Il rompicapo di Sharon
sabato 1 febbraio 2003 Diario di Shalom 0 commenti
Una vicenda elettorale davvero interessante quella di Israele: vince la destra mentre tutti i leader virano a sinistra; aumentano i partiti laici e diminuiscono quelli religiosi però il supporto per la gente che vive negli insediamenti (religiosi, in genere) si rafforza a causa delle loro sofferenze durante l'Intifada, e tuttavia nel frattempo si ripete da ogni parte che comunque gli insediamenti andranno, prima o poi, smantellati; Mitzna guida la sinistra ma gli si preferisce Peres; Shinui, il partito laico per eccellenza cresce all'impazzata, e cresce anche il Meretz, il partito laico di estrema sinistra: nessuno dei due dice molto sulla questione della sicurezza in piena Intifada, e ambedue preferiscono i temi sociali ed economici. E crescono, nonostante per tutta la popolazione la questione della sicurezza sembra essere la più cocente, la più sentita. Cos'è successo? E' successo semplicemente che, al contrario di quello che succede in Italia, Israele ci fornisce l'immagine di quello che è un voto non ideologico, guidato dalla forza della realtà e dal rapporto diretto fra la gente e ciò che accade. Un voto non ideologico noi non lo conosciamo. E anche Israele è sempre stato uno dei Paesi più ideologici del mondo. Invece questo voto è uno specchio, un riflesso della paura e della speranza. A chi venisse in mente di pensare che Sharon vince perché Israele ama la politica della forza, bene, quello non avrebbe davvero capito nulla. Esaminiamo i personaggi e le possibilità future. Ariel Sharon è andato alle elezioni con un programma di risoluzione del conflitto fragile e anche un po' sospetto. Quel suo ripetere "siamo pronti a dolorose concessioni" ha dimostrato di essere poca cosa di fronte alla violenza dello scontro, di non saperlo risolvere. E allora ha messo nel programma delle elezioni quello che era simbolicamente più legato alla fragilità: la promessa di formare un governo di coalizione con la sinistra. Non solo: in tempo di primarie il Primo ministro, proprio quando ciò era più rischioso per lui perché Netanyahu prometteva di evitare la nascita di uno Stato palestinese, ha messo lo Stato Palestinese senza mezzi termini nel suo programma, cioè la prospettiva opposta, disegnando vari stadi di rapporto con i palestinesi e lasciando trapelare incontri segreti fra alcuni leader del campo avverso e Dan Meridor. Sarà vero? Sarà importante? Sarà sincero Sharon? Difficile dirlo, anche perché ogni passo del suo programma è condizionato alla cessazione dell'uso della violenza da parte dei palestinesi in attacchi terroristici, a passi concreti dell'Autonomia per destrutturare Hamas, Jihad etc, e per cessare dall'istigazione all'odio: insomma, a tutto il contrario di quello che fa l'attuale leadership palestinese. Il messaggio quindi è: con Arafat, in ogni caso, la pace è impossibile. Però Sharon promette di farla con un'altra leadership, e si dice vicino al programma di Bush che si sa desideroso di un assetto pacificato. Alla gente questo sembra, in tempi vicini ad una autentica rivoluzione mediorientale come quella che la guerra può portare, piuttosto sensato e realistico. La gente crede nella difesa che può fornire un uomo non perfetto, criticabile da destra e da sinistra, ma deciso e navigato come Sharon; però lo condiziona a sinistra imponendogli una promessa di cessione di territori. Se si chiede a Sharon perché solo qualche anno fa sembrava morto politicamente e ora è un leader non solo riconosciuto ma su cui gran parte del mondo ha cambiato opinione nonostante la demonizzazione che il mondo arabo e la sinistra ha seguitato a fare di lui, risponde che non ha mai perso la testa anche in situazioni di grande pericolo e di tensione, che la gente lo vede calmo, e soprattutto ricco di esperienza. E' poco? Probabilmente tutto è poco in una