Il (nuovo) muro di Mubarak
giovedì 29 settembre 2005 Panorama 0 commenti
Troppe armi e terroristi attraverso il confine con Gaza, così Il Cairo ricostruisce la barriera. D’accordo con il governo palestinese.
Dopo che Israele ha trasferito al governo del Cairo il controllo del confine fra Gaza e l’Egitto, in Medio Oriente potrebbe scoppiare un’altra crisi, oppure nascere un’amicizia più forte fra Tel Aviv e il paese guidato da Hosni Mubarak. Lungo la frontiera sta risorgendo un muro voluto dagli egiziani sui resti di quello israeliano, che Hamas aveva in parte fatto saltare. La storia è cominciata domenica 11 settembre, dopo il ritiro di Israele da Gaza, quando 800 egiziani hanno assunto il controllo dell’area di confine («sentiero di Filadelfia») il cui centro è Rafah. Il passaggio di consegne è stato anticipato di circa una settimana perché il premier Ariel Sharon voleva presentarsi all’assemblea generale dell’Onu proclamando che Israele era uscito dalla Striscia. L’Egitto era ansioso di diventare il garante delle nuove opportunità per l’area. E soprattutto voleva distruggere quella sorta di muro di Berlino che bloccava i palestinesi. Ma è stato il caos. Gli egiziani non erano pronti. E gli abitanti di Gaza, nonostante i severi controlli previsti dagli accordi, hanno fatto avanti e indietro dall’Egitto con beni di consumo ma soprattutto con armi. Si calcola che 150 mila persone abbiano approfittato della situazione. Il primo giorno i militari egiziani hanno ucciso (anche se lo negano) il palestinese Nafez Atiyeh e ferito altre due persone. Oltre alla gente comune e ai disoccupati alla ricerca di lavoro avrebbero passato il confine, secondo stime, 1.300 fucili automatici (ora sarebbero 10 mila i kalashnikov nelle mani di Hamas), centinaia di missili At-Sagger, missili Strela Sam14, razzi Qassam con gittata dai 13 ai 18 chilometri, mine, 250 tonnellate di esplosivo. E tra i 500 e i 700 uomini (anche di Al Qaeda) pronti a entrare nei ranghi di Hamas. Un traffico che non conviene neppure ad Abu Mazen. Dopo telefonate e incontri fra ufficiali palestinesi, israeliani ed egiziani, questi ultimi hanno cominciato a ricostruire il muro. E i palestinesi a schierare milizie. Intanto Il Cairo e Tel Aviv hanno maturato una consapevolezza comune: il pericolo che si annida a Gaza.
Fiamma Nirenstein
Dopo che Israele ha trasferito al governo del Cairo il controllo del confine fra Gaza e l’Egitto, in Medio Oriente potrebbe scoppiare un’altra crisi, oppure nascere un’amicizia più forte fra Tel Aviv e il paese guidato da Hosni Mubarak. Lungo la frontiera sta risorgendo un muro voluto dagli egiziani sui resti di quello israeliano, che Hamas aveva in parte fatto saltare. La storia è cominciata domenica 11 settembre, dopo il ritiro di Israele da Gaza, quando 800 egiziani hanno assunto il controllo dell’area di confine («sentiero di Filadelfia») il cui centro è Rafah. Il passaggio di consegne è stato anticipato di circa una settimana perché il premier Ariel Sharon voleva presentarsi all’assemblea generale dell’Onu proclamando che Israele era uscito dalla Striscia. L’Egitto era ansioso di diventare il garante delle nuove opportunità per l’area. E soprattutto voleva distruggere quella sorta di muro di Berlino che bloccava i palestinesi. Ma è stato il caos. Gli egiziani non erano pronti. E gli abitanti di Gaza, nonostante i severi controlli previsti dagli accordi, hanno fatto avanti e indietro dall’Egitto con beni di consumo ma soprattutto con armi. Si calcola che 150 mila persone abbiano approfittato della situazione. Il primo giorno i militari egiziani hanno ucciso (anche se lo negano) il palestinese Nafez Atiyeh e ferito altre due persone. Oltre alla gente comune e ai disoccupati alla ricerca di lavoro avrebbero passato il confine, secondo stime, 1.300 fucili automatici (ora sarebbero 10 mila i kalashnikov nelle mani di Hamas), centinaia di missili At-Sagger, missili Strela Sam14, razzi Qassam con gittata dai 13 ai 18 chilometri, mine, 250 tonnellate di esplosivo. E tra i 500 e i 700 uomini (anche di Al Qaeda) pronti a entrare nei ranghi di Hamas. Un traffico che non conviene neppure ad Abu Mazen. Dopo telefonate e incontri fra ufficiali palestinesi, israeliani ed egiziani, questi ultimi hanno cominciato a ricostruire il muro. E i palestinesi a schierare milizie. Intanto Il Cairo e Tel Aviv hanno maturato una consapevolezza comune: il pericolo che si annida a Gaza.
Fiamma Nirenstein
