Il prezzo degli ostaggi
venerdì 1 ottobre 2004 Diario di Shalom 0 commenti
Mentre tutta Italia festeggia con grande gioia il ritorno a casa delle due Simone dalla prigione dei terroristi, Israele brindava a sua volta: era tornato a casa dopo una detenzione molto più breve (solo 36 ore) ma densa di tensione e di pena per la famiglia il producer-giornalista druso israeliano della CNN Riad Ali Ghanem.Il vero prezzo della libertà di Riad non lo sapremo facilmente, non sapremo se la CNN abbia pagato ingenti somme di denaro o se abbia preso impegni di altro tipo, se lo Stato d'Israele abbia compiuto passi segreti preso la leadership palestinese, se a sua volta Arafat per paura dell'opinione pubblica internazionale abbia pressato, come certo egli sa fare molto bene, i rapitori, che si erano dichiarati appartenennti alle Brigate di Al Aqsa, il braccio terrorista di Fatah, quanto Mohammed Dahlan abbia temuto per la sua supremazia a Gaza e quanto quindi abbia agito per amore o per forza. Quello che è certo è che uno dei prezzi pagati è un video di Ghanem, uno di quegli appelli estorti con la paura di cui i terroristi sono maestri: Riad Ali Ghanem vi chiede ai suoi fratelli drusi di non servire nell'esercito israeliano. Una richiesta che incita di fatto la minoranza araba nel suo complesso a rifiutare l'appartenenza nazionale a Israele, a "uscire dalla comune". Quale paradosso: rapito dai palestinesi Ghanem chiede di schierarsi di fatto contro Israele. Eppure in realtà questo tipo di richiesta è piuttosto frequente nel corso della guerra contro il terrorismo, anche se in vesti diverse. Anche l'Europa, attaccata dal terrore, è trascinata invece in una deriva antiamericana. In una parola: il terrore ci attacca, e noi invece di schierarci dalla parte di chi lo combatte e di colpevolizzarne i mandanti e gli esecutori, mettiamo noi stessi alla berlina e parteggiamo, in tutto o in parte per i terroristi. Per esempio, dopo la restituzione delle due Simone, invece di insistere sulla crudeltà dell'adduzione di due giovani donne, della crudele costrizione da loro subita e della funambolesca strada attraverso la quale esse sono state riportate a casa in vita nonostante la ferocia dei terroristi, l'opinione pubblica ha indugiato alla ricerca di rassicurazione sul buon trattamento delle donne, ha insistito a più non posso sull'importanza del dialogo con "la società civile araba" e con "l'Islam moderato" per la liberazione, quando sembra che abbia giuocato tutt'altro, il milione di dollari forse pagato, la tipologia del gruppo dei rapitori; l'esaltazione del "dialogo" ha sempre sottolineato il contrasto con la linea, ritenuta fallimentare, dello scontro con il terrore, quella degli USA, per intendersi, o della Gran Bretagna o dei governi, compreso il nostro, che li hanno affiancati.
Molta nostalgia è stata spalmata sul ricordo dell'Italia andreottiana e di Bettino Craxi che sosteneva con milioni di dollari il PLO di Arafat, quello degli aerei sequestrati, di Entebbe e di Monaco, e che lasciava scorrazzare i terroristi per casa, permetteva la loro fuga (Sigonella) cercava una politica di alleanza a qualsiasi prezzo con i soliti paesi "arabi moderati". Le colpe di avere avuto dei cittadini rapiti, sono, secondo questo tipo di falso pensiero logico, di chi si è messo a fianco degli USA nella guerra contro Saddam Hussein e di chi ha abbandonato la linea sopra menzionata. I pregi li merita, secondo questa cieca ideologia, chi ha saputo finalmente ripristinare la linea detta "del dialogo". In Israele si è avuto un esempio di questo micidiale atteggiamento quando un eminente rappresentante della Stampa Estera ha commentato il rapimento del giornalista della CNN da parte palestinese, sostenendo in modo addirittura un po' comico, mentre Ghanem era in mano dei terroristi, che a Gaza non ci sono mai stati problemi, che tutto va benissimo con i palestinesi, e che il vero problema dell'informazione è l'esercito israeliano e i suoi posti di blocco. Tutti invece sanno che l'intimidazione palestinese ha una sua cupa risonanza e continuità, basta ricordare la vicenda del linciaggio a Ramallah del settembre 2000 con la fuga dei giornalisti italiani. Certo la partigianeria che porta a preferire la versione palestinese che spaccia la caccia ai terroristi per rappresaglie e decimazioni, smussa la frizione. Basta guardare quello che succede dentro la tormentata stampa palestinese per averne un'idea, o ricordare l'altro tentativo di rapimento di un giornalista della CNN di prima dell'estate. La versione del rappresentante della Stampa Estera confina per surrealismo con quella di un giornalista palestinese che ha tirato fuori una teoria della cospirazione tipica del mondo arabo: "Il giornalista è stato rapito, non si sa da chi, per evitare che la stampa estera tutta ormai spaventata, entri a Gaza per raccontare le sofferenze palestinesi. Dunque, cui prodest?".
