Il pregiudizio che si nasconde dietro quelle domande sbagliate
Shalom, marzo 2010
Esiste un linguaggio e una cultura che colpevolizzano Israele. Bisogna lavorare per informare e per far conoscere la realtà di un paese che cerca disperatamente la pace. Aiuteremo così i nostri giovani a crescere intellettualmente liberi.
di Fiamma Nirenstein
Credevo di averle viste tutte nel campo del pregiudizio antisraeliano, ma stavolta ho dovuto trasecolare: una mia gentile collega, deputato molisano alla Camera, Sabrina De Camillis, è stata richiesta da un ufficio interno di rispondere ad alcune domande di un gruppo di ragazzi dell’Istituto di Studi Superiore Liceo Classico Mario Pagano di Campobasso. Iniziativa democratica che mette in contatto domande dei giovani e parlamentari, e a lei sono stati associati un paio di altri deputati molisani. La mia collega ha letto attentamente le domande, undici in tutto, e alla domanda numero otto e numero nove si è un po’ stupita: fino a quel punto, le questioni pur molte dirette e svolte in maniera un po’ caustica come si conviene a giovani che trattino con “la casta”, erano connesse al pubblico dibattito corrente. Debito e spesa pubblica, riduzione del numero dei parlamentari residenti all’estero e voto, privatizzazione nella gestione dell’acqua, compiti della protezione civile, intercettazioni telefoniche… Ed ecco che d’un tratto esce, chi l’avrebbe detto, la questione israelo-palestinese per ben due domande su 11 in tutto. Le domande, le sole di politica estera, erano impostate in maniera che si capisse bene come la pensava il richiedente: “Abbiamo studiato sul nostro testo di storia i principali eventi dal ‘48 ad oggi che hanno scandito il conflitto fra Israeliani ed Arabi.
Varie volte l’ONU è intervenuta con deliberazioni, che però non sono state accolte (ad esempio la risoluzione ONU 242 è stata accolta dai palestinesi ma non dagli israeliani). A queste condizioni chiedono i ragazzi “pensa sia possibile accogliere la Repubblica di Israele nell’Unione Europea?”. E subito dopo: “Ho sentito che circa un milione e mezzo di abitanti della Striscia di Gaza è praticamente assediato: senza cibo, senza acqua né generi di prima necessità. Da una parte gli israeliani dall’altra il muro di acciaio costruito dagli egiziani. Mi fanno una gran pena… come stanno più precisamente le cose? Lo Stato italiano quale posizione ha assunto o assumerà a riguardo?” Le domande hanno la logica dettata dalle premesse: Israele non ottempera alle risoluzioni dell’ONU; che razza di credibilità può avere sul terreno internazionale, perché dovremmo accoglierla nell’UE?
Ora poi che Berlusconi ha espresso, dopo Pannella probabilmente dimenticato, il desiderio di vedere Israele nell’UE, non sembra questo assurdo di fronte a un violatore seriale di risoluzioni dell’ONU? I ragazzi, che pure menzionano il 1948, sembrano ignorare completamente il gran rifiuto arabo di accettare la spartizione e le guerre di aggressione che ne sono seguite. Quanto alla 242, si attribuisce a Israele il fatto che essa non sia stata realizzata, anzi ci si inventa perfino un rifiuto mai avvenuto. Si ignora che la celebre risoluzione che seguì la Guerra dei Sei Giorni non sia stata realizzata per la mancanza di una trattativa conclusiva che abbia consegnato “territori” (e non “i territori” secondo l’interpretazione palestinese) in cambio della dovuta sicurezza per lo Stato Ebraico. E’ molto più semplice e ben accetto dai ragazzi, sembrerebbe, non affrontare il tema del rifiuto arabo verso lo stesso Stato degli Ebrei, stabilire che Israele dice di no alla pace mentre i palestinesi non chiederebbero di meglio che accettare l’accordo: più ben accetto dagli amici e forse dal professore sostenere che per realizzare la 242, compresa la sicurezza di Israele, si sarebbe