhiano da lontano, ma le elezioni sono attraenti per bussare alla cronaca internazionale. E soprattutto l’Iran. Ieri il suo ministro degli Esteri Araghchi era in riunione con alti membri della diplomazia pakistana, turca, saudita, il recente patto islamico trilaterale. Nel frattempo Trump, mentre ribadiva il sostegno a Netanyahu, rimandava chiaramente qualsiasi intervento in Iran, un avvertimento anche a Israele.

Intanto l’opinione pubblica qui veniva precipitata in una discussione in cui uno scoop del Canale 12, uno dei più anti-Netanyahu, diceva che il capo di Stato maggiore Zamir aveva disapprovato sia la linea troppo dura del governo verso l’Iran, coi voli sullo spazio iracheno in esercitazioni allusive, sia i continui riferimenti del PM in campagna elettorale alla forza che Israele saprebbe usare se l’Iran attaccasse. Una situazione sul filo del rasoio potrebbe provocare un attacco a Israele proprio per le elezioni, e l’accusa a Netanyahu è di giocare col fuoco per vincere le elezioni. Sia Bibi che Zamir non confermano che ci sia stato uno scontro. Ma gli antagonisti di Netanyahu, Eizenkot, Bennet e Yair Golan, ripetono l’accusa consueta per cui il PM usa il tema della sicurezza per motivi politici. Ma anche loro giocano così sul desiderio di superare la dura guerra di difesa cui Israele è costretta dal 7 ottobre.

È stato molto criticato un brutto video su X di Netanyahu in cui una bomba atomica colpisce Tel Aviv, visto come prova della sua paura di perdere. Ma la tensione è ovunque: i sondaggi danno numeri vicini, quasi sessanta a sessanta fra i due blocchi antagonisti. Il significato è chiaro: nonostante lo scontro dei leader, il 68 per cento degli israeliani ebrei ritiene che il 7 ottobre sia elemento fondamentale nelle sue scelte; il 39 per cento considera la sicurezza un fatto primario, e il 38 per cento vuole diminuire il costo della vita e il 27 per cento che i religiosi siano coscritti; gli arabi per il 53 per cento chiedono di battere il crimine nelle loro comunità e un miglioramento economico per il 46 per cento. L’antisemitismo e l’isolamento internazionale sono importanti per il 26 per cento: per ora il pericolo, il terrorismo, la guerra, sono fondamentali. E tutti i candidati, non solo Netanyahu, cercano qui voti. Un’eventuale vittoria di Eisenkot non è una strada per l’appeasement, l’assedio è reale e costringerà qualsiasi governo a cercare la pace solo tramite la deradicalizzazione del nemico, dopo averlo battuto. La lezione oggi è questa.

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