Il lamento di Yasser
giovedì 1 maggio 2003 Panorama 0 commenti
Il nuovo governo vorrebbe chiudere con la violenza. Ma l’ex leader non ci sta e strepita.
Yasser Arafat, dicono i suoi, non era mai apparso tanto furioso dal 1983, quando dovette fronteggiare una vera rivolta dopo la cacciata dal Libano. Ma nel fine settimana tremava e gridava alle insistenze di Abu Mazen, il nuovo primo ministro, che insisteva (dopo molte mediazioni su altri nomi), nonostante il veto del rais, su Muhammad Dahlan, il 42enne ex comandante dei servizi preventivi di sicurezza nella striscia di Gaza, come ministro dell’Interno. Per Arafat, cui intanto Abu Mazen aveva concesso tanti ministeri, è rimasto inaccettabile quel potente soldato di ventura che ha avuto il coraggio di tenere in galera a Gaza decine di uomini di Hamas e della Jihad islamica; che ha dichiarato ai giornalisti: «Abbiamo fatto un errore a non spezzare Hamas»; di cui si dice abbia fatto i miliardi con business poco chiari dopo l’accordo di Oslo, e che tuttavia ha accusato pubblicamente Arafat di essere il protagonista della corruzione palestinese. L’incarico a Dahlan, soprattutto, ha un contenuto strategico che Arafat non può accettare: il disarmo delle milizie non legali e la unificazione della polizia. Gli armati sono finora divisi in milizie che si muovono in maniera artatamente confusa. Tramite Dahlan sarebbero agli ordini politici di un uomo, Abu Mazen, che ha dichiarato che la violenza non paga, ovvero che non condivide la vecchia strategia. Inoltre, la forza delle armi non è certo trascurabile neppure ai fini del potere interno. Il duo Mazen-Dahlan vorrebbe smantellare persino le Brigate dei martiri di Al Aqsa, e Arafat non vuole, perché, dice, ne nascerebbe una guerra civile. Lo stesso argomento con cui spiega di non avere fermato Hamas. Le aperture di Abu Mazen ad Arafat sono state sempre più ampie: Abu Alla, Saeb Erakat, Ahmad Tibi, Nabil Sha’at e tanti altri sono entrati nel governo. Ma il nodo di ciò che accadrà è tutto nelle armi e nella possibilità dell’Autonomia palestinese di controllare il terrorismo. Perché il premier israeliano Ariel Sharon oggi deve, anche se forse non vorrebbe, fare i suoi passi: la situazione internazionale glielo richiede da tutti i punti di vista. Israele è molto avvantaggiato dall’eliminazione di Saddam, acerrimo nemico, finanziatore del terrore e pronto a usare missili contro Tel Aviv. Il fronte giordano risulta così molto meno pesante, anche il fronte libanese-hezbollah- siriano potrebbe diventare più quieto. Israele, si può dire, è oggi agli occhi del mondo arabo sul carro dei vincitori, e Dov Weisglass, il capogabinetto di Sharon, si è sentito rammentare a Washington da Condoleezza Rice che gli americani non vogliono sentire parlare di modifiche alla «road map», il piano di pace. Si intende, non quello degli europei, ma quello esposto da George W. Bush nel discorso del 24 giugno sulla democrazia palestinese: Israele di fatto rinuncia agli insediamenti se i palestinesi, dopo un indispensabile cambiamento di regime, riconoscono il diritto di Israele a esistere, e cessano con la violenza. Al momento, l’atteggiamento di Arafat, che non lascia passare la linea di Abu Mazen, sembra un ostacolo molto serio. Perché il rais, pur molto indebolito, mostra una forza straordinaria: la sua ultima linea è quella di lamentarsi di essere trascurato sebbene sia lui il presidente eletto dai palestinesi, mentre Abu Mazen altro non sarebbe (ma l’ha scelto lui, proprio per le stellette che ha riportato sul campo di Al Fatah) che un burattino un po’ americano, un po’ israeliano. Dopo 12 attentati sventati in 5 giorni, l’intelligence israeliana dice che ce ne sarebbero molti altri in arrivo: un buon modo per far infuriare Israele e di nuovo avere la piazza palestinese sempre più antioccidentale e contraria alle riforme democratiche.