situazione difficile come quella israeliana, ma c'è un altro punto di buonsenso su cui Sharon si è basato: nessuno al mondo, nemmeno gli americani, sa come si combatte il terrorismo fino a batterlo. Le azioni militari ne fermano una parte, e le accuse di non essere riuscito a batterlo si scontrano col buon senso che dice: è molto difficile battere un fenomeno capillare, e in cui i combattenti sono mescolati ai civili, senza fare delle stragi. E in Israele nessuno è pronto né a restare a casa, né a fare stragi. In particolare nel conflitto israelo-palestinese, dopo i tentativi di Barak con Camp David e Taba, nessuno sa come si placa il rifiuto arabo, e in particolare quello palestinese. I territori possono essere una parte importante del discorso, ma non sono risultati decisivi al giudizio della storia, e quindi del popolo. E qui viene il problema centrale che ha avuto Mitzna: Amram Mitzna, che è un personaggio molto affabile e anche molto determinato, ha sfidato il senso di fallimento della sinistra riproponendo senza compromessi la linea tradizionale della sinistra: territori in cambio di pace. Non ha funzionato, semplicemente perché la formula di partenza non ha funzionato nel passato, ovvero la gente sa che non si ottiene pace in cambio di territori. Non è accaduto e basta, e niente garantisce che adesso invece accadrebbe: semmai la situazione è peggiorata, perché mai adesso i palestinesi dovrebbero essere d'accordo? dice il buon senso, anche quello di molti pacifisti. Inoltre Mitzna ha fatto alcuni altri errori basilari: uno è stato quello di riproporre Arafat come interlocutore, cercando in seguito di rimediare il tiro. Ma ormai era fatta: gli israeliani, di nuovo anche quelli pronti a lasciare ogni centimetro di territorio occupato, sanno che è proprio Arafat il generale della guerra terrorista contro di loro, e avrebbero forse più volentieri seguito Mitzna se avesse indicato la prospettiva di dialogare con altri frammenti di leadership palestinese. Non è una piattaforma credibile; e oltre a ciò, Mitzna ha compiuto il gravissimo errore di indicare come un punto forte di programma la negazione del governo di coalizione che invece Sharon seguita a invocare ad ogni occasione. Perché quando la gente è in crisi, è in pericolo, sta per affogare fra alte onde in tempesta, molto semplicemente vuole stare vicina, e tanto più quando in vista non c'è nessuna mano tesa che voglia tirarti a riva. Così adesso Israele è di nuovo di fronte a una situazione difficile rispetto alla sua politica: perché Sharon adesso cercherà di formare un governo di coalizione, ma con quale successo? Mitzna anche dopo la sconfitta cercherà di non diventare quel signor zig zag che Ehud Barak è stato accusato di essere. La sua àncora personale è l'integrità, l'essere un politico nuovo e intatto, e stare nel recinto dell'opposizione può donargli. Sharon, però, ci perderebbe ad andare ad un governo ristretto con i partiti della destra, che cercheranno, uno a uno, di bloccarlo in ogni mossa politica, disturberanno il suo rapporto con gli USA e anche l'immagine rinnovata che cerca di costruire negli ultimi anni che può dedicare alla sua immagine di statista. Però se Sharon, il partito laburista e Shinui, il partito laico, facessero insieme una coalizione, questa risulterebbe blindata rispetto ai numeri, ma molto fragile dal punto di vista ideologico, perché taglierebbe fuori una componente importante del mondo ebraico, quella religiosa. Che fare? Sharon potrebbe cercare di introdurre lo Shas nella coalizione con Shinui e Laburisti, ma Tommy Lapid ha giurato che non sederà mai con i religiosi. La possibilità che Sharon faccia un primo giro di valzer con la destra per lasciare a Mitzna e a Lapid il tempo di ripensarci, è possibile. Insomma, perché in Israele si formi un governo operativo, forte, qualcuno deve ricredersi e deve tornare sui suoi passi.