La realtà è che il nemico è il terrorismo dei rapitori, i nemici dei rapiti altro non sono che i rapitori stessi, degli uccisi gli assassini, del mondo occidentale l'integralismo e l'estremismo islamico, e che la maniera con cui si riesce a liberare degli ostaggi varia a secondo dei personaggi, delle circostanze e degli interessi in campo. Abbiamo già avuto, noi italiani, casi di uccisi anche appartenenti al campo pacifista per i quali purtroppo non c'è stato niente da fare. Nel caso delle due Simone quello che è accaduto non dipende dal fatto che finalmente abbiamo parlato con l'Islam moderato e certo non risente gran che delle manifestazioni che c'erano state anche per i rapiti uccisi: si seguita a ripetere che c'è stata la mediazione della Siria, che certo non è un paese arabo moderato (oppure sì, secondo un criterio di inverosimile cinismo verso chi vive sotto il tallone della dittatura o verso la continua strenua aggressione degli hezbollah a Israele e non solo?) per liberare le ragazze.
Bene, questo si iscrive in un quadro che non ha nulla a che fare con "il dialogo" ma piuttosto con l'imbarazzo generale della Siria, dovuto al fatto che gli USA la tengono sotto intensa osservazione come Paese sponsor del terrore specie degli Hezbollah e di Hamas. E, in generale a causa del fatto che la guerra in Iraq ha indotto una tempesta immensa, un vento di discussione sulla democrazia che mai era esistita prima, e che spazza dalla Libia al Golfo tutto il Medio Oriente. E' la decisione nel combattere contro il terrore che porta alla possibilità di parlare e farsi sentire dai terroristi, non sono le parole che conducono alla fine del terrore. Anche la mediazione del re di Giordania Abdullah è stata ottenuta all'interno di un'alleanza antiterrorista, cui il re è direttamente interessato. Il fatto che l'Italia ne faccia parte ha certamente aiutato.
La stessa cosa è avvenuta in Israele con Riad Ghanem: siamo nel contesto di una situazione in cui il terrore è combattuto con molta decisione, Ghanem è un israeliano, la sua casa madre, la CNN è americana, e per quanto la sua sia una rete televisiva spesso simpatetica con i palestinesi, pure alle sue spalle si erge un paese consapevole del fatto che gli USA sono in guerra contro il terrorismo.
Noi siamo ormai abituati a sentire chiamare i terroristi "militanti", "detentori di ostaggi", "guerriglieri", "ribelli", persino "resistenti". Così, ci costruiamo l'illusione semantica che sia possibile dialogare. Noi citiamo Al Jazeera come un'onorevole televisione di cui ci pregiamo di invitare i giornalisti come ospiti nelle trasmissioni italiane: e si tratta di una televisione che dibatte in show centrali come "Controdirezione" a cura del famoso anchorman Feyssal Al Qassem la legittimità, proprio così, della decapitazione come strumento di resistenza. Parliamo di Paesi in cui la dittatura e l'incitamenteo sono il sistema corrente come di Paesi moderati, anzi, ne lodiamo la buona volontà senza pensare alla contropartita morale che paghiamo.
Parliamo alla società civile palestinese come di una carta risolutiva per una ricerca di soluzione pacifica quando a Gaza si vendono come panini a 15 shekel i video dei terroristi iracheni che tagliano la gola a un ostaggio americano. Parlare, insomma, è indispensabile per salvare vite umane, per trovare le soluzioni, ma non biosgna partire da Sigonella: bisogna invece creare una situazione in cui sul mare di odio possa essere udita la voce della ragione, che invece si sta offuscando nella nostra crescente abitudine al male.
