Il ritiro di Israele e la protesta araba
lunedì 1 maggio 2000 Diario di Shalom 0 commenti
C'è voluto il Papa per dare agli ebrei un'amichevole pacca sulla spalla, per ricordare loro quanto è importante e meravigliosa la costruzione dello Stato d'Israele, quanto significato abbia per il valore escatologico stesso degli ebrei, ed anche per tenere viva l'indispensabile fiamma della memoria. Ci voleva: lo sconcerto infatti è grande. Lo è soprattutto sul fronte della pace: infatti il Libano, nel momento stesso in cui Barak finalmente decide e fa votare a maggioranza lo sgombero della fascia di sicurezza entro luglio, invece di gioire e ringraziare mugugna, tentenna, suggerisce che forse non è il caso, e alla fine persino minaccia: "Se uscite, sono fatti vostri, noi non prendiamo nessuna responsabilità". Intanto gli Hezbollah si prendono, loro sì, delle belle responsabilità: dichiarano a destra e a manca con conferenze stampa, prediche e stampati (proprio loro che erano gli araldi della cacciata di Israele dalla fascia di sicurezza, gli eroi della sovranità nazionale libanese), che per loro non c'è ritiro, non c'è pace che tenga. Vogliono vedere la terra degli arabi sgomberata fino all'ultimo israeliano, fino ad Haifa, fino a Tel Aviv e oltre. La guerra per loro continua: intanto Teheran, che è oggi il loro migliore fornitore d'armi, fa sapere in giro che ha dato l'ordine di agire anche dentro i confini d'Israele, proprio come ai bei tempi della strage di Maalot. Non solo: il Primo ministro del Libano suggerisce senza imbarazzo l'attraente idea che se gli israeliani se ne vanno, le truppe siriane potrebbero stanziarsi su tutto il confine con Israele, e dice esplicitamente che in questo modo i missili di Assad terrebbero sotto controllo lo Stato ebraico fino a Tel Aviv. Una bella dimostrazione di indipendenza nazionale per un Paese che finora ha sostenuto che gli Hezbollah erano gli eroici combattenti della libertà. Insomma, una volta caduta la foglia di fico d'Israele, il governo Libanese - che faceva finta di non sapere che il suo Paese è occupato dalla Siria - adesso diventa più realista del re e si dichiara colonia militare, avamposto siriano dal nord al sud. Intanto la Siria dice che non è interessata alla proposta libanese: perché? Così almeno gli Hezbollah, a cui l'Iran dà le armi e la Siria gli ordini, possono seguitare ad esserne la longa manus senza che la comunità internazionale abbia il diritto di dirle alcunché. Però, d'altra parte, è la Siria a dare il "la" al Libano nel coro che sostiene che senza un accordo onnicomprensivo, l'uscita unilaterale può essere molto ma molto pericolosa per gli israeliani. E questo cosa significa nel linguaggio pieno di sottintesi e di minacce di Assad e del suo ministro degli esteri Faruk ha Shara? Vuol dire: 1) dovete andarvene solo restituendoci anche il Golan, così gli Hezbollah restano una carta da giocare in mano nostra fino all'ultimo minuto. Cioè: in cambio del Golan noi vi potremmo dare semmai una qualche garanzia col Libano, che è cosa nostra. Ovvero: solo se ci date il Golan, noi li facciamo smettere di lanciare i katiushe sul nord d'Israele. Altrimenti continueranno. Insomma, del Libano libero non ce ne importa niente, anzi. 2) Dovete andarvene in base a un accordo che non ci metta in imbarazzo, senza che questo crei una situazione positiva, a livello internazionale, nei vostri confronti: perché altrimenti la nostra occupazione in Siria diventa un "issue" politico mondiale. Ovvero: se se ne sono andati gli israeliani, che ci restano a fare i siriani?, diranno tutti quanti. Quello che è più mostruoso (non trovo altro aggettivo che si attagli al paradosso qui descritto, che è un paradosso che riguarda il concetto stesso di pace) è che da parte dell'Europa cominciano a giungere parole di simpatia e di comprensione per la posizione che si oppone ad un ritiro unilaterale: certo, perbacco, una bella pace onnicomprensiva, specie se è tutta a carico di Israele, è un nobile obiettivo da sostenere. Anche a scapito della pace possibile. Quella che risulta ferita a morte, in tutta questa vicenda, è la dignità stessa della povera colomba della pace. La pace che Israele vuole donare al Libano, da cui pure fuoriuscivano (e probabilmente continueranno a fuoriuscire) i peggiori fra gli attentati terroristici che hanno piagato Israele, non è affatto considerato di per sé un valore. Persino il teorema "Land for peace" sembra non funzionare più, e certo non era particolarmente vantaggioso. Cosa resta? Odio contro pace? Anche nell'Autonomia Palestinese, con cui in questi giorni si discute lo sgombero di un altro 20 per cento tutto posto in una zona sotto il controllo israeliano, il clima è pessimo, l'aggressività aumenta. Persino l'Egitto, che firmò la pace più antica con Israele, non scambia ancora né turisti né buone parole: al contrario, interi gruppi di intellettuali ripetono gli slogan del rifiuto arabo e i giornali ne fanno grandi titoli. La gente li compra, i bambini imparano. Si vendono e sono bestseller libri antisemiti di cui mi vergogno solo a pronunciare il nome. In Giordania la leadership non ha seguitato, unica, a propalare odio antisraeliano, eppure la gente considera Israele un nemico da battere col ferro e col fuoco. Per non parlare dei soliti vecchi amici: lasciamo fare l'Iran, perché troppo sarebbe il dire. Gheddafi ha considerato una vera offesa la voce che si era sparsa di un suo invito ad un parlamentare israeliano di lingua araba. E su questo rifiuto politico è nato come un fiore malvagio la negazione dell'Olocausto, che viene descritto da vari giornali arabi come un'invenzione ebraica per ricattare il mondo. Insomma, amanti della pace, dateci la linea, perché risulta un po' confusa.
