Il nostro diritto viene dalla storia
venerdì 1 maggio 2009 Diario di Shalom 0 commenti
Shalom, maggio 2009Il progetto di “due Stati per due popoli” potrà realizzarsi solo a patto che i palestinesi riconoscano Israele come uno ‘Stato Ebraico’
A Ginevra, durante il penultimo giorno della Conferenza detta “contro il razzismo”, la nostra manifestazione con le bandiere d’Israele ha riempito la piazza antistante il palazzo dell’ONU.
Un profugo del Sudan mentre parlava Sharansky si è addossato al palco sventolando una bandiera con la stella di David, mentre Nathan gli teneva dall’alto una mano sulla testa scura e ricciuta, ed era come volesse dire: “Chi più di me, ebreo, può capire l’orrore dell’oppressione razzista e dello sterminio di cui siete oggetto?”. La gente, i giovani in piazza, gridavano “Darfur” insieme a quel ragazzo alto sotto la mano di Sharansky, mentre l’altro slogan della manifestazione era “Io sono sionista”: raramente ho visto una più chiara spiegazione di come la costruzione dello Stato ebraico sia intimamente associata con la lotta contro il razzismo e con l’affermazione dei diritti umani. Proprio il contrario del concetto a cui da decenni hanno lavorato i nemici di Israele, cercando di schiacciare lo Stato ebraico e l’ideologia che l’ha costruito, appunto il sionismo, sotto una montagna di accuse fra le più odiose del nostro tempo, quelle che delegittimano la tua stessa vita rispetto ai valori acquisiti dopo la Seconda Guerra Mondiale dal mondo occidentale.
Colonialismo, razzismo, apartheid, persecuzioni e eccidio di civili, assassinio a sangue freddo di donne e bambini, il diritto di nascita negato dall’idea che Israele sia frutto di cospirazione internazionale per dominare l’Islam, o che sia un corpo estraneo al Medio Oriente, impiantatovi per rimediare ai sensi di colpa dell’Occidente… nulla è stato risparmiato.
Ognuna di queste accuse sottintende che gli ebrei non avevano nessuna ragione, nessun motivo fondante per venire a fondare il loro Stato proprio là, nel cuore del Medio Oriente da dove Ahmadinejad, e tanti che lo dicono con meno enfasi, pensa debbano essere sradicati. E’ incredibile che la questione della legittimità sia ancora oggi dirimente. Basta aggirarsi per Israele, vedere l’amore con cui è costruita, coltivata, servita da infrastrutture di ogni genere, basta notare la stupefacente passione con cui quella terra è studiata e ammirata dai suoi abitanti in ogni suo angolo, ogni sorgente, ogni pietra del deserto, ogni memoria del passato, per sentire che ogni dubbio sul suo diritto di nascita è semplicemente ridicolo. Che Gerusalemme sia ebraica, si vede da come gli ebrei l’han no curata e anche condivisa con tutte le religioni. Quando Netanyahu ha dichiarato con franchezza all’in viato americano Mitchell che è del tutto disposto a ripar lare di “due Stati per due popoli”, posto che di questi due Stati uno sia accettato nella sua evidente definizione d Stato degli Ebrei, c’è da credergli.
Il riconoscimento dello Stato Ebraico sarebbe una rottura strategica basilare nel fronte estremista, che lo costringereb be a vedere se stesso nello specchio della storia, a con frontarsi con una realtà che nega sempre, con assurde de monizzazioni, con incitament senza fine. Infatti, benché la richiesta fosse lapalissiana, si è sentito un ruggito dalla parte dell’Autorità Palestinese: no non ci stiamo, che gli israelian definiscano i suoi abitanti co me gli pare, ha detto Abu Mazen; e il portavoce di mille trattative fallimentari Sa’eb Erakat ha ripetuto con anco ra maggiore enfasi il concetto. Ma perché? Per capirlo bene, e l’ha rispiegato senza vergogna Erakat, occorre tornare all’incontro di Camp David in cui Arafat fece “il gran rifiuto”: fu proprio sul tema di Gerusalemme che questo avvenne, quando Barak, come racconta lo stesso Erakat, offrì a Arafat, e lo sosteneva con tutte le sue forze Clinton, oltre a un autentico Stato Palestinese quanto a dimensioni e a credibilità dei confini, tutto la Spianata delle Moschee, a patto che riconoscesse che sotto l’Haram al Sharif, ovvero sotto la Spianata, giacevano i resti del Grande Tempio degli ebrei costruito da Erode. Per altro molti testi islamici ne danno chiaramente conto, compresa una guida del Waqf (l’organizzazione islamica che sovrintende ai beni religiosi) dei primi del ‘900.