dovuto raggiungere a Camp David un accordo che Arafat rifiutò, e successivamente che Abu Mazen avesse detto di sì alle larghe proposte di Ehud Olmert, anch’esse rifiutate. Ma i ragazzi, si direbbe, sanno invece che Israele rifiuta, ovvero vuole la guerra, mentre i palestinesi vorrebbero la pace. Tutto il contrario della realtà. Su Gaza, cosa ne sanno i ragazzi? Che è povera e assediata. Due stereotipi, spesso contestati e discussi con molti distinti pareri (cfr le foto di Tom Gross, per esempio). Ma ciò che devono aver suggerito i professori o altri cattivi maestri ai loro giovani sono appunto, stereotipi. Non sanno che Hamas ha esportato da Gaza in Israele un numero di terroristi suicidi che giustifica un’attenta guardia dei confini; non che ha investito con una pioggia di missili la popolazione civile delle città israeliani circostanti. Non che quella disgraziata area dominata da Hamas è da esso costretta a una condizione di piccolo “rogue state” dipendente dall’Iran produttore di terrorismo, che Gaza è pertanto dominata da un regime autocratico e teocratico, che perseguita cristiani, donne, omosessuali, che la sua Carta impone di uccidere gli ebrei, tutti gli ebrei.
Tutto ciò non sarebbe interessante per i ragazzi? Non sarebbe questione degna di una domanda perché una volta liberata a caro prezzo da Israele di tutti i suoi abitanti ebrei, i palestinesi non ne hanno fatto il seme, l’esempio pacifico del loro futuro Stato, dedicandosi invece a distruggere tutte le sinagoghe ormai abbandonate, e poi a uccidere i loro compatrioti del Fatah? Ma i ragazzi non hanno fatto queste domande, hanno preferito ripetere alcuni ritornelli: essi parlano di pregiudizio e, siamo franchi, di antisemitismo. Forse non convinto, argomentabile, ma certo sottinteso al pregiudizio contro lo Stato Ebraico. Sono certa che dietro la scelta di una scuola del Molise di porre quelle due domande, formulate tutte e due in modo da colpevolizzare Israele, fra le undici ritenute le più importanti da porre al parlamento italiano, c’è lo stesso scenario irrazionale per cui nei primi tre mesi del 2009 ci sono stati un numero di incidenti antisemiti pari a quelli dell’intero 2008. La verità è che la questione di cui cerchiamo di occuparci razionalmente, con continue spiegazioni, testimonianze attendibili, pezze d’appoggio storiche, ha un tratto volontariamente confuso e nebuloso le cui caratteristiche sono quelle della mobilitazione, della bandiera, quelle di una scelta morale che qualifica e fa onore.
Il palestinismo che nasce dentro la radice stessa del terzomondismo della Guerra Fredda non ha avuto il suo muro di Berlino: si è arricchito negli anni del contributo di innumerevoli intellettuali, di un numero esorbitante di articoli giornalistici, di invenzioni concettuali come quelle della comparazione della questione palestinese con la Shoah o la definizione di Israele come stato di apartheid. Il mondo delle dittature arabe sembra aver speso le sue migliori energie all’autoconservazione e quindi alla bandiera della mobilitazione antisraeliana, popolare e populista, insieme antiamericana, anticristiana, antiebraica, antimoderna. Ho sempre pensato che la rottura di questa muraglia ideologica sia indispensabile al recupero della fedeltà alla nostra stessa anima democratica, quella per intendersi che può permetterci di battere l’Iran khomeinista; alla rivisitazione di una politica dei diritti umani che guardi all’indomani di questa ONU. Vedere le domande dei ragazzi molisani mi ha insieme allarmato e dato una speranza. Allarmato, per tutti i motivi esposti fin qui. La speranza: non dobbiamo aprire una pagina, la pagina è aperta nelle menti di tanti giovani, ma è scritta nella lingua sbagliata. Possiamo provare a tradurla. Come diceva il cavallo di Orwell? Lavorerò di più.
