Fiamma Nirenstein Blog

Israele è considerato un paese a legittimità limitata

mercoledì 1 aprile 2009 Diario di Shalom 0 commenti
Shalom, aprile 2009

Le diplomazie occidentali hanno minacciato Netanyahu: devi riconoscere i diritti dei palestinesi

Per non essere da meno di tanti loro colleghi, anche Angela Merkel, la cancelliera tedesca, e Gordon Brown, il Primo ministro inglese, hanno alzato il telefono proprio mentre scriviamo e hanno salutato Netanyahu, novello Primo ministro dello Stato d'Israele, con una imposizione: “Andate  avanti col processo di pace”.

Anche Obama, insieme a loro a Strasburgo, ha fatto la sua brava dichiarazione, forse ancora più determinata e specifica di quella dei suoi colleghi: per noi va bene il piano Saudita, ha detto, ovvero la restituzione di tutti i territori catturati nella guerra del '67 (per i quali le risoluzioni dell'ONU prevedono una trattativa) e la spartizione di Gerusalemme in cambio di pace.
Che la cessione incondizionata di territori per ora abbia avuto solo risultati che hanno portato a nuove guerre; come e con chi si debba trattare data la debolezza di Abu Mazen e la ferocia di Hamas; che ne sarà del rapporto fra Fatah e Hamas, che sembra per ora fallimentare, e quindi di un governo eventuale dei due; come affrontare la potente costruzione di un potere militare iraniano a sud e a nord di Israele; cosa fare col terrorismo palestinese che ha ucciso un bambino a colpi d'ascia solo pochi giorni or sono… tutte queste cose, ovvero la concretezza del processo di pace sembra non interessare nessuno.


Del resto l'atteggiamento accusatorio con l'indice sollevato verso Israele a rimproverare e a minacciare: “attenzione perché i rapporti con noi si deteriorano” è universale. Vi troviamo inclusi il ministro degli Esteri cecoslovacco Schwanzerberg, forte del ruolo di presidenza del suo Paese all'UE e Xavier Solana responsabile Esteri dell'UE stessa, che hanno minacciato Israele di un raffreddamento se non si dichiarerà subito a favore della formula magica “due Stati per due popoli”; la Svezia e la Svizzera che manovrano per il riconoscimento di Hamas da parte di Israele, così come il ministro degli Esteri inglese Milliband e anche Sarkozy, oltre a Tony Blair, che dichiarano urbi et orbi le loro preoccupazioni, oltre a, certamente, Abu Mazen e i suoi, come Sa'eb Erakat. La lista non è conclusa ma si è molto infittita quando il nuovo ministro degli Esteri israeliano Avidgor “Yvette” Lieberman ha dichiarato che gli accordi di Annapolis, del dicembre 2007, non sono cogenti. Un peccato mortale: solo che se l'occhio di chi guardava fosse stato sereno, il titolo dei giornali avrebbe potuto essere, invece che quello dedicato ad Annapolis, quello sulle parole del nuovo ministro degli Esteri sulla Road Map, il più importante e fondamentale documento, definitivamente acquisito dal parlamento israeliano sotto il governo di Sharon, che stabilisce l'obbligo di perseguire in tappe legate al reciproco lavoro l'obiettivo di “due Stati per due popoli”: “quel documento, anche se non lo votai, lo ritengo vincolante”,ha detto Lieberman.
 
Qual'è la differenza fra Annapolis e la Road Map? Olmert durante il periodo in cui è stato Primo ministro ha stabilito con determinazione (non tanto ad Annapolis che fu una parata priva di profondità e di risoluzioni) quanto negli incontri suoi e della Livni con Abu Mazen e Abu Ala che la precedettero e la seguirono, che le concessioni territoriali sarebbero state la politica basilare della pace. La contropartita dei palestinesi non è mai stata scandita da ritmi che consentissero, come nella Road Map, delle tappe riconoscibili come scalini verso la costruzione dello Stato palestinese: mai è stato chiarito come i palestinesi si sarebbero dimostrati pronti a gestire uno Stato, se non con una generica promessa della loro disponibilità a combattere il terrorismo, e a divenire un interlocutore affidabile economicamente e civilmente.