ginevraLa cosa è così storicamente comprovata che il grande archeologo Barkat una volta mi ha detto: “Il negazionismo di questa realtà testimoniata da mille prove nonostante i mussulmani abbiano distrutto sistematicamente le sue memorie archeologiche, è peggiore del negazionismo della Shoah”. Invece, Arafat si inalberò: e nonostante l’ira di Clinton, che arrivò a pregarlo di non dire sciocchezze negando l’esistenza del Tempio, pena il suo abbandono dei colloqui, disse in sostanza che non gli importava niente di ricevere il controllo della Spianata, e neppure di fondare finalmente lo Stato Palestinese se questo avrebbe significato accettare la profonda radice ebraica dello Stato d’Israele. La verità è che la presenza ebraica in Israele conta più di 4000 anni, e che nonostante le sanguinose conquiste delle Crociate e dei Mussulmani, Gerusalemme, Tiberiade, Rafah, Gaza, Ashkelon, Jaffa, e Cesarea, Safed, Hebron, Nablus, Haifa e altre città furono sede costante o ondivaga di presenza ebraica che ineluttabilmente tornava a casa.
Nel 1800 si contavano 10mila ebrei, nel 1880, 24mila. L’idea del trapianto ebrai- co in Israele come di un’operazione artificiale causata dalla Shoah è totalmente assurda: nell’800 già Gerusalemme era a maggioranza ebraica, il primo congresso sionista è del 1897, nei primi anni del ‘900 si fondava Tel Aviv, si apriva l’università ebraica e la scuola d’arte Betzalel a Gerusalemme, l’Orchestra Filarmonica veniva diretta nel ‘36 da Arturo Toscanini. Ben prima della Shoah. E co munque scusate, quando Ahma dinejad o anche i palestinesi parlano del Mondo arabo come di un mondo totalmente estraneo alla problematica ebraica della Shoah, penalizzato per non aver fatto nulla, bene, solo gli ignoranti non sanno quanto Haj Amin Al Husseini si impegnasse a fianco di Hitler, quanto antisemitismo nazista abbia percorso e operato nei filoni del rifiuto arabo e del suoi terrorismo, quanti criminali nazisti abbiano, con intento ideologico richiesto e non casuale, operato in Egitto e in altri Stati dell’area.
L’illegittimità di Israele adesso viene ribadita nel rifiuto di tutta l’area estremista dell’Islam quando promette di distruggere Israele e di non riconoscerlo mai: Iran, Hezbollah, Hamas, e anche tutta l’area sunnita del terrore agiscono in questo ambito. Ma anche quando Abu Mazen, proprio alla vigilia della ripresa dei suoi colloqui con Hamas al Cairo; quando il capo di Fatah a Gaza, Mohammed Dahlan, spiega (proprio lui sconfitto e cacciato dal gruppo integralista) che è d’accordo con Hamas nel suo rigetto dell’esistenza d’Israele, allora non si sfugge alla sensazione che Abu Mazen e i suoi siano molto lontani dall’accettare la prospettiva storica di vivere a fianco di Israele per sempre. Ed è molto facile capire che, una volta ottenuto il proprio Stato nell’ambito del progetto, così largamente popolare, di “due Stati per due popoli”, sarà cura della cosiddetta “resistenza” palestinese riprendere la lotta perché lo Stato d’Israele non sia quello del popo- lo ebraico, ma quello “dei suoi abitanti” e che quindi si riaprirà a tutta forza, come del resto preannunciato, la battaglia per il “diritto al ritorno” e per il sopravvento numerico nell’ambito dei confini dello Stato Ebraico.
