Il nostro peggiore nemico? E' la pigrizia intellettuale
domenica 1 luglio 2001 Diario di Shalom 0 commenti
Un decalogo per avere un atteggiamento sensato rispetto a Israele durante questo conflitto israelo palestinese? Ecco il mio. Non cercare la simpatia degli amici, non essere troppo preoccupato della loro approvazione e del fatto che a cena ti accolgono dicendo con aria di penosa comprensione : "Eh, terribile là!! La spirale dell'odio... gli opposti estremismi... la violenza reciproca...". Dì soltanto la verità, che avrai appreso - e qui vale la seconda legge - da un'informazione più ampia di quella che puoi avere ricevuto dalla stampa italiana soltanto. Guarda i giornali israeliani (che, stai sicuro, sono ipercritici verso Israele: non avrai un'informazione di parte) su Internet, frequenta i siti specializzati, telefona agli amici in Israele, anche a quelli di Pace Adesso. Non cadere nella trappola della pigrizia che ti induce ad accettare uno schema semplificato come : "i palestinesi lottano per la loro indipendenza e il loro Stato". Domandati, scandagliando il passato a partire dal 1948, quanto il desiderio di disegnare dei confini si sia mescolato in realtà con desiderio di non condividere un bel niente, ma piuttosto di espellere gli ebrei; e tu, che ti ritieni soprattutto ebreo ma ben poco israeliano, guarda quanto è la stessa identità ebraica a essere presa di mira dall'ondata d'odio che da parte del mondo arabo viene adesso a investire i nostri fratelli che vivono in quella regione. E come questa ondata antiebraica trovi eco in Europa, ben contenta di dimenticare le sue responsabilità storiche e morali verso gli ebrei. Interrogati senza tregua sui nessi fra l'integrità della tua identità e quella dello Stato d'Israele; non ti bamboleggiare con le idee più comode, come quella ad esempio che una volta sgomberati gli insediamenti (era previsto dagli accordi che Arafat ha rifiutato) si placherà il conflitto; comunque, ricorda che sgombrare gli insediamenti, cosa opinabile e alla lunga indispensabile, è anche la merce di scambio perché il futuro Stato Palestinese non schieri dei missili iraniani o dei carri armati siriani sul confine israeliano; non ti creare alibi con l'idea che la richiesta palestinese sia solo di carattere territoriale (era il centro dell'accordo che Arafat ha rifiutato); non ti raccontare novelle sulla disponibilità al compromesso dell'Autorità Palestinese. Quanto alla violenza, guardala negli occhi: non ci sono opposti estremismi, gli attacchi palestinesi usano la strategia concentrica di una quantità di organizzazioni diverse, tutte quante in mano all'Autorità Palestinese, ovvero ad Arafat. Senza la sua luce verde niente si muove: i cessate il fuoco e i "via" del rais contano, pesano, lo si vede dai fatti., Quando Yoschka Fisher gli ha detto "stop" e Arafat si è convinto che con la violenza avrebbe portato a una reazione violenta di Sharon (occhio, su di lui si dicono una quantità di bugie e si danno giudizi stereotipati senza nessuna relazione con che cosa ha fatto realmente, quindi studia i suoi cessate il fuoco, il suo trattenersi dal rispondere, la sua accettazione della commissione Mitchell) ha bloccato gli attentati terroristici più sanguinosi. Quindi, invita gli amici a capire che se l'Europa, come in questa occasione ha fatto, smette di appoggiare acriticamente la violenza, può dare una vera mano per fermare lo scontro, e riportare la pace. Non avere paura a ricordare che gli ebrei hanno radici antichissime in Palestina, ricorda agli amici che nella Bibbia e nelle preghiere degli ebrei Gerusalemme è la patria della nostra anima, e che il Tempio di Erode fu quello in cui pregò anche Gesù; non temere di non essere moderno quando ricordi che se i musulmani possono vantare una continuità di presenza nell'area, anche gli ebrei nonostante le mille difficoltà hanno cercato di mantenervi sempre una radice, e che nel 1948 arabi ed ebrei sotto il tallone britannico, erano quasi nello stesso numero in Terra Santa; non temere di rivendicare, come se fosse fuori moda, il grande amore con cui gli ebrei hanno fertilizzato e resa verde una terra improduttiva e brulla, come hanno fatto fiorire di scuole, ospedali, case e negozi luoghi che non erano che pietra. Ricorda che chi costruiva colonie non aveva nulla a che fare con gli ebrei che non avevano Paese d'origine, non avevano esercito, non avevano da sfruttare né ricchezze né mano d'opera né risorse locali per portarsele a casa. Non avere paura a dire la verità: Israele ha vinto solo guerre di difesa, Ben Gurion invitò caldamente i palestinesi a restare. E soprattutto non dimenticare un fatto fondamentale: Israele non è là a difendere solo i suoi valori nazionali, pure importanti quanto lo possono essere per un italiano quelli della sua Nazione, ma per difendere, e lo fa, qualcosa di molto, molto importante anche per i tuoi amici che ti hanno invitato a cena: Israele difende la democrazia, il Parlamento, lo Stato di Diritto, la pluralità delle istituzioni. Siede nel suo parlamento un gruppo di arabi israeliani che tengono per i Palestinesi e la Siria, e nessuno li tocca; la stampa è punteggiata di articoli che difendono i palestinesi; lo scontro politico è straordinariamente vivo; l'esercito è sotto la lente d'ingrandimento, se sbaglia o esagera l'opinione pubblica lo attacca; Sharon è la vittima di un'attenzione spietata. Dall'altra parte, un regime illiberale in cui le donne sono oppresse e vige la pena di morte quasi senza processo, i bambini vanno in guerra in prima fila, insomma un regime illiberale in cui tutte le istituzioni fanno capo a Arafat. Questo vuol dire che Arafat non ha diritto allo Stato palestinese? Niente affatto. Ha questo diritto. I palestinesi sono una nazione. Questo vuol dire che Israele non è responsabile di una serie di azioni che limitano la libertà dei palestinesi e che deve emendarsene, al momento che si trovi in una condizione di sicurezza. Assolutamente. Ma è sedendosi a un tavolo con gli israeliani che i palestinesi possono ottenere ciò che desiderano, non sperando di metterli sul banco degli accusati tramite organismi internazionali covando il desiderio, e insegnandolo ai giovani, di vedere sparire lo Stato degli Ebrei. Dimenticavo: forse è proprio l'accettare il fatto di esistere come nazione organizzata in uno Stato, che a noi ebrei della diaspora ci rimane un po' difficile. Interroghiamoci onestamente su questo. Noi demandiamo la nostra identità a un'esistenza virtuale, a libri, a concetti, a memorie, a musei. La memoria è bella, ma il presente può essere migliore. Più simpatico, più vitale nella sua complessità. Se accettiamo di esserci.