Poi, nel tempo, i negoziatori palestinesi nei molteplici incontri con la Livni, hanno esteso le loro richieste, sempre sulla scia di Annapolis fino a respingere le generosissime offerte territoriali che comprendevano anche est Gerusalemme del governo Olmert, e hanno esteso le proprie richieste al ritorno dei discendenti dei profughi del '48 e del '67 e al riconoscimento delle linee armistiziali del '49. Insomma, un modo come i molti altri, messi in atto a suo tempo da Arafat, di rendere impossibile la conclusione del conflitto e di conquistare crediti. Olmert e Livni, consapevoli certamente dell'impossibilità di una trattativa su una base del genere, tuttavia hanno impostato molto della loro fama personale e dei buoni rapporti di Israele col mondo, sia sull'ipotesi di cedere territori, sia sui colloqui tenuti per interposta Turchia con la Siria, verso l'impossibile obiettivo di fare la pace con il migliore alleato dell'Iran che arma gli Hezbollah e ospita la sede dei traffici internazionali di Hamas a Damasco.
Lieberman che certo non è stato diplomatico e che forse dall'esperienza della sua prima conferenza stampa avrà imparato come impostare le altre, ha voluto dunque stabilire un principio di realismo, quello della Road Map approvata da Sharon e dai pale
stinesi: ci sono stadi obbligatori attraverso i quali deve indispensabilmente passare un processo di pace, che implicano sconfitta del terrorismo, affidabilità, reciproca fiducia, praticabilità economica. Netanyahu, dicendo ancora prima che cominciasse il suo lavoro di sentirsi obbligato nei confronti di tutti gli impegni presi da Israele circa la pace, si è certamente riferito alla
Road Map, anche se non necessariamente alle trattative verbali di Livni e Olmert, pre e post Annapolis. Perché dovrebbe?


Non è evidente che oggi affidare territori oltre Gaza a un'Autonomia Palestinese minacciata dalla totale presa del potere di Hamas, significa invitare l'Iran a una tavola in cui può approntare forchetta e coltello per aggredire il suo piatto preferito, Israele, da ulteriori e più estesi confini? Tutte le proteste e le richieste dei leader europei, oltre a quelle di Obama che appare, col suo rifarsi ai Sauditi, semplicemente inconsapevole delle implicazioni del loro piano, sembrano un furbesco ammiccamento agli amici arabi. Questi ultimi sono peraltro silenziosi, come si è visto alla recente conferenza di Doha dove nessuno dei Paesi Sunniti ha detto una parola contro Netanyhau al contrario dei vari Solana e Blair: evidentemente più realisti, preferiscono aspettare per vedere come si sviluppa la situazione con il mol-to temuto Iran e conservarsi la possibilità di un'alleanza con Israele.
Ma al di là di ogni altra considerazione politica immanente, è importante notare come il richiamo severo e vuoto dell'Europa ne contenga un altro, che si riferisce direttamente alla legittimità di Israele: i rapporti dell'Occidente con Israele vengono condizionati alla bontà della relazione con i palestinesi, anzi alla promessa che sorgerà comunque e al di fuori di ogni realistica trattativa di effettiva pace, un loro Stato. Ovvero la legittimità di Israele non è garantita, ma condizionata alla nascita comunque di uno Stato Palestinese, a prescindere da ciò che sarà e farà: ciò è ben strano e preoccupante. La sovranità di Israele non è completa, anche se è del tutto chiaro che non ha nessuna male-vola intenzione nei confronti dei suoi vicini, anche se è impegnato nella Road Map, e condiziona le sue mosse solo alla realtà per ora proibitiva rispetto alla formazione di uno Stato Palestinese vero e proprio. Tante altre mosse sarebbero invece possibili, ma come praticarle se invece la strada internazionale è quella della negazione del diritto per Israele di tentare una politica che sia veramente di pace, e non di formule?

 Lascia il tuo commento

Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.